Vai al contenuto principale
Sauna gay Bologna - Riccardo

Sauna gay Bologna: Riccardo, quattro ore e una svolta

| Incontri gay casuali

Ho scoperto l'esistenza di una sauna gay a Bologna tre mesi fa, leggendo un thread su Reddit durante una lezione di Analisi II al Politecnico. L'avevo salvata in una lista mentale come si salva un ristorante che probabilmente non si visiterà mai. Poi è arrivato il weekend dai nonni a Bari, il treno delle 14:07 da Milano Centrale, e Bologna che si è presa quattro ore della mia vita tra un Frecciarossa e l'altro. Quattro ore in una città dove non conosco nessuno e nessuno conosce me. Ho aperto il telefono ancora prima di uscire dal binario.

Il bagaglio al deposito

Quattro ore senza piano

Il Frecciarossa da Milano arriva alle 15:23. Sono le 15:28 quando trascino il trolley fuori dai binari di Bologna Centrale e comincio a cercare il deposito bagagli. La mia coincidenza per Bari parte alle 19:41, un intercity diretto che ci mette quattro ore e mezza a scendere verso il Meridione.

Quattro ore esatte. Non abbastanza per visitare la città come si deve, troppo per restare seduto su una panchina.

Sul treno, nell'ora da Milano, avevo pensato a quello che stavo per fare. Non con ansia, con una specie di curiosità piatta e precisa, come quando affronti un esame che hai studiato bene. Sapevo dove stava la sauna, avevo controllato le recensioni, avevo visto gli orari. Non c'era niente da improvvisare. Eppure era la prima volta che andavo da solo, senza nessuno che mi dicesse vieni qua, guarda là, fidati.

Lascio il trolley alla custodia automatica vicino all'uscita ovest, pago con la carta, mi segno il codice di ritiro sul telefono. Fuori dalla stazione i portici si allungano in entrambe le direzioni sotto un cielo di settembre che aveva ancora la luce giusta per sembrare estate ma già l'aria per ricordarti che non lo era più.

Avevo fatto quasi tutte le cose importanti degli ultimi due anni con qualcuno che mi aveva introdotto. Con Nicolò la prima volta, guidato da una mano esperta che sapeva dove andare. Con Tommaso, con Diego, con la rete di persone che si era costruita lentamente intorno ai primi anni al Politecnico. Anche con Filippo, quel ragazzo di Padova con il sorriso storto che avevo conosciuto nell'aula magna poche settimane prima, non era ancora qualcosa che avevo scelto del tutto in autonomia. Era qualcosa che cresceva tra noi senza che nessuno dei due la stesse guidando davvero.

Questa cosa invece la stavo scegliendo io. Solo. In una città che non era né Milano né Bari.

La porta anonima

L'ingresso

La sauna è a dodici minuti a piedi dalla stazione, vicino al quadrilatero universitario, in una via dove d'estate ci sono gli studenti e a settembre è ancora abbastanza animata da fare da rumore di fondo. La porta è stretta e anonima tra un ufficio postale e un negozio di bici, con un citofono e un cartello in corpo piccolo che non si legge da lontano.

Sono le 16:04. Mi fermo sul marciapiede per qualche secondo. Il cuore batte in modo strano, non di paura, di qualcosa che non so chiamare ancora. Poi premo il campanello.

Il receptionist è un uomo di cinquant'anni con gli occhiali e un maglione grigio, l'espressione di chi ne ha viste troppe per sorprendersi ancora.

"Prima volta?"

"Sì."

"Quindici euro, asciugamano incluso, armadietto con chiave. Docce obbligatorie prima delle zone umide." Aggiunge, quasi di passaggio: "Ti muovi tranquillo, rispetti gli altri, se qualcuno dice no è un no."

"Chiarissimo."

Mi dà un numero, un lucchetto, un asciugamano bianco che sa di cloro e un poco di lavanda. Vado a cambiarmi.

Nello spogliatoio c'è un uomo di quarant'anni che si sta rivestendo. Spalle larghe, capelli bagnati appiccicati alla fronte, un tatuaggio illeggibile sul polpaccio sinistro. Non mi guarda. Mi siedo sul bancone di legno e comincio a sfilarmi le scarpe con una calma che non so da dove arrivi. L'aria ha già quel profumo denso di vapore, qualcosa di minerale mescolato all'eucalipto, che si attacca alla pelle prima ancora di entrare nelle zone umide.

Le regole non scritte

Dentro, senza mappa

La zona umida è più grande di quanto mi aspettassi. Tre ambienti distinti: una sauna finlandese con le doghe in legno chiaro e un termometro che segna novantadue gradi; una zona vapore con le pareti di ceramica grigia e la luce ridotta a un chiarore diffuso; un corridoio con quattro cabine, porte socchiuse, ciascuna con un letto stretto e una lucina a parete.

Passo prima dalla sauna finlandese. Il calore è secco, entra nei polmoni quasi con violenza, poi ci si abitua. Intorno a me ci sono sei o sette uomini, età diverse, nessuno che sembri un turista come me. Ognuno sta nel suo spazio. La regola principale sembra essere il silenzio, una specie di accordo a non guardare troppo a lungo, a non fare domande, a esistere ciascuno dentro la propria bolla di calore.

Dopo dieci minuti mi faccio la doccia fredda, breve, e entro nella zona vapore.

Il vapore è denso, la visibilità arriva a due metri al massimo. Mi siedo su un bancone di ceramica e aspetto che gli occhi si abituino alla luce bassa. È lì che lo vedo.

Ha trentacinque anni, forse trentotto. Corporatura media, spalle dritte, una linea di peli scuri sul petto che scompare nell'asciugamano avvolto alla vita. Gli occhi sono chiari, grigi o verdi, difficile stabilirlo con quella luce filtrata. Sta seduto dall'altra parte della stanza, le braccia appoggiate alle ginocchia, e mi guarda con una calma che non è aggressiva né indifferente. È semplicemente aperta.

Resto dov'ero per qualche secondo. Poi mi alzo e mi siedo a mezzo metro da lui.

Il vapore si addensa tra noi. Passa un minuto, forse due.

"Prima volta qui?" dice lui. Voce bassa, accento che non riconosco subito, forse veneto.

"Sì. Si vede?"

"Un pochino." Non è una battuta, è solo una constatazione tranquilla. "Marco."

"Riccardo."

"Vuoi venire in una delle cabine, Riccardo?"

La domanda è diretta, senza ansia, senza la pressione di chi ha già deciso per te. Gli rispondo con la stessa semplicità che non sapevo di avere.

"Sì."

La cabina

Quello che scelgo da solo

La cabina è piccola: due metri per due, un letto stretto coperto da un telo di plastica bianca, una lucina a parete che fa una luce quasi arancione, un distributore di preservativi avvitato vicino alla porta. Marco chiude la porta senza bloccarla del tutto, lascia un filo di luce dal corridoio.

Si siede sul letto. Mi guarda senza parlare.

"Posso avvicinarmi?" chiedo.

"Sì."

Mi siedo accanto a lui. Le nostre braccia si toccano. Lui non si muove, non cerca di anticipare niente, aspetta. Lo guardo: la linea del mascellare, la clavicola, le dita che reggono l'asciugamano con una presa tranquilla. Ha una piccola cicatrice vicino all'orecchio sinistro, un segno bianco su pelle abbronzata, e un modo di sorridere che arriva prima dagli occhi che dalla bocca.

Mi avvicino e lo bacio.

È un bacio lento, senza fretta da nessuna delle due parti. Lui risponde, una mano che sale a tenermi la nuca con una pressione leggera, quasi di orientamento più che di spinta. Il vapore che ho ancora sulla pelle, la lucina arancione, il rumore attutito del corridoio fuori. Ci sdraiamo sul letto stretto. Lui si gira verso di me, una gamba che si appoggia alla mia, il peso del corpo che occupa lo spazio con naturalezza.

Lo bacio ancora. Poi scendo con le labbra sul suo collo, sul petto, sull'addome, seguendo quella linea di peli scuri verso il basso. Lo sento respirare in modo diverso, più profondo, più trattenuto.

"Va bene?" chiedo.

"Sì." La voce è più bassa, più interiore.

Mi abbasso e comincio con le labbra. Lui tiene le mani allentate lungo i fianchi, non spinge, non guida, lascia che sia io a decidere il ritmo e la profondità. Lo sento che si tende, la respirazione che cambia, le dita che trovano i miei capelli senza stringere, un appoggio più che una direzione. Resto lì finché sento che è pronto ad arrivare, poi mi rialzo lentamente.

"Vuoi continuare?" chiede lui.

"Sì."

Prende un preservativo dal distributore, me lo passa. Ci prendiamo il tempo che serve, senza fretta, senza performance. Quando finisce ho la testa vuota e le spalle che vanno giù verso il telo di plastica. Lui mi tiene una mano piatta sul petto per un momento, il pollice che si muove avanti e indietro in silenzio.

Restiamo così per qualche minuto. Non dico niente. Lui nemmeno.

Poi si alza, si riaccomoda l'asciugamano, mi guarda. "Tutto bene?"

"Sì."

"Bene." Un mezzo sorriso, più con gli occhi che con la bocca, e apre la porta.

Il treno per Bari

Bologna nel finestrino

Alle 18:20 sono di nuovo nello spogliatoio. Mi faccio la doccia, mi rivesto lentamente, i gesti di chi ha ancora un'ora davanti. Lo specchio rimanda una faccia normale, i capelli ancora umidi, lo zaino sulle spalle.

Passo a riprendere il trolley al deposito automatico, pago il supplemento per le ore in più. Compro un tramezzino al bar sotto i portici, tonno e olive, e lo mangio camminando verso i binari.

L'intercity per Bari parte dal binario sei alle 19:41. Mi siedo al finestrino, il trolley sul portabagagli sopra la testa, e guardo Bologna che si allontana nel buio delle 20 di settembre.

Pensavo a quel weekend di agosto, alla masseria vicino a Bari con gli amici, a quella notte che aveva cambiato qualcosa nel modo in cui mi vedevo. Anche quello era stato un passaggio. Ma anche quello era successo dentro una rete di persone conosciute, dentro una storia che aveva già un filo.

Questo era diverso. Marco era già sul treno per qualche altra città. Non avevamo scambiato numeri, non avevamo motivo di farlo.

Avevo aperto il telefono da solo, avevo trovato il posto da solo, avevo bussato da solo, avevo detto sì da solo. Quattro ore a Bologna, ognuno per i fatti propri.

Arrivo a Bari a mezzanotte e venti. I nonni dormono già. La chiave è sotto il vaso di gerani, dove la lasciano sempre.