
Racconti gay university: il coinquilino fuori sede
I racconti gay university che mi sono rimasto dentro non iniziano con un appuntamento, una app aperta la sera tardi, o qualcuno incontrato per caso in un locale: iniziano sempre in una cucina in condivisione, con un coinquilino che conosco da tre mesi e che fino a quella notte avevo confinato alla categoria degli amici di palazzo.
Nicolò studia ingegneria biomedica al PoliMi, ha venticinque anni, una cicatrice sul sopracciglio sinistro che non gli ho mai chiesto, e quella capacità rara di stare seduto in silenzio per ore senza che quel silenzio pesi mai troppo.
L'appartamento di via Caloria e i tre mesi di convivenza silenziosa
Un fuori sede di Bari e un ingegnere di Brescia
Quando mi sono trasferito a Milano per il Politecnico, ho fatto una cosa che tutti i fuori sede conoscono e nessuno ammette: ho passato due settimane a trovare scuse per non stare in casa. Biblioteca alle otto, aule studio fino alle dieci, aperitivo in via Settembrini con i nuovi compagni di corso. L'appartamento di via Caloria, tre stanze, due bagni, cucina con il piano cottura di fine anni novanta, era solo il posto dove dormivo.
Nicolò abitava lì da un anno prima di me. Aveva lasciato libera la stanza più piccola quando la sua ex coinquilina si era trasferita, e io ero arrivato a settembre con due valigie e una borsa porta-laptop troppo piena. Il primo giorno mi aveva detto «se hai bisogno di qualcosa, chiedi» con il tono di chi non vuole essere disturbato, e io avevo interpretato correttamente: stai per i fatti tuoi, ci stai bene insieme, non dobbiamo diventare amici del cuore.
Tre mesi erano passati in quel regime. Cucina a turni, acqua minerale in frigo divisa equamente, Netflix condiviso ma in stanze separate. Nicolò, da Brescia, ingegneria biomedica, secondo anno di magistrale. Io da Bari, informatica, triennale. Ci eravamo incrociati sotto la doccia una mattina per questioni di orari e non avevamo detto nulla di imbarazzante. Era un buon coinquilino.
Aveva anche un'altra qualità che apprezzavo: non mi faceva domande. Non «e a Bari hai la ragazza?», non «stai uscendo con qualcuno a Milano?», non niente. Il silenzio di Nicolò non era indifferenza, era rispetto. L'ho capito solo più tardi.
La sera del progetto di sistemi digitali
Mezzanotte in cucina e una birra che è diventata due
Giovedì sera, fine ottobre. Avevo un progetto da consegnare il venerdì, una simulazione in MATLAB che non girava come doveva. Ero in cucina dalle undici perché il laptop surriscaldava in camera e avevo bisogno di un piano più largo. Avevo messo la cuffia su un orecchio solo, segno che non volevo essere disturbato ma che avrei risposto se qualcuno mi aveva parlato.
Nicolò è entrato alle undici e un quarto, cercava qualcosa nel frigorifero. Panino avanzato, l'ha trovato, si è seduto sul bancone invece che a tavola. Un gesto che non aveva mai fatto nelle settimane precedenti. Ha mangiato senza parlare per qualche minuto. Poi ha guardato lo schermo del mio laptop.
«Che stai facendo?»
«Simulazione. Non gira.»
«Che errore?»
Gliel'ho girato lo schermo per abitudine, senza pensarci. Lui ha guardato per dieci secondi, poi ha indicato una riga con l'indice. «Lì. Hai invertito i parametri dell'integrale.»
Aveva ragione. Ho corretto in trenta secondi. La simulazione è partita. Ho guardato il grafico convergere e ho sentito quella sensazione fisica che arriva quando un problema sparisce all'improvviso: qualcosa che si scioglie tra le spalle.
Ho aperto due birre. Non gliel'ho chiesto, le ho aperte e ne ho posata una davanti a lui sul bancone. Siamo rimasti in cucina fino all'una passata a parlare di roba che non c'entrava niente con i rispettivi corsi: la differenza tra capoluogo e provincia, il modo in cui cambia il passo quando ti muovi in una città nuova, quanto ci mette un meridionale a smettere di sentirsi fuori posto a Milano. Lui diceva che anche da Brescia, pur essendo del nord, c'era un adattamento da fare. Io non ci avevo mai pensato.
La domanda che non avevo previsto
A un certo punto, senza che la conversazione avesse avuto una svolta in quel senso, Nicolò ha detto: «Ti trovi bene con il tuo ragazzo a Bari?»
Non avevo mai detto a Nicolò che avevo un ragazzo a Bari. Non avevo mai detto a Nicolò niente di simile. Il silenzio che ho fatto deve essere stato abbastanza lungo da diventare una risposta parziale, perché lui ha alzato una mano: «Scusa. Ho visto una volta che stavi al telefono e sorridi in un modo molto specifico.»
Non avevo un ragazzo a Bari. Avevo avuto una relazione che si era chiusa a luglio, e quello sorriso che aveva intercettato era probabilmente per qualcos'altro. Però quello che mi era arrivato dalla sua frase non era l'errore fattuale, era l'assunzione che stava sotto: lui aveva dato per scontato il ragazzo.
Ho detto: «Non più.» E poi, perché qualcosa si era spostato nell'equilibrio di quella cucina e avevo voglia di restituirgli la domanda, ho aggiunto: «Tu?»
«Non ho un ragazzo a Bari,» ha detto. «Ho un ex a Bologna, che è diverso.»
Era la prima volta che parlavamo di questo. E non era strano, era solo informazione. Come scoprire che il tuo coinquilino usa la stessa marca di detersivo: non cambia niente, ma ti dice qualcosa di lui. Ci siamo guardati un momento. La cucina era silenziosa.
Quello che è successo dopo la birra della mezzanotte
La stanza di Nicolò, le casse Bluetooth e quello che ho deciso
Siamo rimasti in cucina ancora un po'. Poi lui ha detto che aveva una cosa da farmi sentire, un album che stava ascoltando quel periodo, ed ero abbastanza sveglio e abbastanza curioso da alzarmi e seguirlo.
La sua stanza era ordinata in un modo diverso dalla mia: tutto impilato verticalmente sugli scaffali invece che disperso sul pavimento. Un poster di Kraftwerk sopra la scrivania, uno schermo secondario con dei grafici aperti, una coperta sul letto tirata in modo preciso. Casse Bluetooth sul davanzale, musica bassa, una cosa tra il techno e l'ambient che non avrei saputo nominare. La finestra dava sul cortile interno e da fuori arrivava solo il rumore di un motorino lontano.
Mi sono seduto sul bordo del letto perché era l'unica cosa su cui sedersi. Lui era rimasto in piedi vicino alla scrivania. Abbiamo parlato ancora qualche minuto di cose che non ricordo bene. Poi si è avvicinato, e il modo in cui si è avvicinato era diverso da come si avvicina qualcuno che vuole mostrarti qualcosa sullo schermo.
Non c'è stata una domanda verbale, ma c'è stato un momento in cui ci siamo guardati e io ho annuito. Nicolò ha un modo di avvicinarsi che non è né precipitoso né calcolato: è solo presente. Le sue mani erano sul mio viso prima che me ne accorgessi, e stava già aspettando che io facessi qualcosa.
Ho iniziato io il bacio. Lui l'ha reso qualcosa di diverso da quello che avevo immaginato: più lento, più sensoriale, con le dita nei capelli che non tiravano ma appoggiavano. Venticinque anni, spalle larghe da uno che ha fatto sport a lungo, qualcuno che aveva chiaramente fatto questo prima e che non aveva fretta di finirlo presto.
Ci siamo spogliati quasi al buio, con solo il chiarore del display delle casse e quello che filtrava dal cortile. Nicolò ha la pelle più chiara della mia, con un leggero abbronzato sul collo e le braccia, peli sul petto e sul ventre, un busto corto su gambe lunghe. Ho notato tutto con una precisione che non avevo avuto in situazioni precedenti, come se stare in quel letto richiedesse una forma di attenzione diversa dal solito.
Ha iniziato con le mani, lentamente, imparando prima di procedere. Poi mi ha chiesto cosa preferivo, con due parole semplici, senza renderle un evento. Ho risposto nello stesso registro. Abbiamo concordato qualcosa che non si chiama negoziazione in nessuna scena dei film, ma che nella realtà occupa trenta secondi e cambia tutto quello che viene dopo.
Ho preso il tempo che avevo, con lui, senza fretta. Il ritmo era il suo, ma si adattava continuamente a quello che io davo. La musica bassa delle casse copriva ogni altra cosa. A un certo punto ho detto qualcosa di poco articolato, lui ha risposto con qualcosa di altrettanto poco articolato, e la stanza era abbastanza silenziosa da sentirci entrambi. Siamo arrivati quasi insieme, con lui qualche secondo prima di me, con quella tensione che si scioglie prima nelle spalle e poi scende.
La mattina dopo e la caffettiera sul fuoco
La mattina dopo ho sentito la caffettiera dal corridoio. Quando sono entrato in cucina, Nicolò ne stava versando due tazze senza chiedermi se ne volevo una.
Ci siamo seduti. Abbiamo bevuto il caffè. Lui ha guardato fuori dalla finestra verso il cortile interno di via Caloria, io ho guardato la tazzina per un po' e poi anche io fuori.
«Va bene?» ha chiesto, senza guardare.
«Sì,» ho detto.
E quella era la risposta completa. Anche quella sera a Bari con la famiglia, Riccardo aveva capito che alcune cose cambiano senza fare rumore. Questa era un'altra di quelle cose.





