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Racconti gay sauna a Milano: due ragazzi in cabina dopo l'intimità

Racconti gay sauna a Milano: la prima volta in cabina

| Incontri gay casuali

Mi chiamo Riccardo, ho ventitré anni, sono di Bari e vivo a Milano dal 2024 per studiare Ingegneria al Politecnico, magistrale al primo anno. Quel mercoledì pomeriggio di settembre avevo appena consegnato l'ultimo esame della sessione, e nel pomeriggio mi ero ritrovato a camminare per Lambrate con un solo pensiero: entro. Non ci ero mai stato in una sauna gay Milano, sapevo che esisteva una a Lambrate dietro una facciata anonima, ne avevo sentito parlare a una cena di amici di amici sei mesi prima e mi ero ripromesso di andarci dopo gli esami. Quel pomeriggio era il momento.

Lambrate, un braccialetto bianco, e il corridoio

La facciata era esattamente come me l'avevano descritta: una di quelle che a Milano potrebbero nascondere un negozio di tappeti o uno studio di architetti. Niente nome, solo un numero civico e una porta a vetri opacizzata, in una via laterale dietro la stazione di Lambrate. Spinsi la porta. Dietro il bancone c'era un uomo sulla quarantina che non alzò lo sguardo dal telefono. "Prima volta?" mi chiese senza alzare la testa. Annuii, anche se lui non mi stava guardando. Quindici euro di iscrizione e dieci di ingresso, mi diede un braccialetto di plastica bianca che mi ruotò subito attorno al polso, troppo largo, e un asciugamano numero 47.

Il corridoio era stretto, luci al neon, l'odore acre di cloro misto a qualcosa di dolciastro, eucalipto forse. Lo spogliatoio in fondo a sinistra: armadietti metallici azzurri, una panca di legno, due uomini sulla quarantina che si rivestivano in silenzio. Mi tolsi i vestiti con movimenti meccanici, infilai l'asciugamano alla vita, troppo piccolo per coprirmi decentemente. Passai davanti a uno specchio appannato e il mio riflesso era una macchia pallida, capelli già bagnati per il calore dell'aria. Andai verso la sala vapore.

La sala vapore, e l'uomo dall'altra parte della panca

Aprii la porta della sala vapore e un muro di umidità mi investì. La luce era blu, bassa, il vapore così denso che a due metri non distinguevi un volto. Mi sedetti su una panca di legno scuro, il calore penetrava immediatamente nella pelle. Provai a regolare il respiro, l'aria era pesante e dolce.

Attraverso la nebbia, dopo qualche minuto, vidi un'ombra seduta sulla panca di fronte. Capelli scuri, spalle ossute, un corpo asciutto che si intravedeva appena. Non sorrideva. Fissava il vuoto, o forse fissava me. Provai un mezzo cenno con il capo, impercettibile. Lui non rispose, ma non distolse lo sguardo. Rimase immobile, e quella immobilità mi parve piena di un'intenzione trattenuta. Dopo quello che mi parve un minuto, ma che forse furono dieci secondi, lui si spostò sulla mia stessa panca. Non vicinissimo, ma abbastanza perché il nostro calore si mescolasse.

"Fa un caldo boia," disse, voce bassa, accento romano leggero.

"Sì," risposi, e fu l'unica parola che riuscii a dire.

La sua gamba sfiorò la mia. Non si ritrasse. Sentii il contatto dell'asciugamano bagnato sulla mia coscia, poi la pelle sotto. Misi una mano sul suo ginocchio. Lui inspirò leggermente, poi coprì la mia mano con la sua, premendo. Le dita erano lunghe, calde.

"Annamo de là?" disse. La sua voce era più incerta di quanto non volesse far credere. Annuii senza parlare.

La cabina, e una porta che chiude male

Ci alzammo, uscimmo dalla sala vapore in un corridoio più fresco. Lui camminava davanti a me. Vidi un piccolo tatuaggio geometrico sul suo fianco sinistro, una serie di triangoli neri uno dentro l'altro. Aprì una porta di cabina al primo livello del corridoio. Entrammo. La porta non chiuse bene al primo colpo; lui la richiuse con più forza, e il click del chiavistello mi fece sobbalzare.

Nella cabina c'era una panca larga circa novanta centimetri rivestita di legno scuro, un piccolo lavandino in metallo, niente di altro. Lo spazio era circa un metro e mezzo per un metro e mezzo, l'aria stagnante, odore di legno bagnato e di noi. Ci guardammo. Lui aveva gli occhi scuri, le palpebre un po' pesanti, una barba di un giorno. Non sorrideva ancora.

"Stai bene?" mi chiese.

"Sì."

"Prima volta in una sauna?"

"Sì."

Mi baciò. Non un bacio preliminare, ma profondo, immediatamente con la lingua. Le mani mi presero la testa, le dita nei capelli. Risposi con la stessa urgenza. Gli asciugamani erano già allentati, scivolarono a terra uno dopo l'altro. Il mio cadde goffamente, avvolgendosi a un piede. Lui lo guardò, io guardai lui, e per una frazione di secondo entrambi ridemmo. Una risata breve, soffocata. Fu come se qualcosa si rompesse. Il suo viso si ammorbidì. "Vie' qua," disse, e mi tirò gentilmente verso la panca.

Mi feci sedere sulla panca, lui si inginocchiò davanti a me. La sua bocca era esperta in un modo che mi spiazzò, perché in quel momento non sapevo che differenza ci fosse fra un esperto e uno alla terza volta come scoprii poi che era lui. Ho appoggiato una mano sulla sua nuca, leggera, e ogni volta che trovava un ritmo che mi faceva accorciare il respiro lui rallentava di sua iniziativa. Quando mi sono sentito troppo vicino gli ho stretto la spalla. Si è tirato su. "Aspetta," mi ha detto. "Vorrei fare un'altra cosa, se ti va."

"Sì."

"Hai mai…?"

"No. Non ancora."

"Ho un preservativo nell'asciugamano, di sicuro, qui dentro non si entra senza."

L'ha tirato fuori dalla piega laterale dell'asciugamano caduto. Mi sono messo a quattro zampe sulla panca, ginocchia divaricate, una mano sulla parete di legno per tenermi. Lui in piedi dietro di me, una mano sulla mia schiena fra le scapole.

"Andiamo piano. Tu fermi quando vuoi."

"Va bene."

È entrato lentamente, con calma. La prima cosa che ho sentito è stata il bisogno di respirare a bocca aperta, perché tutto si stringeva in un punto solo. "Respira," ha sussurrato dietro di me. Ho respirato. Il dolore iniziale è diventato qualcosa di diverso dopo qualche secondo, e quando lui ha cominciato a muoversi, basso e profondo, ha tenuto un ritmo controllato dal fatto che le pareti delle cabine non sono insonorizzate e nel corridoio si sentivano ancora i passi di altri uomini. Abbiamo dovuto stare attenti al respiro più che ai movimenti. La panca di legno scricchiolava a ogni movimento, e a un certo punto ha cambiato leggermente angolazione, ed è stato allora che ho emesso un gemito che non riconoscevo come mio.

"Te piace?" ha chiesto, voce roca.

"Sì."

Le sue mani mi tenevano i fianchi, le dita affondavano nella carne. Sentivo il sudore colarmi lungo la schiena, il suo sudore che gocciolava sulla mia nuca. Quando ha cominciato a respirare a scatti gli ho sentito una mano stringere il mio fianco una volta, breve, preciso, e tutto si è chiuso silenziosamente come doveva, la sua fronte appoggiata fra le mie scapole.

Sono rimasto fermo qualche secondo. Lui si è ritirato lentamente, ha tolto il preservativo, l'ha annodato e l'ha messo nel cestino di plastica nell'angolo della cabina, accanto al lavandino. Ci siamo seduti sulla panca, accanto, le spalle che si toccavano, respirando entrambi affannosamente. La cabina era piena del nostro odore, muschio, sale, sesso.

I nomi, e una stretta di mano goffa

Lui ha appoggiato la testa contro il muro, gli occhi chiusi.

"Tommaso, comunque," ha detto senza aprirli.

"Riccardo."

Ha aperto gli occhi, mi ha guardato. Ha sorriso, finalmente. Mi ha teso una mano, una stretta goffa, umida. "Piacere." Ho ridacchiato. "Piacere mio."

"Te dico la verità," ha sussurrato dopo un momento, abbassando la voce come se temesse che qualcuno fuori potesse sentire, "è la mia terza volta qui. Faccio finta de sapé come funziona ma è tutto un casino."

Ho scosso la testa, un sorriso mi è sfuggito. "Io è la prima. Quindi siamo pari."

Ha riso, una risata vera questa volta, che gli ha illuminato gli occhi. "Madonna, che figura. E io che pensavo fossi un esperto."

"Anch'io di te," ho ammesso.

Ci siamo guardati, e il silenzio che è seguito non è stato imbarazzante, ma pieno di una strana intimità.

"Cosa studi?" mi ha chiesto dopo un po'.

"Ingegneria al Politecnico, magistrale al primo anno."

"Serio? Io fisica, dottorato. Sempre Politecnico."

"Romano?" Ho azzardato, anche se ormai era chiaro.

"Sì. Tu?"

"Bari."

Ha annuito. "Due meridionali a Milano." Ha sorriso di nuovo.

Ho notato che il mio braccialetto bianco continuava a ruotarmi attorno al polso, largo, fastidioso. L'ho sistemato, senza che lui se ne accorgesse.

Ci siamo alzati, ci siamo lavati velocemente al lavandino minuscolo. L'acqua era fredda. Ci siamo rivestiti in silenzio, ma non un silenzio teso. Ci siamo scambiati un ultimo sguardo prima di uscire dalla cabina. Nel corridoio la luce sembrava più cruda. Siamo tornati ai rispettivi armadietti, ognuno per i fatti suoi.

Quando ci siamo incontrati di nuovo alla reception per restituire braccialetti e asciugamani, lui ha estratto il telefono. "Ti va di metterci in contatto?" mi ha chiesto, tenendo lo schermo in modo che potessi vedere il suo profilo Instagram. Ho annuito. L'ho cercato, l'ho seguito. Lui ha fatto lo stesso. "Se ti va di rivederci, sai dove trovarmi," ha detto, con quel mezzo sorriso che ormai conoscevo.

Siamo usciti insieme. Fuori era imbrunito, l'aria di settembre a Milano aveva quella leggera frescura che sa già d'autunno. Ci siamo fermati sul marciapiede, davanti alla porta anonima. "Ciao, Riccardo." "Ciao, Tommaso." Un mezzo abbraccio, goffo, con le borse a tracolla che ci sbattevano contro. Poi lui ha svoltato a sinistra, io a destra.

Ho camminato per un centinaio di metri, le gambe ancora leggermente traballanti. Non sapevo se gli avrei scritto, ma sapevo che non l'avrei dimenticato. Il braccialetto, alla fine, l'avevo restituito. Il resto no.