
Riccardo a Roma: l'incontro che non avevo messo in agenda
Roma in ottobre ha una luce che non appartiene a nessun'altra città. Ho lasciato la stazione Termini con il trolley alle sei di sera e il sole basso tagliava via Cavour in diagonale, caldo ancora ma senza la pesantezza di agosto. Il cielo era quella sfumatura di arancio scuro che si trova solo in questa stagione, quando l'estate non si è ancora arresa del tutto. La revisione contratti col cliente durava tre giorni, l'hotel era a cinquecento metri dal Pantheon, e il venerdì sera era libero.
Gli incontri gay a Roma mi hanno sempre sorpreso per una qualità specifica che forse viene dalla città stessa: una certa lentezza nel costruire le cose, un piacere per il dettaglio, come se Roma avesse insegnato ai suoi abitanti a non sprecare i momenti buoni. Avevo aperto l'app dopo il check-in, appoggiato al davanzale con una birra comprata al bar sotto. Il profilo di Luca era apparso quasi subito.
Trastevere, un venerdì qualunque
Luca aveva trentasei anni, faceva l'architetto in uno studio a Prati. Nel profilo c'era una sola foto: in piedi davanti a un cantiere con il casco giallo in mano, capelli scuri e corti, mascella larga e squadrata. Nei messaggi era diretto, senza le premesse rituali che spesso portano via venti minuti di conversazione per non arrivare a niente. «Sei libero stasera? Conosco un posto a Trastevere», aveva scritto, e basta.
Ci siamo trovati al Bar San Calisto, in piazza Santa Maria in Trastevere, quello con i tavolini di plastica e le birre a un euro e ottanta. Luca era già lì quando sono arrivato: più alto di quanto pensassi, spalle larghe, camicia celeste con le maniche arrotolate fino ai gomiti. Aveva un modo di muovere le mani quando parlava che rendeva ogni argomento più vivido di quanto non fosse, un gesto largo che disegnava l'aria mentre descriveva il palazzo che stava ristrutturando a Prati, i problemi con le travi portanti, il compromesso tra conservazione e sicurezza sismica.
Abbiamo parlato di Roma, di come la città sembri sempre sull'orlo del collasso e invece duri da tremila anni. Luca conosceva il bar da quando aveva vent'anni, lo stesso tavolino sul lato sinistro, le stesse birre scadenti e fredde. C'era qualcosa di rassicurante in quella fedeltà alle cose piccole, in quel modo di restare ancorati a un posto mentre tutto intorno cambia. Mi aveva raccontato che il quartiere era diverso quando lui era arrivato a Roma da studente, meno turistico, più vissuto: il Bar San Calisto era uno dei pochi posti rimasti uguali. Aveva quella qualità delle persone che non cercano di convincerti di niente, parlava come se le cose fossero già stabilite e lui si limitasse a descriverle. A un certo punto si era sporto verso di me per indicare una facciata dall'altra parte della piazza, un palazzo del Settecento con le finestre cieche, e il suo braccio aveva sfiorato il mio qualche secondo in più del necessario. Non si era ritirato. Io nemmeno.
Dopo la terza birra aveva guardato l'ora sul telefono, poi me.
«L'hotel è qui vicino?»
«Dieci minuti a piedi.»
Aveva lasciato qualche spicciolo sul tavolo e si era alzato.
Avevo già vissuto quel momento di riconoscimento silenzioso, quella certezza che arriva prima delle parole e non ha bisogno di essere dichiarata. Mi era capitato anche durante quella settimana in Salento, quando al villaggio avevo capito che certe cose non si pianificano e funzionano proprio perché non si pianificano. Roma stava facendo la stessa cosa, in modo più diretto.
La camera con la finestra sul vicolo
La camera era piccola, come quasi tutte le camere degli hotel vicino al Pantheon, con un letto matrimoniale che occupava i due terzi dello spazio e una finestra che dava su un vicolo stretto pavimentato di sampietrini. Di fuori si sentiva qualcuno cantare, una voce lontana e stonata che scivolava tra le pareti di travertino.
Luca aveva chiuso la porta e si era girato verso di me senza quella pausa imbarazzante che a volte capita con gli sconosciuti. Mi aveva preso la giacca dalle spalle e l'aveva posata sulla sedia con una cura quasi metodica, poi si era avvicinato abbastanza da farmi sentire il calore del suo corpo attraverso la camicia. La tensione aveva avuto il tempo di accumularsi con precisione durante le birre, e adesso si scioglieva in un'unica direzione, come acqua che trova il punto più basso.
Ci siamo baciati in piedi vicino alla porta. Lui teneva le mani ai lati del mio viso, io avevo le dita agganciate alla cintura dei suoi jeans. Lento, senza la fretta che a volte accompagna gli incontri tra sconosciuti, come se entrambi capissimo che era inutile correre.
Si è tolto la camicia da solo. Le spalle erano più muscolose di quanto la camicia lasciasse intuire, con una piccola cicatrice circolare sul fianco sinistro che non ho chiesto da dove venisse. Si è seduto sul bordo del letto e mi ha guardato in un modo che non lasciava spazio a interpretazioni. Mi sono tolto la camicia a mia volta, poi ho raggiunto il bordo del letto accanto a lui.
Quello che è successo dopo è rimasto inciso con una precisione che raramente ottengo con gli incontri programmati. Luca sapeva muoversi con una sicurezza che non era esibizione, era semplicemente competenza, la stessa con cui probabilmente gestiva un cantiere: attenzione al dettaglio, nessun passo sprecato. Le sue mani trovavano i punti giusti senza che dicessi niente, come se leggesse qualcosa che non avevo ancora tradotto in parole. Ho sentito la sua bocca sul collo, poi sul petto, lenta, mentre fuori la voce stonata continuava a cantare qualcosa che non riuscivo a riconoscere.
«Stai bene?» aveva chiesto a un certo punto, voce bassa, senza fermarsi.
«Sì», avevo risposto, e quella sillaba era uscita in un modo che non lasciava dubbi.
Quando ci siamo spostati verso il centro del letto il rumore del vicolo si era fatto più lontano, come se la stanza si fosse chiusa intorno a noi. Il peso di Luca addosso era preciso, calibrato, e il momento in cui ci siamo finalmente mossi insieme aveva quella qualità particolare degli incontri tra persone che si capiscono al volo, senza dover negoziare niente. Il respiro di entrambi si era fatto più veloce, poi ancora più veloce, e per qualche minuto non ho pensato a nient'altro: solo il calore della sua pelle contro la mia, le sue mani che tenevano fermo, il suono che facevano le assi del pavimento antico sotto il peso del letto.
Il climax era arrivato con un'intensità che mi aveva lasciato per qualche secondo senza capacità di pensiero. Luca aveva emesso un suono basso, quasi controllato, come chi non è abituato a perdersi del tutto. Poi eravamo rimasti fermi, il respiro che si normalizzava, il suo braccio pesante sopra il mio petto.
La voce stonata nel vicolo aveva smesso di cantare.
Prima di dormire
Siamo rimasti senza parlare per quasi dieci minuti, il soffitto della camera basso sopra di noi e la finestra aperta sul vicolo. La voce stonata era tornata a cantare qualcosa di irriconoscibile, più lontana della prima volta. Non era silenzio imbarazzante, era il tipo di silenzio che si trova dopo che qualcosa si è concluso bene, quando non c'è niente da aggiungere e aggiungere qualcosa sarebbe sbagliato. Alcune cose valgono di più se non vengono commentate.
Luca si era alzato verso le undici. Aveva recuperato la camicia dalla sedia con la stessa cura metodica con cui l'aveva posata. «Lavoro domani mattina», aveva detto, senza che sembrasse una scusa. Non lo era. Aveva quarantadue chilometri da fare fino all'EUR e un sopralluogo alle otto.
Aveva lasciato il numero comunque, scritto a penna su un foglietto dell'hotel che aveva trovato sul comodino, con la grafia precisa e angolata di chi disegna progetti tutto il giorno. Nessun commento sulla serata, nessuna promessa. Solo il numero.
Dopo che se n'era andato, avevo aperto la finestra del tutto e mi ero seduto sul bordo del letto. Ero rimasto ad ascoltare il vicolo. Roma di notte fa certi rumori che non si sentono di giorno: il passo lento di qualcuno sul sampietrino, una risata lontana, il motorino di un ragazzo che accelera all'incrocio. Avevo pensato a quella notte a Bari, anni prima, in cui avevo capito che alcune cose cambiano il modo in cui ti muovi nel mondo, non in modo clamoroso ma preciso, come quando sposti di qualche grado un punto di riferimento e tutta la rotta si ridisegna da sola.
Il foglietto con il numero di Luca era ancora sul comodino. Non sapevo se avrei chiamato. Non era importante saperlo quella notte.
Il mattino dopo
Il sabato mattina avevo la riunione alle nove. Ho fatto la doccia, indossato la giacca, controllato le slide sul laptop. Prima di uscire ho guardato il foglietto con il numero di Luca, poi l'ho piegato e messo nel portafoglio.
Roma fuori era già rumorosa e piena di luce. Ho percorso i dieci minuti fino alla sede del cliente con la stessa leggerezza con cui avevo lasciato Termini il giorno prima. Il weekend era durato dodici ore. Erano bastate.





