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Racconti gay laureando: Riccardo, la tesi e il prof

Racconti gay laureando: Riccardo, la tesi e il prof

| Incontri gay casuali

Tra i racconti gay laureando che non avevo mai immaginato di vivere, questo è il più difficile da mettere in ordine. Sono Riccardo, ho ventitré anni, vengo da Bari e studio Ingegneria Informatica al Politecnico di Milano dal 2024. La tesi di laurea triennale, un lavoro sull'ottimizzazione degli algoritmi di routing nelle reti distribuite, mi stava mangiando da tre mesi. Avevo consegnato tre capitoli, il quarto non tornava. Mezzanotte e venti, la finestra del mio monolocale aperta sul cortile buio della Bovisa, il laptop ancora acceso con il terminale pieno di errori che non riuscivo a leggere. Il telefono vibra sul tavolo: il professor Ferrara, il mio relatore, mi scrive che ha appena letto i capitoli e vuole sentirmi.

Il professore che non ti aspetti

Il professor Ferrara aveva quarantadue anni, barba corta con qualche filo grigio solo alle basette, occhi chiari di chi passa metà della vita davanti agli schermi. L'avevo incontrato la prima volta alla presentazione dei relatori di tesi, un martedì di ottobre dell'anno prima, in un'aula al quarto piano che odorava di proiettore acceso. Aveva spiegato la sua area di ricerca -- sistemi distribuiti ad alta tolleranza ai guasti -- con una semplicità che non ti aspetti da chi ha venti pubblicazioni internazionali. Mi ero iscritto nella sua lista il giorno dopo, quasi senza pensarci.

Nei mesi successivi avevamo comunicato quasi solo via email. Poche righe, precise, senza gli orpelli formali che usano i professori anziani. Quando mi aveva mandato le correzioni al terzo capitolo aveva scritto: "Buon lavoro, questo ragiona." Avevo riletto quella frase tre volte prima di rispondere. Non capivo bene perché continuasse a tornarmi in mente.

Mi aveva sempre trattato come uno studente competente, non come un problema da gestire o come l'ennesimo laureando da smistare verso giugno. C'era una qualità di attenzione nelle sue email che mi sembrava rara. Mi facevo domande su questo, certi pomeriggi tra una sessione di codice e l'altra, e poi smettevo di farmele perché non sapevo ancora dove portavano. Era più facile concentrarsi sugli algoritmi.

Quella sera a mezzanotte aveva scritto: "Ho letto i capitoli. Ci sono alcune cose che voglio discutere prima che tu vada avanti. Hai un momento per una chiamata?" Presente. Non "quando puoi", non "in settimana". Quella notte stessa. Ho chiamato quasi subito, ancora seduto davanti al laptop con gli errori sullo schermo e il coinquilino già addormentato nell'altra stanza.

La chiamata e quello che non ha detto

La voce era quella solita, calma, con quella leggera inflessione ligure che non riuscivo mai a collocare con precisione geografica. Ha parlato per dieci minuti degli algoritmi. Era preciso, costruiva i ragionamenti su se stessi, mi faceva notare i punti che avevo saltato senza accorgermene. Prendevo appunti veloci sul bordo del quarto capitolo stampato, mentre fuori il cortile era completamente silenzioso.

Poi si è fermato. Un silenzio breve, controllato. Ha detto: "Senti, il lavoro è buono. Ma alcune cose si spiegano meglio davanti a un disegno. Se sei libero domani pomeriggio, puoi passare da me."

Non ha detto "in ufficio". Non ha detto "in facoltà". Da me. Due parole con uno spazio semantico che potevano significare tutto o niente. Ho risposto di sì senza capire ancora del tutto cosa stavo accettando. Dopo aver messo giù ho tenuto il telefono in mano per un po'.

Mi sono detto che stavo interpretando tutto nel modo sbagliato, che era semplicemente un professore scrupoloso che lavorava fuori dagli orari normali. Poi mi sono ricordato di quella sera in biblioteca con Luca, di come avevo imparato a distinguere un segnale da una proiezione. Questo non era una proiezione. Me ne ero accorto durante la chiamata da come aveva fatto una pausa -- troppo lunga -- prima di dirmi "da me". Come chi pesa le parole prima di usarle.

Avevo già imparato a stare con questo genere di incertezza. Come in quella sera in biblioteca quando avevo incontrato Luca al banco 17, avevo capito che la differenza tra un segnale vero e un'interpretazione forzata si sente nel corpo prima che nella testa. Adesso il corpo mi stava dicendo qualcosa di preciso. Ho dormito male.

La casa del professore

Abitava in un appartamento vicino alla Certosa, primo piano, librerie fino al soffitto su tre pareti. Qualche pianta grassa vicino alla finestra, tazze di caffè sparse sul tavolo da lavoro, una lavagna bianca coperta di grafi con simboli che non avevo ancora visto in nessun corso. Mi aveva aperto la porta in jeans e una felpa grigia del Politecnico, senza la giacca che portava sempre in facoltà. Sembrava dieci anni più giovane. Sembrava, soprattutto, meno protetto.

Ci siamo seduti al tavolo della cucina con il mio laptop aperto e il quarto capitolo sullo schermo. Ha iniziato a spiegare, usando il blocco note per disegnare i grafi di rete a mano. Era bravo. Lo seguivo davvero, perché quello che diceva era utile. Ma ero anche iperconsapevole della distanza tra le nostre spalle, di come si muoveva la mano quando scriveva, di come ogni tanto faceva una breve pausa prima di rispondere -- non perché non sapesse, ma come se controllasse ogni cosa che stava per dire.

A un certo punto ha alzato gli occhi dallo schermo e mi ha guardato. Non stava guardando il capitolo. Stava guardando me. Poi ha abbassato lo sguardo sul blocco note e ha continuato a scrivere come se niente fosse. La spiegazione continuava. Io stavo prendendo pochissimi appunti.

Ho capito in quel momento che stava aspettando. Non per incertezza su quello che voleva, ma perché non voleva sbagliare il passo. Perché ci teneva a non sbagliare il passo. E quella consapevolezza mi ha dato una calma strana, quasi fisica. Era la prima volta che la dinamica di un incontro del genere mi sembrava completamente leggibile prima ancora che cominciasse davvero.

"Professore."
Ha alzato gli occhi.
"Posso chiederle una cosa che non riguarda la tesi?"
Ha posato la penna. "Sì."
"Da quanto tempo sta cercando di non guardarmi in quel modo?"
Silenzio. Un respiro. Poi: "Da prima che tu mandassi il primo capitolo."

Quello che ci siamo detti e quello che ho capito dopo

Ci siamo mossi lentamente. Ho alzato una mano verso di lui, fermandola a metà strada. "Posso avvicinarmi?" Gli era uscita una risata bassa, quasi involontaria. "Sì." Ci siamo incontrati a metà del tavolo in modo leggermente goffo, come succede sempre la prima volta in uno spazio che non è pensato per questo.

Ho scoperto che il professor Ferrara, al di fuori della facoltà, era una persona che aspettava che gli dicessero come andare avanti. Chiedeva tutto. "Va bene?" prima di ogni gesto. "Sei sicuro?" quando le cose diventavano più chiare. "Vuoi fermarti?" almeno una volta nel momento più intenso. Era un sollievo enorme. Era il rovesciamento esatto di quello che avevo immaginato -- il professore che aspetta, lo studente che guida -- e mi piaceva molto di più di quello che avevo previsto.

Ho trovato naturale rispondere con la stessa precisione. "Sì." "Continua." "Aspetta." Parole brevi, chiare. Niente che lasciasse spazio a dubbi. Eravamo due persone che si capivano, senza che nessuno dei due usasse quello che aveva per ottenere quello che voleva. Era la prima volta che sentivo questa distinzione in modo fisico, non solo razionale.

Ci avevo già ragionato in altri contesti. Come in quella giornata solitaria a Capocotta, che mi aveva insegnato cosa significava fare qualcosa senza dover giustificare niente a nessuno. Ma qui c'era qualcuno, una presenza reale, uno scambio vero. E quello era diverso in un modo che non avevo ancora avuto parole per descrivere. Quello restava.

Quando ci siamo salutati era passata la mezzanotte. Fuori c'era ancora caldo, l'aria ferma di agosto che a Milano non si muove mai. Ho camminato fino alla fermata della metro con la sensazione di aver fatto qualcosa che non avevo pianificato e di non avere nessun rimpianto da sistemare.

La settimana dopo, in corridoio in facoltà, mi ha salutato come sempre. Uguale. Professionale senza essere freddo. Stava tenendo i piani separati con una naturalezza che io ancora non avevo. Non mi cercava di nuovo, e io non mi aspettavo che lo facesse. Non perché quella notte non fosse stata reale, ma perché aveva senso tenerla dove stava. Era una persona che sapeva dove erano i confini, e non li usava come gabbia.

La tesi l'ho discussa sei settimane dopo. Ha scritto una relazione tecnica di cinque pagine, precisa come tutto il resto. Al momento della discussione mi ha fatto domande esatte, tecniche, senza la minima allusione a quello che era successo. Ero andato in quella stanza pronto a essere imbarazzato. Invece ero stato semplicemente un laureando.

Quello che ho portato via non è stata la notte in sé, bella com'era stata. È stata la scoperta che il potere, quando non viene usato come leva, diventa qualcosa di completamente diverso. Diventa solo una persona che aspetta che tu faccia la prima mossa. E io l'avevo fatta.