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Crociera gay Mediterraneo - Tommaso in mare

Crociera gay Mediterraneo: il viaggio dopo i comprehensive

| Incontri gay casuali

La prima volta che ho cercato una crociera gay nel Mediterraneo ero convinto di volermi semplicemente riposare. Tre anni di dottorato in fisica al Politecnico di Milano, i comprehensive superati a giugno con una media che nemmeno speravo, e finalmente una settimana a bordo: niente orari, niente scadenze, niente simulazioni numeriche alle due di notte. Me lo meritavo. Me l'ero promesso nel febbraio peggiore, quello dei tre crolli di fila: se superavo al primo tentativo, avrei prenotato qualcosa di assurdo per i miei standard. E io, che volo low cost e dorme in ostelli quando può, aveva prenotato una cabina singola su una nave da crociera che partiva da Civitavecchia.

Imbarco a Civitavecchia: primo giorno in mare aperto

La cabina interna, il sole sul lido, il buffet di sera

La cabina era esattamente quello che il prezzo prometteva: quattordici metri quadri senza finestre, un letto singolo a muro, un piccolo armadio a specchio, un televisore che non avrei mai acceso. Claustrofobica se ci passavi del tempo, perfetta se usavi la nave come doveva essere usata, come piattaforma galleggiante da abitare il meno possibile. Ho lasciato la borsa, ho fatto una doccia veloce e sono salito sul ponte lido.

Il sole delle cinque del pomeriggio picchiava ancora forte. La nave aveva preso il largo intorno alle tre, superando il porto di Civitavecchia con il suono basso del corno, e adesso il profilo della costa laziale era già solo una linea grigia all'orizzonte. Ho preso un caffè al bar del ponte, mi sono seduto su una sdraio e ho guardato l'acqua. Per la prima volta in mesi, non avevo nessun articolo da leggere, nessun codice da debuggare, nessuna riunione da preparare. Solo il mare, il rumore del vento caldo e la consapevolezza un po' strana di aver fatto una cosa che non mi appartiene, almeno sulla carta.

Mi sono fatto un giro completo della nave nel pomeriggio: la piscina principale già affollata, il bar interno con l'aria condizionata gelida, il teatro con le sedie di velluto bordeaux. Ogni tanto qualcuno mi sorrideva nel modo di chi valuta se attaccare bottone, poi lasciava perdere. Andava bene così. A cena il buffet era caotico e rumoroso: famiglie, coppie di anziani, gruppi di amici in gita di luglio. Mi sono seduto da solo con un piatto di pesce e un bicchiere di vermentino, e mi sono guardato intorno nel modo che faccio quando voglio capire dove mi trovo davvero.

Fabrizio al bar del lido

Il ricercatore di Bologna e due ore di conversazione

L'ho incontrato quella sera tardi, verso le undici, al bar del ponte posteriore. Luci basse, qualche coppia che ballava su una musica troppo alta, io al bancone con un gin tonic che avrei dovuto finire mezz'ora prima. Fabrizio si è seduto due sgabelli più in là, ha ordinato qualcosa di scuro senza dire il nome, e ha tirato fuori il telefono con l'aria di chi vuole segnalare al mondo che è lì solo per distrarsi.

Poi si è girato e ha detto: «Anche tu sei fuggito dalla sala da ballo?»

Trentadue anni, ricercatore in chimica organica all'Università di Bologna, capelli scuri tagliati corti con un taglio preciso che tradiva un barbiere di fiducia. Spalle larghe, quelle di uno che ha giocato a rugby da universitario e non si è mai fermato del tutto, si vedeva dalla postura, dalla larghezza delle mani. Rideva con tutto il corpo quando qualcosa lo divertiva davvero, inclusa la battuta stupida che ho fatto sul gin tonic e le leggi della termodinamica applicata al ghiaccio che si scioglie. «Fisico, quindi», ha detto.

«Dottorando. Ma sì.»

Abbiamo parlato per quasi due ore. Di ricerca, di fondi che mancano sempre, di quella sensazione esatta che si prova quando una simulazione numerica converge finalmente dopo tre settimane passate a cercare il bug in duecentocinquanta righe di codice. Fabrizio la conosceva, aveva quella stessa energia scarica e soddisfatta di chi ha passato mesi a inseguire qualcosa di imprendibile. Era il tipo di conversazione che di solito faccio con Riccardo, il mio collega dottorando preferito, quello con cui a volte finisco a parlare fino alle tre di notte per nessun motivo che riesca a spiegare razionalmente.

Ho tenuto quel pensiero fermo per un secondo, poi l'ho lasciato andare.

Fabrizio ha ordinato un altro giro senza chiedere e io non ho detto di no. Quando il bar ha cominciato a svuotarsi, lui ha sistemato il bicchiere sul bancone e ha guardato verso il corridoio. «Vuoi salire a vedere la cabina con l'oblò?», ha detto, con il tono di chi fa una domanda che non è solo una domanda.

«Sì», ho detto.

La cabina di Fabrizio

Quello che è successo sul Tirreno di notte

La sua cabina era una doppia con oblò sul lato babordo, il tipo di lusso relativo che viene dalla prenotazione fatta con anticipo. Ci siamo seduti sul bordo del letto, lui con un bicchiere preso dal minibar, io senza niente tra le mani, e c'era quella specie di silenzio che non è imbarazzo ma aspettativa.

Mi ha toccato il polso prima di qualsiasi altra cosa, lentamente, come per verificare che fossi d'accordo. Poi ha spostato la mano sul fianco destro, sfiorandomi attraverso la maglietta, e io ho sentito il bordo del suo pollice fermarsi esattamente dove inizia il tatuaggio geometrico. «Posso?», ha chiesto. Ho alzato la maglietta io stesso.

Quello che è venuto dopo si è mosso con una calma insolita per una cosa che di solito ha urgenza. Fabrizio sapeva il fatto suo: bocca sul collo, mani che lavoravano senza fretta, e la sensazione della sua barba corta che grattava la pelle del petto. Ho chiuso gli occhi e ho lasciato che succedesse. La luce fioca dell'oblò disegnava ombre lunghe sul soffitto della cabina, e fuori il Tirreno scorreva via senza fare rumore.

L'ha preso dal comodino con gesto preciso, ha detto due parole e si è sistemato con una naturalezza che non cercava l'eleganza. Sentivo il movimento della nave, impercettibile ma costante, come una respirazione lenta che ci conteneva entrambi. Fabrizio mi teneva per le spalle e io tenevo le mani sul suo dorso, seguendo il ritmo, e per un po' non ho pensato a niente di specifico.

Poi ci ho pensato.

Un'immagine rapida, non una fantasia strutturata: la voce di Riccardo che dice il mio nome con la erre romana larga, quella che sento alle tre di notte quando restiamo svegli a parlare di cose che non contano quanto sembrano. L'immagine è durata meno di un secondo e poi è scomparsa. Ho stretto le mani sul dorso di Fabrizio e sono rimasto presente, qui, su questa nave, su questo letto con il mare fuori dall'oblò.

Il climax è arrivato con una pressione e poi una quiete fisica piena. Fabrizio si è lasciato andare di lato ridendo piano in modo automatico, quel riso di scarico che non ha niente di comico, e ha detto: «Hai voglia di un'altra acqua frizzante dal minibar?»

Post-coitum e corridoio vuoto

Abbiamo bevuto in silenzio, seduti sullo stesso letto sfatto, con il rumore del mare che filtrava dall'oblò. Era una buona compagnia, quel silenzio. Fabrizio si è addormentato senza annunciarlo, semplicemente è scivolato nel sonno con la bottiglia ancora in mano, e io l'ho posata sul comodino e sono rimasto fermo qualche minuto a guardare il soffitto bianco.

Poi mi sono alzato piano, ho preso i vestiti dal pavimento senza fare rumore, e sono uscito nel corridoio vuoto.

Sul ponte di prua prima dell'alba

Riccardo a bordo senza ancora esserci

Il ponte di prua era deserto a quell'ora. La nave stava percorrendo la tratta notturna verso Palermo, lentamente, e l'acqua intorno era nera lucida con il riflesso delle stelle. Ho appoggiato i gomiti al corrimano freddo di sale e ho respirato.

Pensavo a Riccardo. Non nel modo rapido e rimosso di prima, dentro la cabina di Fabrizio. Ma al fatto concreto che tra una settimana saremmo stati sulla stessa nave, lui e io, con una cabina doppia già prenotata per la tratta Palermo-Napoli che aveva proposto lui, «per stare qualche giorno assieme dopo l'estate», e io avevo detto di sì prima che finisse la frase.

A Capocotta, quella volta da solo a luglio, avevo pensato che bastasse stare con me stesso per capire qualcosa. Forse funzionava così anche qui, solo che il mare era più largo e Riccardo era già a bordo da una settimana prima di salire.

Mi sono passato una mano tra i capelli e ho guardato l'orizzonte nero. La nave avanzava. Palermo era ancora lontana e io avevo il tempo di non decidere niente, almeno per stanotte.