Vai al contenuto principale
Sauna gay Milano: Marco in una cabina privata dell'Apollo Club

Sauna gay Milano: le mani di Davide e il martedì di Marco

| Incontri gay casuali

Marco aveva parcheggiato la macchina in via Melchiorre Gioia alle sette e mezza con la cravatta ancora stretta e il progetto che gli girava in testa come un tornio. La revisione con i partner era andata bene, tecnicamente, ma quel tipo di "bene" che somiglia a una promessa trattenuta, alla frase che non ti dicono mai del tutto. Uscire dallo studio e guidare fino all'Apollo Club era diventato, negli ultimi due anni, il suo rito del martedì: la sauna gay Milano nel senso più concreto del termine, non un eufemismo, non un'astrazione. Un posto dove lasciare il rispetto professionale nell'armadietto insieme alla giacca.

Era cominciato quasi per caso, dopo il divorzio. Una sera in cui non aveva voglia di rientrare nell'appartamento vuoto di Porta Romana, in cui il silenzio aveva una forma precisa che non gli piaceva. Qualcuno in studio gliene aveva parlato, lui aveva cercato su internet, aveva trovato l'Apollo in zona Isola e aveva deciso che una volta non costava niente. La prima volta era durata quaranta minuti. La seconda era durata di più. Adesso, due anni dopo, aveva il codice dell'armadietto memorizzato e la preferenza per il terzo piano della sauna secca, dove il caldo è costante e la gente parla poco.

Aveva fatto la doccia, si era avvolto nell'asciugamano bianco e si era diretto verso la zona umida. L'acqua della vasca era calda quanto basta, l'aria pesante di vapore, i corpi intorno a lui silenziosi come oggetti di design. Non era la prima volta che i corridoi dell'Apollo lo accoglievano dopo una giornata di quel tipo. C'era chi arrivava con la tensione di chi non sa ancora dove mettere le mani, come raccontano certe prime volte nelle cabine milanesi, e chi invece si muoveva con la familiarità di un posto conosciuto. Marco apparteneva alla seconda categoria ormai da abbastanza tempo da non ricordare con precisione quando era cambiato.

Era lui, il martedì sera alle sette e quaranta. Quasi sempre.

L'uomo nella vasca di fronte a lui aveva quarantadue anni, o giù di lì. Spalle larghe su un corpo costruito senza enfasi, pelle olivastra umida di vapore, mani grandi appoggiate ai bordi della vasca con quella calma di chi non ha bisogno di occupare spazio per dimostrare di averlo. Una cicatrice sottile gli correva sull'avambraccio sinistro, diagonale e vecchia di vent'anni almeno, del tipo che uno porta dietro senza più vederla. Aveva gli occhi scuri e il modo di guardare di chi calibra prima di rispondere.

Marco l'aveva visto altre volte. Non ricordava quando esattamente, ma il profilo era familiare nel modo in cui sono familiari i visi che si incrociano nei corridoi senza mai parlarsi. Stasera, però, l'uomo lo guardava. Non il modo in cui si guarda qualcuno per capire se vale la pena, ma il modo in cui si guarda qualcuno che si è già deciso di avvicinare e si aspetta solo il momento giusto. Era una differenza sottile. Marco la conosceva perché la usava anche lui.

Si chiamava Davide. Lo disse con quell'anticipo di mezzo secondo di pausa, come chi misura le parole prima di rilasciarle e poi decide di farlo comunque.

"Marco," disse lui. E non aggiunse altro, perché non ce n'era bisogno.

Rimasero nella vasca ancora cinque minuti. Parlavano poco: del calore, del vapore, di una settimana che per entrambi sembrava aver durato dieci giorni. Davide era chirurgo, disse quasi per caso, come una spunta burocratica che serviva a identificarsi senza aprirsi davvero. Marco rispose che era architetto, e anche questo sembrava una formalità necessaria e non particolarmente interessante. Quello che era interessante erano le mani di Davide. Come le teneva ferme anche quando parlava, appoggiate alle cosce, senza il gesto nervoso che hanno quasi tutti quando cercano le parole.

Davide propose la cabina senza girare intorno. "Qui o lì sopra?" disse, e la questione era retorica perché si era già alzato.

Marco lo seguì.

Le cabine al primo piano dell'Apollo Club sono strette e private, due metri per due, con la porta che si chiude senza chiave ma tiene. Ci sono due panche di legno, un gancio per l'asciugamano, e poco altro. L'asciugamano di Marco rimase sul gancio prima ancora che la porta fosse chiusa del tutto. Davide aveva quel modo di fermarsi un attimo prima di toccare qualcuno, come se chiedesse senza chiedere. Marco annuì, e non avrebbe saputo dire se era stato un gesto deliberato o se il corpo aveva risposto da solo.

Spogliarsi in due metri per due è un'operazione geometrica. Il ginocchio di uno incontra la coscia dell'altro, le spalle si accordano allo spazio disponibile. Davide aveva il petto coperto da una peluria scura e rada, e la pelle ancora umida di vapore, liscia dove non c'era pelo. La cicatrice sull'avambraccio, da vicino, era più lunga di quanto sembrasse dalla vasca. Marco non lo chiese, e Davide non lo disse. Non era questo il posto per le storie personali.

Il bacio fu breve, quasi formale. Non di quelli che fanno il verso all'intimità romantica, ma del tipo che stabilisce un accordo tra adulti che sanno esattamente cosa vogliono e preferiscono non perderci tempo.

Marco scese. Si inginocchiò sul pavimento di legno della cabina, le mani sulle cosce di Davide, e prese il tempo che serviva. Davide aveva il respiro controllato, da persona abituata a non perdere la concentrazione in situazioni che richiedono mani ferme e testa libera, ma quella catena di controllo cedeva un anello per volta, con quella progressione silenziosa che Marco conosceva bene. Non usava le mani per guidare. Aspettava. Il chirurgo stava imparando a fidarsi di qualcuno che non era lui, e ci stava riuscendo meglio di quanto sembrava disposto ad ammettere.

Marco non aveva fretta. Il progetto che gli girava in testa da cinque ore era evaporato da qualche parte nell'aria calda della cabina, insieme alla tensione della riunione e alla frase che i partner non gli avevano ancora detto. C'era solo la risposta fisica di Davide, progressiva e priva di qualsiasi recitazione, e la sensazione di avere finalmente trovato il posto giusto dove mettere tutta l'attenzione che durante il giorno era andata sprecata.

Davide lo fermò dopo qualche minuto, non per distoglierlo ma per spostarlo. Lo fece alzare con una mano sulla spalla, lo girò, schiena contro petto, un braccio attraverso il torace di Marco con una pressione precisa come se sapesse già dove applicarla, e cominciò con la mano. Il ritmo era lento all'inizio, calibrato, poi Davide trovò la velocità giusta seguendo il modo in cui il respiro di Marco cambiava, e smise di calcolare e cominciò soltanto a fare.

La comunicazione era nel peso del corpo, nella tensione del braccio che teneva, nell'accelerazione che Davide decideva e Marco confermava senza aprire bocca. Le cabine dell'Apollo Club sono silenziose. Si sente il vapore da qualche parte nel corridoio, il passo di qualcuno che passa, il legno che lavora. Nient'altro. Lo spazio si chiudeva intorno a loro come una parentesi che nessuno dei due aveva deciso di aprire consapevolmente e che era diventata necessaria.

Marco arrivò con la schiena contratta e il respiro trattenuto, poi rilasciato tutto insieme. Davide tenne la pressione finché l'ultima tensione si sciolse, poi rimase fermo, il braccio ancora sul petto di Marco, qualche secondo in più di quanto fosse strettamente necessario.

Stettero fermi senza parlare per abbastanza tempo da sentire il silenzio del club intorno a loro. Poi Davide respirò forte, una volta sola, e si scostò.

"Chirurgo," disse Marco alla fine, con il fiato ancora corto.

"Sì," disse Davide.

"Si vede."

Davide sorrise. Fu la prima volta che Marco lo vide sorridere del tutto, non solo con la bocca. Si rivestirono senza fretta. Davide aveva una praticità nei gesti che non era freddezza ma competenza del corpo, il tipo di efficienza che non ha bisogno di essere dimostrata perché è semplicemente lì, in ogni movimento.

Uscirono dalla cabina a tre minuti di distanza, come da protocollo non scritto.

Marco rimase nella zona relax fino alle nove meno un quarto. Si sedette su una delle sedie a sdraio con un bicchiere d'acqua fresca e guardò il soffitto in legno scuro, ascoltò il silenzio del club che si svuotava lentamente come si svuota un polmone dopo uno sforzo lungo. Davide era passato, aveva annuito appena con la testa, e se n'era andato verso gli spogliatoi senza voltarsi. Era la versione corretta di come finivano queste cose, e Marco lo sapeva.

Il progetto era ancora lì, da qualche parte. I partner, la revisione, la frase che non gli avevano detto. Tutto continuava ad accadere nel mondo fuori da qui. Ma accadeva a distanza, come un rumore di fondo che si sa presente ma non disturba.

Tornò alla macchina alle nove e dieci. La cravatta era nello zaino. Via Melchiorre Gioia era quasi vuota e la città aveva quel tono di martedì sera che non appartiene a nessun giorno preciso, un'ora sospesa tra la fine del lavoro e l'inizio del niente. Non sapeva il cognome di Davide. Non aveva bisogno di saperlo.

Girò la chiave nel quadro. Si immise nel traffico leggero della sera.

Aveva voglia di dormire bene, finalmente.