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Gay Viterbo - Bagnaccio terme nel tufo - racconto gay

Gay Viterbo: un sabato mattina di Tommaso al Bagnaccio

| Coming out

Ci sono posti che non hai messo in agenda e che poi ti restano addosso per settimane. Tommaso non sapeva che quel sabato mattina di ottobre a gay Viterbo avrebbe funzionato così.

Ci sono posti che non hai messo in agenda e che poi ti restano addosso per settimane. Tommaso non sapeva che quel sabato mattina di ottobre a gay Viterbo avrebbe funzionato così. Aveva il treno per tornare a Milano nel pomeriggio, uno zaino mezzo vuoto, e un consiglio di Daniele, il ricercatore toscano con cui aveva condiviso la stanza del convegno: «Vai al Bagnaccio. Vasche nel tufo, acqua calda, gente tranquilla. Vale il biglietto del regionale.» Non c'era nient'altro da fare fino alle quattordici, così era andato.

Il Bagnaccio: sorgenti nel tufo

Il taxi lo aveva lasciato su una strada di campagna, davanti a un cancello di ferro senza insegne. Oltre il cancello, un sentiero tra cipressi e ortiche. Tommaso aveva pensato di essersi sbagliato posto. Poi aveva sentito l'odore, quel calore lieve di zolfo che non è sgradevole se ci sei dentro, è solo diverso, come l'aria di un posto che esiste a pezzi, non tutto insieme.

Le vasche erano quattro, scavate nel tufo grigio, una più in basso dell'altra, collegate da piccoli canali dove l'acqua scorreva silenziosa. L'acqua era verde-grigiastra e fumava appena nell'aria fresca del mattino. Intorno: alberi bassi, un vecchio con un asciugamano sulle spalle, due ragazze che parlottavano in francese senza alzare la voce. Qualcuno dormiva sull'erba con un braccio sugli occhi.

Tommaso si era fermato sull'orlo della terza vasca, quella più riservata, nascosta parzialmente da un muretto di pietra bassa. Si era guardato intorno una volta sola. Aveva appoggiato lo zaino su un sasso, si era sfilato le scarpe, poi i pantaloni, poi la maglietta. Il tatuaggio triangolare sul fianco sinistro era rimasto lì a guardare il paesaggio. Si era immerso lentamente, fino alle spalle, e aveva espirato.

L'acqua a trentasette gradi

L'acqua era calda esattamente quanto serviva. Non bollente, non tiepida: quella temperatura precisa in cui i muscoli delle spalle smettono di reggere qualcosa che non sapevano di stare reggendo. Tommaso aveva chiuso gli occhi. Aveva pensato a Tel Aviv, al mese prima, alla spiaggia di Hilton Beach dove era successa una cosa che ti riapre la testa. Aveva pensato che forse stava imparando a stare in posti nuovi senza fare programmi. Stava imparando a lasciare che le cose succedessero.

Poi aveva aperto gli occhi e aveva visto Pietro.

Pietro, le mani e il silenzio

Era entrato nella vasca dall'altra parte, senza fare rumore. Trentaquattro anni, capelli scuri tagliati corti, pelle olivastra di chi lavora dentro ma d'estate sta fuori. Aveva una cicatrice sottile sopra il sopracciglio sinistro che lo rendeva riconoscibile anche da lontano. Le mani erano grandi, le dita un po' consumate, il tipo di mani di chi usa gli strumenti o si muove molto con le braccia. Aveva sorriso verso di lui senza motivo specifico, non per attaccare discorso, solo come si sorride a qualcuno che è nel tuo stesso posto per le stesse ragioni.

Tommaso aveva risposto allo stesso modo.

Per venti minuti non avevano parlato. L'acqua li aveva tenuti nella stessa vasca a distanza di un metro, e ogni tanto si guardavano per un secondo e guardavano da un'altra parte, come si fa quando stai capendo qualcosa che non hai ancora deciso di nominare. Ogni tanto l'acqua si increspava leggermente perché qualcuno fuori dalla vasca camminava sull'erba. Era una mattina di ottobre in cui il sole era pallido ma presente, e sulla pietra del tufo c'erano riflessi che si spostavano piano.

Era stato Pietro a muoversi per primo. Non verso di lui, ma verso il bordo più basso della vasca, dove l'acqua usciva in un rivolo e finiva nel tufo. Si era seduto sul gradino di pietra con l'acqua fino alla vita. «Sei qui per il convegno, o solo?»

«Solo. Quasi. C'è stato un seminario ieri, stamattina sono libero.»

«Peccato per il seminario.»

Tommaso aveva riso. «Mica tanto, te dico.»

La quinta vasca

Erano rimasti a parlare senza dirsi molto: fisica, il Politecnico, Viterbo fuori stagione, un ristorante con il cinghiale in centro. Pietro insegnava storia alle medie, veniva al Bagnaccio due o tre volte l'anno, conosceva il posto a memoria. Ogni tanto tacevano e guardavano l'acqua. Non era un silenzio imbarazzante, era il tipo di silenzio che hai con qualcuno quando avete già capito cosa volete senza doverlo spiegare. Qualcosa che si conosce senza averlo imparato, come una lingua seconda che parli solo in certi posti.

Pietro aveva indicato un sentiero oltre una recinzione bassa, nascosta dagli alberi. «Là di solito non c'è nessuno.»

Non era una domanda.

Tommaso lo aveva seguito.

Nella vasca nascosta

Il sentiero portava a una quinta vasca, più piccola, senza gradini, circondata completamente dal tufo. Non c'era nessuno. L'acqua aveva la stessa temperatura delle altre, ma era più trasparente, e sul fondo si vedevano le bolle che salivano piano da una fessura nella roccia, lente e regolari come un respiro.

L'acqua nella quinta vasca aveva una sua logica separata. Le bolle dal fondo salivano regolari come una respirazione autonoma della roccia, e l'unico suono era l'acqua che scorreva via dal bordo nel silenzio della mattina. Nessuno aveva seguito il sentiero dopo di loro. Si erano immersi insieme. Pietro aveva avvicinato le dita al tatuaggio sul fianco sinistro di Tommaso, senza chiedere, ma lentamente, lasciandogli il tempo di spostarsi se non aveva voglia. Tommaso non si era spostato. Aveva sentito le dita di Pietro seguire il bordo del triangolo nero, tre lati, tre vertici, come se stesse leggendo qualcosa scritto sulla pelle.

«Triangolo,» aveva detto Pietro. «Geometria.»

«Fisica,» aveva risposto Tommaso. «È uguale.»

Pietro aveva avvicinato la bocca alla sua senza fretta, come si fa quando hai capito da un po' e non stai cercando di convincere nessuno. Il bacio era stato preciso, breve, poi più lungo. L'acqua intorno a loro odorava di zolfo e il sole di ottobre filtrava tra le foglie degli alberi e faceva riflessi sul tufo grigio.

Tommaso aveva passato le mani sulla schiena di Pietro, sul calore della pelle sotto l'acqua. I muscoli del collo, le spalle larghe, la linea della schiena che scendeva fino dove l'acqua diventava più scura. Pietro aveva le mani sicure, abituate a capire cosa stava toccando: aveva esplorato il petto di Tommaso, il ventre, i fianchi, come stesse imparando qualcosa che aveva senso conoscere. Poi lo aveva girato piano verso il bordo di pietra della vasca, l'acqua al petto, e Tommaso aveva appoggiato i palmi sul tufo freddo fuori dall'acqua mentre sentiva il peso di Pietro dietro di lui, l'acqua che si spostava con i movimenti lenti, la respirazione che cambiava registro.

Era successo piano, con le pause giuste. Pietro chiedeva con i movimenti, e Tommaso rispondeva con il corpo: più lento, così, aspetta. A un certo punto aveva detto ad alta voce «Aspetta» e Pietro si era fermato di colpo, senza un secondo di esitazione, e si erano guardati, poi Tommaso aveva detto «È bene, voglio solo girare» e si erano riposizionati con l'acqua che schizzava sul bordo e poi erano tornati quieti, fronte contro fronte nell'acqua calda. I capelli bagnati di Pietro gli erano caduti sugli occhi. Tommaso glieli aveva spostati con il pollice.

Il climax era arrivato in silenzio, quasi, solo il respiro di Pietro che diventava irregolare e una mano stretta sulla spalla di Tommaso che lasciava un segno rosso che sarebbe andato via in venti minuti. Poi quiete. L'acqua che tornava ferma attorno a loro, le bolle dal fondo che salivano come sempre.

Erano rimasti abbracciati per qualche minuto, la schiena di Pietro contro il petto di Tommaso, entrambi con l'acqua fino alle spalle, la testa di Pietro appoggiata leggermente sotto il mento di Tommaso. Dopo un po' Pietro aveva detto, basso: «Come si chiama il seminario?» e Tommaso aveva riso e aveva detto «Meccanica statistica delle transizioni di fase.» E Pietro aveva detto «Sembra esattamente quello che è successo.»

Il treno delle quattordici

Si erano rivestiti sulla riva del sentiero senza fretta ma senza trattenere niente. Pietro aveva controllato l'ora sul telefono, poi aveva alzato gli occhi. Tommaso stava guardando l'acqua della vasca che tornava ferma. Avevano percorso il sentiero fino all'uscita insieme e lì si erano salutati con due baci, come si fa tra persone che si sono incontrate e basta.

Tommaso aveva aspettato il taxi sulla strada di campagna. L'aria era fresca, il sole già in discesa anche se mancavano quattro ore al tramonto. Aveva controllato il telefono: nessun messaggio urgente, il treno confermato, una mail del relatore per il riepilogo del convegno.

Aveva messo le cuffie e aveva aspettato. Fuori, un campo appena arato e due colline basse che diventavano blu verso l'orizzonte. Viterbo era già tre chilometri indietro e non l'aveva vista bene nemmeno arrivando. Il profumo di zolfo che restava ancora sui capelli. Le mani di Pietro, grandi e sicure. E quella sensazione, la stessa di Tel Aviv, di stare diventando una versione di sé che sapeva riconoscere i posti giusti prima ancora di capire perché.

Il taxi era arrivato. Tommaso era salito, aveva detto «Termini, grazie», e aveva guardato fuori dal finestrino la campagna viterbese che scorreva, il tufo, i cipressi, le prime case. Milano era a tre ore. Abbastanza.