
Spiaggia nudista gay: Riccardo a Capocotta da solo
I racconti di spiaggia nudista gay che aveva salvato sul telefono durante l'ultimo anno a Bari erano tutti ambientati in posti lontani: Sitges, Fire Island, Maspalomas. Capocotta era lì in mezzo, ma Riccardo non ci aveva mai pensato come a un posto reale. Era tornato a Milano dalla Puglia in anticipo — laboratorio di ricerca, presentazione da preparare — e invece di aprire il laptop aveva preso un Frecciarossa. Due giorni a Roma. Da solo, per la prima volta. Nessun Tommaso a spiegargli dove andare, nessun Lukas a ridere delle sue incertezze. Solo lui, uno zaino piccolo e un sabato di agosto senza istruzioni.
Il tratto riservato di Capocotta
Aveva trovato le indicazioni online la sera prima, in albergo vicino Termini. Il sito del Circolo Mario Mieli confermava quello che sapeva già: Capocotta stava a circa quaranta chilometri da Roma, il tratto gay iniziava dopo i bagni bianchi, le dune erano più avanti. Aveva letto la pagina tre volte, come se ripeterla ad alta voce mentalmente la rendesse più gestibile. Poi aveva spento il telefono e dormito.
Il mattino era chiaro, l'aria ancora fresca quando prendeva l'autobus in Piazza dei Cinquecento. Si sedette in fondo. C'erano due ragazzi con borse da spiaggia, cuffie alle orecchie, che non si guardavano intorno. Forse andavano allo stesso posto. Forse no. Riccardo non chiese.
Scese alla fermata di Castel Porziano e camminò per la pineta. Il caldo si alzava già dal suolo di sabbia. Quando vide i primi capanni bianchi rallentò. Oltre c'era il tratto nudista, e oltre ancora il tratto gay di Capocotta dove il sentiero costeggiava le dune.
Primo impatto: il silenzio che non si aspettava
Riccardo si fermò ai margini della spiaggia libera. Non era quello che aveva immaginato: non c'era nessuna musica, nessuna folla compatta. Gruppi sparsi, qualche coppia, uomini seduti da soli con libri o telefoni. Il mare era piatto e verde, l'orizzonte pulito. Era più tranquillo di quanto si aspettasse.
Stese il telo in un posto abbastanza lontano da chiunque altro. Si tolse la maglietta, poi ci pensò un momento, poi si tolse tutto. Era la prima volta che lo faceva in pubblico. Guardò il mare per qualche minuto finché non smise di pensarci.
Nell'estate al villaggio in Salento c'era stata la sicurezza del gruppo, dei ritmi collettivi, di qualcuno che sapeva già come muoversi. Qui non c'era nessuno che sapeva come si muoveva lui. La cosa non lo spaventava quanto pensava.
Verso le dune: il confine non segnato
Dopo un'ora aveva riletto le stesse tre pagine del libro senza trattenere nulla. Ripiegò il telo, rimase seduto. Guardò verso nord dove la spiaggia finiva contro le dune e la vegetazione bassa. Sapeva cosa c'era lì. Lo sapeva da quando aveva letto la pagina tre volte in albergo.
Non prese nessuna decisione consapevole. Si alzò e camminò lungo la battigia finché il rumore delle voci alle sue spalle non diventò flebile. Poi svoltò verso le dune.
Il sentiero era stretto, tracciato dai piedi di chi era passato prima. La vegetazione mediterranea ai lati, ginepri bassi, euforbie, qualche leccio contorti dalla salsedine, faceva ombra a tratti. Riccardo camminava lentamente. Non era sicuro di cercare nulla. O forse era sicuro e si diceva di no.
Aveva diciotto anni la prima volta che aveva realizzato cosa fosse la cruising area. Glielo aveva spiegato Tommaso tre anni dopo, seduti in un bar di Milano. Adesso aveva ventitré anni e stava camminando da solo in un sentiero di dune a Capocotta in un sabato di agosto. Dopo quella notte alla masseria di Bari, aveva smesso di misurare le cose come traguardi. Le cose accadevano, e lui decideva com'era andata dopo.
L'incontro nelle dune
L'uomo era seduto su un tronco portato dal mare, spalle al sentiero, occhi verso le barche in lontananza. Quarant'anni circa, capelli corti scuri con qualche filo grigio, fisico asciutto da chi lavora in piedi. Non si voltò quando Riccardo si avvicinò.
Riccardo si fermò a tre metri. L'uomo girò la testa. Si guardarono per qualche secondo.
«Ciao», disse Riccardo.
«Ciao», disse l'uomo.
Non aggiunsero nient'altro per quasi un minuto. Poi l'uomo si alzò e fece un passo verso di lui. Si fermò. «Va bene?»
«Sì», disse Riccardo. «Va bene.»
Era rapido, diretto, senza cerimonie. Riccardo capì in quel momento cos'era diverso da ogni altra volta: non c'era stato nessuno a introdurlo, a dargli il ritmo, a ridere quando era incerto. Aveva scelto lui di avvicinarsi. Aveva risposto lui. La cosa era avvenuta perché lui aveva deciso che poteva avvenire.
Quando fu finita l'uomo sorrise, un sorriso gentile senza pretese, e riprese il posto sul tronco. Riccardo tornò al sentiero. Il sole era più alto adesso. Il mare brillava.
Il treno del pomeriggio
Rimase in spiaggia fino alle tre. Poi raccolse le cose, ripercorse la pineta, prese l'autobus di ritorno. Sul Frecciarossa per Milano guardò il paesaggio scorrere, prima il Lazio piatto, poi le colline dell'Appennino, poi le risaie del Po, e non cercò di definire cosa era successo.
Non era stata una conquista. Non era stata nemmeno una scoperta: sapeva già cosa fosse la spiaggia nudista gay di Capocotta, sapeva già cosa ci fosse nelle dune, sapeva già che ne era capace. Quello che non sapeva, e adesso sì, era che poteva andarci da solo, decidere da solo, tornare da solo, e che la cosa aveva un peso specifico diverso da qualsiasi altra volta.
Sul telefono c'era un messaggio di Tommaso: «Arrivi stasera?»
Riccardo scrisse: «Sì. Tutto okay. Ci sentiamo domani.»
Ripose il telefono e guardò fuori dal finestrino. Leggero. Non euforico, non cambiato radicalmente, solo leggero in un modo nuovo che non aveva ancora un nome preciso ma che riconosceva come suo.





