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Tommaso sulla spiaggia gay di Hilton Beach a Tel Aviv, Mediterraneo al tramonto

Gay Tel Aviv: Tommaso alla spiaggia gay di Hilton Beach

Il volo da Malpensa a Tel Aviv decollava alle sei di mattina. Tommaso aveva dormito due ore, il passeggero del sedile accanto russava contro il finestrino, e lui continuava a fissare le slide della sua presentazione sul modello a spin senza vederle davvero. Gay Tel Aviv era una frase che aveva sentito pronunciare da altri, mai applicata a se stesso. Eppure eccolo: zaino in spalla, Terminal 3 del Ben Gurion da trovare, e una conferenza internazionale di fisica delle particelle come alibi perfetto per stare lontano da Milano. E da Riccardo.

Arrivo

Il Ritz Carlton l'aveva scelto il Politecnico, non lui. Stanza al quindicesimo piano, vista sul Mediterraneo orientale, e a duecento metri una spiaggia che non sapeva ancora cosa significasse. Tommaso aprì la valigia, appese la camicia della presentazione, si sedette sul bordo del letto e guardò fuori. L'acqua era di un turchese che a Milano avrebbe chiamato artificiale, ma qui era solo il mare.

Il convegno si teneva all'Università di Tel Aviv, quaranta minuti di autobus dall'hotel. Tre giorni di sessioni plenarie, poster session, coffee break con fisici tedeschi e israeliani che citavano articoli che lui conosceva a memoria ma che quella mattina sembravano scritti in una lingua leggermente diversa. Come certi problemi che cambiano forma a seconda di dove stai quando li guardi.

La prima sera rimase in camera. Ordinò qualcosa in servizio, aprì WhatsApp, vide l'ultimo messaggio di Riccardo. Una settimana prima. "Fammi sapere com'era." Si riferiva alla difesa del capitolo. Tommaso aveva risposto con un pollice su. Non era stato un gesto di freddezza, o almeno non solo quello: era l'unica risposta che riusciva a trovare quando lo spazio tra loro si faceva di quella consistenza specifica, né piena né vuota, come un campo magnetico che senti ma che non riesci a misurare con gli strumenti che hai.

Chiuse il telefono. Dormì poco anche quella notte.

Hilton Beach

Il mercoledì mattina aveva una finestra libera prima delle sessioni pomeridiane. Scese verso il mare camminando lungo il lungomare da nord verso sud, con gli auricolari alle orecchie e la testa ancora sulla presentazione di Bjorn Lindstrom, lo svedese che il giorno prima aveva smontato in modo elegante una delle premesse del suo dottorato. Non in modo ostile, era quello il tipo di convegno, ma con la precisione di chi non lascia margini di ambiguità.

L'area che cercava era nella parte nord del lungomare, passato il porto. La riconobbe per una sensazione prima che per un segnale esterno. Non per il paesaggio, sabbia gialla e mare verde identici al resto, ma per qualcosa nella temperatura dell'aria. Il modo in cui la gente stava. Gruppi di uomini con gli ombrelloni vicini, coppie che si toccavano senza calcolo, un ragazzo che applicava la crema solare sulle spalle di un altro con l'automatismo di chi lo fa ogni estate. Tommaso si tolse le scarpe.

Si sedette vicino alla battigia, le scarpe in mano, il telefono in tasca per una volta. Accanto a lui, a circa due metri, un uomo sulla trentina con i capelli scuri e il busto abbronzato leggeva qualcosa sul telefono. Sul braccio sinistro aveva un tatuaggio, delle lettere in ebraico che Tommaso non riuscì a decifrare da quella distanza. Fece una domanda banale sul mare, quanto fosse freddo fuori stagione. L'altro rispose con un accento che non era israeliano, disse che dipendeva dall'ora e dal punto. Si chiamava Oren. Era di Haifa ma viveva a Tel Aviv da sette anni. Insegnava letteratura comparata all'università. Non aveva sentito parlare di fisica delle particelle ma aveva letto tutto di Carlo Rovelli, che non era la stessa cosa ma era un inizio.

Si parlarono per quasi due ore. Il mare entrava e usciva. Tommaso pensò per un momento a quella prima traversata nel Mediterraneo in cui non aveva pianificato niente e aveva trovato invece tutto: lo stesso tipo di sensazione, l'incontro che non cerchi nel posto esatto in cui non stavi cercando. Oren aveva la stessa qualità di attenzione di certe persone che incontri in viaggio, quella presenza senza angoli che nella vita ordinaria è quasi impossibile da trovare.

L'appartamento di Frishman

L'appartamento di Oren era al terzo piano di un palazzo vicino a Frishman Beach, quindici minuti a piedi dall'hotel di Tommaso. Cucina aperta sul soggiorno, libri ovunque, un ventilatore sul soffitto che girava senza portare davvero aria nuova. Si erano spostati lì senza averne parlato esplicitamente, il tipo di decisione che si prende nello spazio tra le parole quando entrambi capiscono che c'è la stessa direzione.

Tommaso aveva ventisei anni e il tatuaggio geometrico sul fianco sinistro, una serie di triangoli che tendevano verso qualcosa senza mai raggiungerlo. Oren lo toccò con un dito vicino alla finestra aperta, seguendo la linea dei vertici. "Cosa rappresenta?" "Niente," disse Tommaso. "O qualcosa che non so ancora come chiamare."

Si spogliarono senza fretta, la luce del pomeriggio che entrava a tratti tra le veneziane. Oren era più largo di spalle, la pelle più scura, le mani precise. Si baciarono e Tommaso smise di monitorarsi, che era la cosa più difficile da fare e che quella volta avvenne quasi senza accorgersene. Era la qualità di Oren: non invadeva, costruiva spazio.

Si sdraiarono sul letto con il ventilatore che girava sopra. Quello che seguì aveva il ritmo delle cose che non si misurano. Oren sapeva dove mettere le mani e ci metteva, senza chiedere permesso ma nel modo giusto, quello che non è aggressione ma direzione. Tommaso lasciò andare il soffitto bianco sopra e rimase in quel presente, le dita di Oren sui fianchi, il fiato che cambiava ritmo, il calore di Tel Aviv fuori e dentro. Quando Oren lo prese con una sicurezza che sembrava averlo studiato per anni, Tommaso capì che si poteva stare completamente in un posto senza portarsi dietro tutto il peso del posto da cui venivi. Si mossero insieme per un tempo che smise di contare, la luce che cambiò due volte, il rumore della città sotto come un basso continuo che non interrompe niente ma che c'è. Il fiato si ruppe a metà, le mani si strinsero, il soffitto restò sopra. Finirono con la luce del tardo pomeriggio arancione sul pavimento, e rimasero fermi qualche minuto senza dire niente, i respiri che tornavano lenti insieme.

Il lungomare

Tornò all'hotel a piedi lungo il lungomare, le scarpe in mano, il telefono ancora in tasca. Pensò a Riccardo con un angolo diverso dal solito, meno come problema da risolvere e più come domanda che aveva sempre formulato in modo sbagliato. C'era stato il viaggio dopo i comprehensive, quello in cui aveva capito che certe esperienze non si ripetono ma si amplificano, e ogni amplificazione aggiungeva uno strato. Riccardo era uno di quegli strati.

Dodici metri quadri di cabina e due notti intere: avevano avuto lo spazio fisico per tutto, ma quello che mancava non era spazio fisico. Era qualcos'altro, qualcosa che Tommaso aveva continuato a chiamare distanza senza riuscire a definirla meglio.

Camminando sul lungomare di Tel Aviv con il sole che scendeva sull'acqua capì che il nome giusto era silenzio. Non il silenzio in cui si sta bene, quello era un altro capitolo. Era il silenzio che si costruisce quando ognuno aspetta che sia l'altro a parlare per primo. Erano bravi insieme, lui e Riccardo, quando si trovavano nello stesso spazio e smettevano di monitorarsi a vicenda. Ma c'era sempre un momento prima di quel momento in cui uno dei due si fermava. E poi l'altro si fermava. E aspettavano insieme senza dirselo.

Fisica, pensò Tommaso. Anche i silenzi hanno una meccanica. Un equilibrio che si stabilizza su uno stato sbagliato solo perché nessuno applica abbastanza energia per uscirne. Lo sa chiunque abbia studiato termodinamica: i sistemi non escono da soli dai minimi locali. Serve una perturbazione esterna, o la volontà di uno dei due di spingerci dall'interno.

L'ultima mattina

L'ultimo giorno andò di nuovo a Hilton Beach. Presto, prima del check-out, quando la spiaggia era quasi vuota e l'acqua aveva ancora il colore del mattino. Si sedette dove si era seduto due giorni prima, tolse le scarpe, lasciò che l'acqua gli arrivasse alle caviglie una volta e poi tornò indietro.

Non sapeva se avrebbe chiamato Riccardo appena atterrato. Non sapeva se Riccardo avrebbe risposto. Ma sapeva quello che avrebbe detto, se avesse trovato il modo di aprire: non che voleva più sesso, o meno distanza, o risposte più veloci ai messaggi. Voleva che uno dei due, non importava chi, smettesse per primo di aspettare che fosse l'altro a rompere il silenzio. Anche a costo di dirlo nel modo sbagliato. Anche senza sapere come sarebbe finita.

Tel Aviv era uno specchio inclinato di Milano. La stessa luce del Mediterraneo, la stessa solitudine verticale che si porta nel corpo nelle città grandi, la stessa possibilità di tutto. Solo che qui, a Hilton Beach con il sole che saliva sulla riva, qualcuno aveva già aperto quella possibilità. E Tommaso l'aveva attraversata.

In taxi verso il Ben Gurion guardò fuori dal finestrino: il mare alla sinistra, la città che restava indietro, il cielo che diventava bianco verso l'interno. Tirò fuori il telefono. Scrisse un messaggio a Riccardo, lo rilesse due volte, lo salvò in bozze. Non ancora.

Aveva tempo. Per la prima volta da mesi, aveva tempo.

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