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Racconti gay famiglia: terrazzo romano al tramonto di ottobre

Racconti gay famiglia: Luca, l'ottobre di casa

| Coming out

I racconti gay famiglia che nessuno scrive mai sono quelli che iniziano un sabato pomeriggio sul terrazzo dei tuoi genitori, con il sole che smette di fare male e l'aria che odora ancora di estate ma già di qualcos'altro. Sono storie senza coordinate precise, senza prima volta, senza confessioni a scena aperta. Succedono tra il caffè delle quattro e il momento in cui qualcuno dice «devo andare» con una voce che non vuole andare davvero. Luca è nella mia vita da quando avevo cinque anni. Ogni sei mesi tornava a Roma, e ogni volta era la stessa sensazione: come trovare un libro amato e accorgerti che le pagine son rimaste uguali ma tu hai cambiato gli occhi.

Il sabato di ottobre

Abitava due scale più su nella stessa palazzina, figlio degli amici di mio padre. Avevamo fatto lo stesso percorso, elementari, medie, liceo scientifico, poi lui era andato a Treviso per lavoro, una multinazionale logistica che non ho mai capito bene, e si era sposato con Elena, e aveva avuto Lorenzo che adesso aveva quattro anni e compariva sullo stato WhatsApp con una faccia da torta di compleanno.

Quando mia madre mi aveva detto «passerà Luca domani pomeriggio» avevo sentito la cosa normale che si sente in questi casi: bene, bello rivederlo. Non avevo aggiunto nient'altro. Non era necessario. Alcune persone sono così ben integrate nella tua vita da prima che tu possa ricordare che non ti fanno più domande, sono solo lì, come la credenza nel corridoio.

Il sabato mattina ero uscito a piedi nel mio quartiere. Trastevere in ottobre è diverso dalla Trastevere estiva che il turismo ha reso irriconoscibile: ci sono ancora le motrici del 3 che sferragliano, i bar con i vecchi che leggono il giornale, gli odori di friggitoria mischiati a bucato. Camminavo con le mani in tasca e guardavo le cose come si guarda quando si ha qualcosa in mente ma non si sa ancora cosa.

Avevo pensato agli ultimi mesi. A quello che era cambiato, non in modo drammatico, ma nel modo quieto in cui cambiano le cose vere, come quando una parola che usi da sempre smette di sembrarti strana e inizia a sembrarti tua. Avevo pensato al sabato di giugno quando avevo capito qualcosa che non sapevo di non sapere ancora. Avevo pensato al mese dopo, la notte che avevo tentato di mettere in fila le parole senza riuscirci.

Adesso era ottobre. Stavo tornando su me stesso in senso letterale: quartiere noto, famiglia, terrazzo. La via del ritorno.

Quello che non si dice tra sei mesi e sei mesi

Luca era arrivato alle tre e mezza con una bottiglia di Cesanese e il sorriso storto sul lato sinistro che aveva sempre avuto. Mia madre aveva aperto la porta e lui l'aveva abbracciata come si abbraccia una zia, con quella familiarità sciolta che viene dall'infanzia condivisa. «Marco è qui?» aveva chiesto, e lei aveva risposto che mio padre era dal meccanico, che sarebbe tornata per la spesa, che ci aveva lasciato i dolci in cucina.

Eravamo rimasti sul terrazzo.

Ottobre a Roma regala quelle ore di pomeriggio che altrove non esistono: il cielo color mattone chiaro, i pini parasole con l'ombra lunga, l'aria tiepida senza caldo. Potevi stare seduto senza giacca e guardare il Gianicolo senza guardarlo davvero. Avevo preso i bicchieri, lui aveva aperto il vino, e per un po' avevamo parlato di cose che si dicono. Lorenzo che aveva iniziato la scuola dell'infanzia, un collega di Luca che aveva cambiato città, una mostra che avevo visto alla Galleria Borghese.

A un certo punto Luca aveva smesso di parlare. Lo faceva da ragazzo: graduava il silenzio, finché le frasi diventavano più corte e le pause più lunghe e alla fine eravamo fermi con i bicchieri in mano.

«Ti invidio, sai», aveva detto alla fine.

«Cosa?»

«Il fatto che sembri a posto. Che ogni volta che ti vedo sei… diverso. Non peggio, diverso. Come se stessi diventando qualcosa. Io sono uguale da quando avevo ventisei anni.»

Gli avevo risposto che l'uguale non era necessariamente un male. Lui aveva scosso la testa, piano, con quell'espressione che usava quando dissentiva senza volersi imporre.

«Non lo conosci dall'interno.»

Avevo bevuto un sorso. Fuori il Gianicolo era sempre lì, e i rumori di Roma salivano come sempre, e io stavo pensando che ogni volta che tornavo a casa trovavo Luca un po' più fermo, come se il tempo scorresse diversamente intorno a lui.

«Come stai, davvero?» avevo detto.

Non è una domanda che si fa sempre. La si fa quando si è soli, quando c'è del vino, quando il sole fa quell'angolo basso e si ha la sensazione che le risposte vere abbiano un quarto d'ora per uscire prima che cali il buio.

Lui aveva tenuto il bicchiere con tutte e due le mani. «Stiamo attraversando un periodo strano. Io ed Elena. Non è niente di grave, nessuna crisi, non litigare. Solo quella sensazione che le giornate si assomiglino troppo.»

Non avevo risposto. Alcune frasi chiedono solo di essere sentite.

Il momento

Era successo poco dopo le cinque, con il Cesanese quasi finito e la luce che si faceva bassa e quasi orizzontale. Luca aveva posato il bicchiere sul bordo del muretto e si era girato verso di me con un'espressione che non riuscivo a classificare. Non era tristezza, non era ubriachezza. Luca aveva sempre retto bene il vino. Era qualcosa di più vecchio, qualcosa che stava lì seduto da anni e aveva aspettato il momento giusto per alzarsi.

«Posso dirti una cosa che non dico a nessuno?»

«Certo.»

«Ho pensato a te, una volta. In un senso che non avrei dovuto.»

L'aveva detto così, senza cerimonia, come si dice «ho pensato di prendere un cane». E io non avevo risposto subito perché la mia testa stava cercando di capire dove mettere quella frase, in quale stanza, in quale scaffale, accanto a quale altra cosa.

«Quando?» avevo detto alla fine. Era la domanda più onesta che avessi.

«Quando mi sono fidanzato con Elena. La prima settimana.»

Non era una confessione lunga, né complicata. Era una cartina di tornasole: in un momento di svolta aveva pensato a me, e quella cosa era rimasta lì per sei anni, ben piegata e messa via, e adesso per qualche ragione che riguardava ottobre e il Cesanese e il terrazzo vuoto era uscita fuori.

Mi ero avvicinato. Non so se fosse stata una scelta o un automatismo, la distinzione, certe volte, è meno netta di quanto si creda. Lui non si era scostato. Il momento era stato breve, circoscritto, e silenziose le cose più difficili da dire: solo due persone che riconoscono qualcosa che non aveva mai avuto un nome.

Non era la prima volta che mi trovavo in questo tipo di territorio. Lo sapevo fin dal pomeriggio in Maremma, qualche mese prima: certe situazioni non si costruiscono, si riconoscono. Ci si ritrova dentro prima di avere avuto il tempo di scegliere se entrarci.

Il rientro

I miei erano tornati alle sei e mezza con le borse della spesa e la conversazione normale della cena normale. Luca aveva aspettato un quarto d'ora, poi aveva salutato mia madre con lo stesso abbraccio da zia del pomeriggio, stretto la mano a mio padre nel modo antico dei padri, e se ne era andato con la bottiglia vuota e quel sorriso storto.

Alle dieci un messaggio: «Grazie per il pomeriggio. Ci vediamo la prossima volta.»

Nient'altro. Giusto così.

Lo avevo letto tre volte. Poi avevo spento lo schermo e ero andato sul terrazzo. Roma di notte fa certi rumori di fondo che sembrano statici, macchine lontane, una sirena, qualcuno che parla in strada. Li conoscevo a memoria. Ero cresciuto con quei suoni. Sembravano uguali, eppure qualcosa era cambiato nel modo in cui li ascoltavo.

La via del ritorno è un posto strano

C'è una cosa che i racconti gay famiglia raccontano raramente: non tutte le storie hanno una direzione chiara. Alcune restano sospese come un respiro trattenuto, né risolte né negate, solo aggiunte alla lista delle cose che esistono senza che nessuno le abbia decise davvero.

Luca sarebbe tornato a Treviso. Ci sarebbe Lorenzo che l'aspettava con la faccia da torta di compleanno. Ci sarebbe Elena, le giornate che si assomigliano, la multinazionale logistica. E ci sarebbe quella domenica pomeriggio su quel terrazzo, una sola, irreversibile, già consegnata al passato nel momento stesso in cui era finita.

Avevo imparato, in questi mesi, che la mia storia non è fatta solo di ciò che scelgo ma anche di quello che mi succede. Che il tabù, quella parola che portavo con me senza sapere bene dove metterla, non riguarda solo i corpi. Riguarda i ruoli, le aspettative, la mappa che una persona disegna di sé stessa e di chi la circonda. Luca aveva sempre fatto le cose nel modo giusto. Sposato, padre, stabile. E quella domenica aveva incrinato quella certezza, non con dolore, ma con la quieta precisione con cui l'acqua lavora la pietra.

Io ero tornato a casa e avevo trovato casa diversa. O forse ero io diverso. O forse non c'era differenza tra le due cose.

Davide, 24 anni, magistrale in Storia a Roma, mani sempre macchiate di inchiostro, continua a guardare i tetti dal terrazzo dei suoi genitori come se li vedesse per la prima volta. La saga VEN. Il tabù continua ogni venerdì.