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Zona gay Milano: Porta Venezia di sera

Zona gay Milano: la prima sera a Porta Venezia di Tommaso

| Incontri gay casuali

La zona gay di Milano non l'avevo cercata. Avevo cercato un bar dove stare senza dover spiegare niente, e quella sera di settembre mi ero ritrovato in via Lecco con le mani in tasca e l'aria ancora tiepida sul collo. Porta Venezia era esattamente come me l'avevano descritta, ma i posti descritti dagli altri raramente corrispondono a quello che ti aspetti davvero. Avevo ventisette giorni a Milano, un contratto d'affitto a Bovisa, un gruppo di colleghi dottorandi con cui avevo parlato di statistica ma non di molto altro. Quella sera avevo bisogno di qualcosa di diverso.

L'arrivo in via Lecco

Settembre tiepido, marciapiedi vivi

Ero uscito dal Politecnico verso le sei con il taccuino ancora aperto e l'idea vaga di andare verso est. Porta Venezia la conoscevo di nome, dai commenti dei colleghi più anziani che me l'avevano definita "il quartiere" con quella enfasi che non spiegava nulla e spiegava tutto. Avevo preso il tram 9 fino a Corso Buenos Aires e poi ero sceso prima del previsto, per camminare un po' e capire dove mi trovavo fisicamente nella città.

Porta Venezia ha una reputazione che viene da lontano. Se chiedi in giro, i milanesi più anziani ti raccontano la storia del quartiere LGBT di Milano come se fosse un documento storico, con quella vena nostalgica di chi era lì a guardare ma non ha dovuto lottarci davvero. La realtà di un martedì sera di settembre era più semplice e meno eroica: famiglie che rientravano, ragazzi sui monopattini, un ristorante thai con la coda fuori. Il quartiere era un quartiere, con sovrastampata sopra una sovrapposizione di storia che non si vedeva a meno di sapere dove guardare.

Via Lecco alle sette di sera aveva una luce che non avevo ancora imparato a leggere. Non è la luce di Roma, che è gialla e definitiva anche quando tramonta. Qui era più grigia, più sfumata, con i palazzi che la mangiano da tutti i lati. Ma i marciapiedi erano vivi, nel senso che c'era gente che non stava andando da nessuna parte con urgenza, solo camminando. Passavo davanti ai bar con le sedie fuori ancora occupate, fiori di plastica nei vasi appesi ai davanzali, musica bassa che usciva dalle porte aperte.

Mi ero fermato davanti a un locale che si chiamava Mono Bar, in fondo a via Lecco verso via Tadino. Il nome l'avevo visto su qualche lista online, una di quelle liste che si aggiornano da sole e non dicono mai davvero come è un posto dall'interno. La vetrina era semplice, niente bandierine arcobaleno in facciata, solo un basso riverbero di voci dall'interno e un paio di tavolini fuori già occupati. Ero entrato.

Gianluca e il bancone

L'uomo alla mia sinistra

Il bancone era lungo, con sgabelli alti quasi tutti presi. Mi ero infilato in uno spazio libero in mezzo, avevo ordinato qualcosa di rosso senza guardare troppo la lista, e avevo cominciato a guardarmi intorno nel modo in cui lo fai quando non conosci nessuno ma non vuoi sembrare perso.

L'uomo alla mia sinistra si era voltato quasi subito. Trent'anni, forse qualcosa di più, capelli corti scuri con qualche grigio precoce alle tempie, una giacca di tela che aveva l'aria di essere rimasta in qualche armadio dalla primavera. Mani grandi, polsi lunghi, il modo di tenere il bicchiere con le dita a cerchio invece che con la mano piatta. Mi aveva detto che si chiamava Gianluca senza aspettare che glielo chiedessi.

"Sei nuovo," aveva detto, non come una domanda.

"Dal Politecnico. Dottorato."

"Ah, Bovisa." Aveva annuito come se confermasse qualcosa. "Ci metti tre quarti d'ora a tornare a casa di qui."

"Lo so."

"E sei venuto comunque."

Non avevo risposto, ma lui non stava aspettando risposta. Poi: "Sei qui da quanto?"

"Quasi un mese."

"E prima?"

"Roma."

Aveva fatto un gesto vago con il bicchiere. "Roma è diversa." Aveva una logica storta che funzionava. Era arrivato a Milano tre anni prima lui stesso, non da Roma ma da Brescia, il che non era abbastanza lontano per giustificare il senso di spostamento che mi stava descrivendo. "A Brescia c'è anche il gay bar," aveva detto, "ma ci vai con la macchina." Qui ci veniva a piedi. Tutta la differenza stava lì.

Gianluca conosceva il barista, conosceva due ragazzi al tavolo vicino, conosceva una donna con i capelli corti platino che ogni tanto passava a salutare e ripartiva senza sedersi. Non nel modo esibito di chi vuol farti vedere quanto è integrato, ma in modo normale, come succede nei posti dove si va da anni. In mezz'ora mi aveva già trascinato in una conversazione con il barista sui prezzi degli affitti a Isola che non riguardava né me né lui direttamente.

Il secondo locale e la sensazione nuova

Quando non devi spiegare niente

Verso le nove Gianluca aveva detto "vieni con noi" indicando vagamente un gruppo di quattro persone che si stava formando vicino all'uscita. Non sapevo chi fossero. Non mi era stato spiegato dove si andava. Avevo detto sì senza pensarci troppo, che è raro per me.

Il secondo posto era in via Boscovich, un locale più stretto e più rumoroso, con le pareti color mattone e una playlist che mescolava cose degli anni Novanta con roba che non riconoscevo. Era più buio, più pieno, e il tipo di musica che usciva dagli altoparlanti era quella che non si sceglie per ballare ma per stare in piedi al bancone più comodi.

Il gruppo si era allargato. C'era un ragazzo alto con gli occhiali che faceva il grafico freelance, una coppia di cui non avevo capito se fossero insieme in senso romantico o amici molto vicini, una donna che lavorava in un teatro di Navigli. Nessuno mi aveva chiesto cosa studiassi o perché fossi lì. Avevo detto il mio nome, avevo detto che ero al Polimi, e la conversazione era andata avanti su altro.

Era curioso come un posto potesse funzionare così. Avevo frequentato locali gay a Roma, quelli del Castro o del Pigneto, ma ci andavo sempre con qualcuno che conoscevo già, in un gruppo preconfezionato. Qui ero entrato con Gianluca, che avevo incontrato quaranta minuti prima, e mi ero ritrovato in un cerchio allargato senza soluzione di continuità. Il tessuto sociale del posto funzionava in modo diverso.

Nessuno mi stava valutando. Non stava cercando di capire se ero abbastanza qualcosa. Il posto aveva una grammatica che non richiedeva di essere tradotta. Ero dentro senza aver dovuto comprare l'ingresso.

Avevo guardato il bancone, le persone intorno, la coppia che si teneva per mano in modo distratto come si fa quando ci si conosce da anni. Tutto normale, nel senso letterale: niente di eccezionale, nessuna performance. Solo gente in un bar, solo che era un bar dove io c'entravo senza dover selezionare le parole prima di aprire la bocca.

La sigaretta con quello di Roma

Matteo e le sigarette mentolate

Gianluca era sparito verso le dieci. Si era avvicinato a qualcuno vicino all'uscita e poi non l'avevo più visto. Non era strano. Mi ero trovato al bancone da solo con un bicchiere mezzo pieno e non mi era pesato.

Fuori, sul marciapiede, avevo trovato un ragazzo con una sigaretta accesa che bestemmiava sottovoce nel telefono in romanesco. Romani, ovunque. Si chiamava Matteo, aveva detto chiudendo la chiamata, era a Milano per lavoro, stava in un Airbnb vicino a Loreto, odiava il clima e adorava la pizza milanese con una vena di provocazione che suggeriva di sapere benissimo che era una tesi insostenibile.

Aveva acceso una sigaretta anche per me quando aveva capito che non ne avevo una. Mentolate, non le fumavo quasi mai, ma quella sera andava bene così. Il vicolo laterale era tranquillo, con le voci del bar che arrivavano ovattate dall'interno. Un gatto attraversò il marciapiede senza degnarci di uno sguardo.

Avevamo fumato in silenzio per qualche minuto dopo aver detto tutto il necessario. Il viale davanti aveva ancora gente, non tanta, ma abbastanza. Una coppia di uomini anziani camminava lentamente tenendosi per il braccio, senza fretta, come se quella strada fosse la loro da decenni. Forse lo era davvero.

Il ritorno a Bovisa

Metro M2, mezzanotte passata

Avevo preso la metro a mezzanotte passata. La M2 era quasi vuota, solo qualche studente con lo zaino aperto sulle ginocchia e un tipo in giacca che dormiva contro il finestrino.

Qualche settimana prima avevo passato una notte in quella sauna milanese che non sapevo bene cosa aspettarmi: era stato sesso, molto sesso, nessuna parola dopo. Cosa diversa. Poi c'era stata quella sera a Roma all'EUR, che sembrava adesso il ricordo di un'altra vita.

Questa sera non era stata nessuna delle due cose. Non avevo portato nessuno a casa, non avevo cercato di farlo. Ero entrato in un posto che non conoscevo, avevo parlato con gente che probabilmente non rivedevo, ero uscito da solo.

Eppure il tragitto a piedi dalla fermata di Bovisa fino a casa sembrava meno lungo del solito. L'aria fuori era fresca adesso, settembre che diventava qualcosa di diverso da quello che era stato. Avevo le chiavi in tasca, il telefono quasi scarico, e l'indirizzo di un bar che a quanto pare serviva il miglior cornetto di tutta la zona. Matteo di Roma me lo aveva mandato in un messaggio mentre ero ancora sul marciapiede di via Boscovich.

Abbastanza per una sera.