Vai al contenuto principale
Sauna gay Firenze: interno di una sauna con luce ambrata

Sauna gay Firenze: l'ottobre che non avevo in programma

| Incontri gay casuali
Detesto restare fermo. Quando la riunione con il cliente si chiude un'ora e mezza prima del previsto, il mio istinto è aprire il portatile nel bar dell'albergo e usare quel tempo per qualcosa. Invece mi sono ritrovato sul lungarno con il sole che tagliava basso tra i palazzi, ottobre a Firenze che sa fare le cose in grande, e nessuna call in agenda fino alle diciotto. Ho cercato sauna gay Firenze sul telefono, tra un messaggio di Slack e uno screenshot della presentazione da rivedere. Non era la prima volta in città, ma era la prima volta che cercavo questo.

Oltrarno, le due del pomeriggio

La struttura era in un vicolo stretto nell'Oltrarno, a due passi da piazza della Passera: porta nera senza insegna, citofono, due gradini verso il basso. Il tipo di posto che si trova solo cercando, e che non compare nelle guide. Dentro, il banco di accettazione con un ragazzo sui venticinque anni che alzava la testa dal telefono quanto bastava per prendere i contanti, consegnare l'asciugamano e indicare gli spogliatoi con un gesto pratico, senza cerimonie.

Il rito di ingresso

Il rito è sempre lo stesso, in qualsiasi città. Spogliatoi con armadietti di metallo, la combinazione che non ricordi mai, il rumore del lucchetto che si chiude. Poi l'asciugamano in vita, le ciabatte di plastica, il momento in cui fai scattare l'armadietto e ci lasci dentro il telefono, le email, il modello in Excel che devi rivedere prima di domani. Il telefono mi pesava in tasca da tre giorni. Lasciarlo lì era la cosa più sensata che facessi da lunedì mattina.

La zona umida era piccola ma ben tenuta: sauna secca, area vapore, una piscina fredda di due metri per due. L'aria aveva quel calore denso che si sente entrare dal petto verso il basso. Ho fatto dieci minuti nel vapore da solo, guardando il soffitto di mattonelle bianche, a non pensare a niente. Ottobre in viaggio sa essere pesante. Tre giorni di aereo, hotel, riunioni, Firenze dopo Amburgo dopo Londra, e il corpo che alla fine smette di sapere in che fuso orario si trova.

L'area relax

Erano le quattordici di un mercoledì. L'Oltrarno fuori sonnecchiava, i turisti erano ai musei o nelle trattorie, e la sauna aveva quella calma sospesa che certi posti così hanno nel mezzo del pomeriggio feriale. Tre persone in giro quando sono uscito dalla zona vapore: un signore sulla sessantina con gli occhi socchiusi in poltrona, un ragazzo con le cuffie nel collo che faceva sembrare di essere altrove, e lui.

Niccolò, prima di sapere il suo nome

Era seduto nell'angolo con le gambe larghe e le braccia lungo i fianchi, asciugamano piegato sulle cosce con cura. Mani grosse, avambracci segnati dal lavoro fisico, piccola cicatrice bianca sul pollice sinistro. Barba incolta, scura, capelli neri ricci tagliati corti ai lati. Trentacinque anni, forse qualcosa in più. Corporatura solida, il tipo che non si affretta.

Mi ha guardato una volta, diretto e senza giochi, poi ha distolto gli occhi verso il soffitto. Non era indifferenza. Era il modo in cui certi uomini comunicano che hanno capito e che non hanno fretta di dimostrarlo.

Mi sono seduto a due poltrone di distanza. Ho aspettato, guardando anche io il soffitto. Cinque minuti, forse sei. Poi lui si è alzato, si è avviato verso le cabine private con il passo di chi sa dove va, si è fermato a metà corridoio e ha girato la testa quanto bastava. Non ha detto niente. Non era necessario.

L'avevo già capito quest'estate, in una cabina sul Mediterraneo: certe ore il corpo sa cosa vuole meglio di qualsiasi agenda.

La cabina

Quattro metri quadrati, una brandina stretta rivestita di finta pelle, un gancio per l'asciugamano, una lampada bassa con la luce rossa sul soffitto. Lui ha chiuso la porta con la pressione giusta perché si sentisse il clic ma non il rumore.

Ho notato i gesti. Preciso, come uno che lavora con le mani e sa che i movimenti sbagliati costano.

Il ritmo che non si discute

Ha iniziato lui. Mani sulle mie spalle, non un tentativo, una presa. Pollici che sentivano se ero teso, che aspettavano la risposta del muscolo. Tre secondi in cui nessuno dei due ha fatto nient'altro, e sono bastati.

Ci siamo tolti gli asciugamani quasi insieme. Era compatto, il petto coperto di peli scuri, le cosce di chi sta in piedi tutto il giorno su pavimenti di pietra. Una piccola cicatrice sull'anca destra, vecchia. Non ho chiesto.

Ha cominciato con la bocca sul mio collo, appena sotto l'orecchio, la barba incolta che graffiava il punto esatto. Le sue mani tenevano i miei fianchi fermi mentre lui si muoveva con lentezza, come se volesse prendere tutte le misure prima di decidere qualcosa. Ho messo le mani sul suo petto, dita tra i peli, e lui ha emesso un suono basso, quasi un'approvazione.

La brandina era stretta ma non ci importava. Ci siamo mossi su un fianco, le gambe intrecciate, e lui ha preso il ritmo da solo: lento, costante, il tipo di ritmo che non si discute. Ho lasciato che guidasse. Certi corpi sanno come si fa meglio di quanto si potrebbe spiegare a parole.

Ha usato le mani dappertutto, metodico e non frettoloso. Petto, fianchi, schiena, la curva della coscia. Ogni passaggio controllato, come uno che valuta la qualità di un materiale prima di lavorarlo. Ho smesso di pensare a qualsiasi altra cosa abbastanza in fretta.

Quando ha capito che ero pronto, il gesto è stato preciso: ha aperto il cassetto della mensola bassa, preso il preservativo dalla ciotola di plastica, alzato gli occhi su di me per un secondo. Domanda silenziosa. Ho annuito. Lui ha fatto tutto con la stessa calma di prima, nessuna pausa, nessuna cerimonia.

Il ritmo è cambiato solo verso la fine. Prima metodico, quasi pedagogico, poi qualcos'altro, più urgente: lui con una mano sul bordo della brandina per tenersi e l'altra aperta sul mio petto. Ho sentito che stava per arrivare dal modo in cui il respiro smetteva di essere controllato, una cosa meccanica che diventava qualcos'altro. L'ho raggiunto quasi nello stesso momento, con una delle sue dita che stringeva il mio polso come in un accordo silenziato.

Silenzio. Il rumore attutito del corridoio fuori, passi lontani, il frinire dell'impianto di riscaldamento nel soffitto.

Fuori, il sole obliquo

Prima di andarsene

Ci siamo alzati senza parlare. Lui ha fatto un cenno verso il bagno condiviso e io ho aspettato. Quando è uscito mi ha guardato e ha detto, la prima parola da quando eravamo entrati in cabina: «Restauratore. Mobili antichi.» Come se rispondesse a una domanda che non avevo fatto.

«Consulente», ho detto. «Strategia.»

Ha fatto un mezzo sorriso, annuito come se avesse capito qualcosa di preciso su di me, poi ha preso l'asciugamano e se n'è andato verso gli spogliatoi senza aggiungere altro.

Fuori erano le quindici e dodici. Il sole era ancora alto, l'Arno rifletteva qualcosa di arancione sui palazzi, e le diciotto sembravano abbastanza lontane. Ho camminato verso il ponte con le scarpe che risuonavano sul selciato, le spalle ferme, il petto leggero. Il telefono aveva sei notifiche. Le ho lette tutte. Nessuna era urgente.