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Racconti gay biblioteca Politecnico Torino

Racconti gay biblioteca: Riccardo, il banco 17 e Luca da Lecce

| Incontri gay casuali

Tra tutti i racconti gay biblioteca che Riccardo si era immaginato da studente fuori sede, nessuno aveva mai avuto come sfondo la sala B del Politecnico di Torino in un martedì di ottobre. Eppure eccolo lì, al banco diciassette, con le slide di Analisi Numerica sparse sul tavolo e la sensazione precisa, netta, di essere osservato. Non una brutta sensazione. Anzi, una di quelle che si prendono e si tengono, come la prima volta che era uscito a Bari e aveva capito che il mondo era più grande di quello che i suoi pensavano. Aveva ventitre anni, il termos del caffè e ancora troppa matematica da studiare per permettersi distrazioni. Però gli occhi che sentiva sulla schiena erano difficili da ignorare.

Un ottobre al Politecnico

Il banco diciassette e il termos del caffè

Riccardo aveva scelto il banco diciassette la prima settimana di settembre e da allora era diventato il suo posto fisso. Terza fila a partire dal fondo, finestra sul cortile dei platani, presa elettrica a portata di mano e una colonna portante alla sinistra che proteggeva dal freddo che a Torino arrivava sempre prima del previsto. I vecchi del corso dicevano che chi trovava un banco fisso in biblioteca sopravviveva alla sessione invernale. Riccardo aveva fatto sua questa superstizione insieme a tante altre: arrivare prima delle nove, portarsi il caffè in termos perché quello del distributore aveva un sapore plasticoso, mettere le cuffiette senza musica quando non voleva essere disturbato.

La biblioteca del Politecnico di Torino era uno di quei posti che sembrano progettati per farti sentire che il lavoro ha senso: alte finestre, tavoli larghi in legno chiaro, silenzio costruito su più strati di rispetto reciproco. Riccardo ci aveva messo due settimane ad ambientarsi, poi aveva capito che quella pace non era distanza ma concentrazione condivisa. Cinquanta persone che pensano nello stesso spazio, ciascuna dentro il proprio universo, e l'aria che le contiene tutte.

Quel martedì ci aveva passato quattro ore filate prima di alzare gli occhi. Fuori, la luce si abbassava sui platani con quella qualità ambrata tipica del Piemonte autunnale, più dolce della luce di Bari, meno diretta, come filtrata da un vetro antico. Stava imparando a riconoscere le cose nuove senza confrontarle sempre con quelle di prima. Ci aveva messo tre mesi, ma stava imparando. Il primo anno magistrale era stato un colpo di scena continuo: la città diversa, il meteo che non capiva, i compagni che parlavano veloce con l'erre moscia, le aule più grandi, i professori meno disponibili. Aveva tenuto duro. Adesso a volte si dimenticava anche di sentirsi fuori posto.

Il ragazzo con gli auricolari sporchi di gesso

Sguardi che costano più del caffè

L'aveva notato verso le quattordici. Si era seduto tre banchi più avanti, di schiena, ma bastava alzare gli occhi dalla schermata per incrociarsi. Capelli ricci neri, spalle larghe sotto una felpa grigia con la cerniera aperta su una t-shirt bianca. Auricolari bianchi con una traccia di gesso sul sinistro, come se venisse da un'esercitazione di laboratorio. Riccardo aveva ventitre anni e sapeva riconoscere quando un ragazzo era del Sud: c'era qualcosa nel modo in cui occupava lo spazio, concentrato ma non contratto, a proprio agio dentro se stesso senza bisogno di dichiararlo.

La prima volta che si erano guardati era stato un caso. La seconda anche. Alla terza, Riccardo aveva tenuto lo sguardo un secondo in più del necessario, e l'altro aveva fatto lo stesso. Non era successo niente. Era successo tutto quello che doveva succedere a distanza, in silenzio, tra due persone che si riconoscono senza ancora sapere niente l'uno dell'altro.

Verso le sedici meno un quarto, il ragazzo si era alzato, aveva infilato lo zaino sulle spalle e si era diretto verso le scale. Riccardo aveva pensato: se ne va. E aveva sentito qualcosa di simile alla delusione, una piccola cosa inutile che conosci bene quando vivi da solo in una città non tua. Si era rimesso a fissare le slide. Cinque minuti dopo, il ragazzo era tornato senza zaino, solo un foglio e una matita, e si era seduto di nuovo, stavolta in modo da avere la libreria K a portata di occhio. Quella libreria stava esattamente alla sinistra del banco diciassette. Riccardo aveva chiuso il laptop per la prima volta in quattro ore.

Il catalogo online e una scusa onesta

Ci aveva pensato dieci minuti. Poi aveva controllato il catalogo della biblioteca online e aveva trovato quello che cercava: Metodi Numerici per Equazioni Differenziali, Quarteroni e Saleri, edizione 2000, scaffale K4, terzo piano, sezione non a prestito. Lo stava cercando davvero, era un libro che gli serviva. Ma non lo cercava solo per quello. A volte le scuse migliori sono quelle che sono anche vere.

Scaffale K4, terzo piano

Una domanda che non riguardava il libro

Lo scaffale K4 era in un corridoio stretto tra due pareti di volumi che andavano dal pavimento al soffitto, illuminato da un neon con il tic di spegnersi ogni tanto per trenta secondi. Riccardo stava cercando il Quarteroni quando ha sentito i passi. Si è girato. Il ragazzo stava fermandosi proprio all'ingresso del corridoio, con un bigliettino in mano, numero di collocazione scritto a matita.

«Stavo cercando il Quarteroni», ha detto l'altro, con un accento del Salento, stretto e caldo come una finestra aperta d'agosto.

«Anch'io», ha risposto Riccardo. «C'è solo questa copia.»

Una pausa. La luce al neon ha fatto il suo tic. Trenta secondi di penombra tra gli scaffali.

«Luca», ha detto il ragazzo quando la luce è tornata.

«Riccardo. Da Bari.»

«Da Lecce. Secondo anno magistrale.»

«Secondo anno anche io.»

Erano a meno di un metro. Luca aveva occhi scuri con qualcosa di aperto dentro, il tipo di sguardo che non ha fretta. Riccardo ha sentito il cuore fare esattamente quello che fa nei momenti in cui sai già come andrà a finire ma ti fermi un secondo prima per ricordartelo.

«Posso?» ha chiesto Luca, piano. Non era una domanda sul libro.

«Sì», ha risposto Riccardo. Non lo era neanche la risposta.

Era successo lentamente, come succedono le cose vere quando non hanno fretta. Nessun suono oltre al ronzio del neon. Consenso in ogni passo: una mano che chiede, uno sguardo che risponde, una pausa per controllare. Riccardo aveva imparato che il consenso non era una formalità ma la sostanza di quello che voleva davvero. L'aveva capito in estate, alla masseria vicino Bari, la prima volta che era stato lui quello esperto e qualcuno aveva imparato da lui. Quella notte alla masseria gli aveva dato qualcosa che ancora non sapeva come chiamare, una certezza, forse, o il senso che stava diventando la versione di sé stesso che aveva immaginato senza saperlo.

Adesso, in un corridoio tra scaffali di matematica applicata, era lui quello che scopriva qualcosa. Ogni persona è un territorio nuovo. Ogni volta è una prima volta di qualcosa. Con Luca era diverso dall'estate, diverso nel ritmo, nella qualità della luce fioca, nel fatto che fuori c'erano sessantanove persone che studiavano e non sapevano niente. C'era qualcosa di intimo in questo, un segreto condiviso che rendeva più nitido ogni dettaglio: la traccia di gesso sull'auricolare, le mani di Luca che erano precise come quelle di chi lavora con i numeri, il modo in cui sapeva stare fermo al momento giusto.

Le diciotto e un quarto

Un foglio piegato e un giovedì da aspettare

Erano tornati ai loro banchi con quindici minuti di distanza l'uno dall'altro. Riccardo aveva il Quarteroni aperto davanti e non aveva letto una riga. Aveva il numero di Luca sul telefono, salvato come Luca Lecce biblioteca, con una piccola soddisfazione geografica nel nome, e la sensazione di chi ha fatto qualcosa di deliberato, non di impulsivo. Una scelta. Una di quelle che non fanno rumore ma spostano qualcosa dentro.

Fuori dai vetri, i platani del cortile avevano perso quasi tutte le foglie. Era ancora ottobre ma Torino anticipava sempre l'inverno, come se il Po avesse fretta di vedere la nebbia. Riccardo aveva imparato che quella fretta non era malinconia: era un ritmo diverso dal suo, e ci poteva stare dentro.

Alle diciotto e venti aveva rimesso le slide nella cartella, staccato il caricatore, messo il termos nello zaino. Si era alzato. Luca era già andato, non aveva sentito quando, ma sul banco diciassette aveva lasciato un foglio piegato in due. Sopra, con la matita: «Stessa ora giovedì?»

Riccardo aveva sorriso senza aprire la bocca, come si fa quando non vuoi che vedano quanto sei contento. Ha piegato il foglio e l'ha messo in tasca. Ha attraversato la sala B, sceso le scale, spinto la porta a vetri sulla piazza. L'aria fuori aveva il sapore del metallo e delle castagne. Una città può diventare tua anche senza che tu l'abbia scelta: basta trovare le cose giuste al momento giusto.

Ha mandato un messaggio a Luca: «Giovedì sì. Banco 17.» Ha tenuto il telefono in mano per un secondo, poi l'ha rimesso in tasca. C'era ancora una settimana di Analisi Numerica da prepararsi. Ma c'era anche un giovedì da aspettare, e questo, per adesso, era abbastanza.