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Gay vacanze agosto Salento - Riccardo al villaggio turistico di Otranto

Gay vacanze agosto: Riccardo al villaggio in Salento

| Incontri gay casuali

Le gay vacanze agosto le immagini sempre altrove. In un bar di Berlino, in una città che non hai ancora visitato, tra gente che non conosce i tuoi genitori e non ti ha visto crescere. Mai dentro un villaggio turistico a Otranto con la piscina che sa di cloro e tua madre che legge i menu del buffet come fossero documenti legali.

Riccardo, ventitré anni, ingegneria informatica al Politecnico di Milano, di origine barese, si ritrova esattamente in quello scenario. Tre notti nel Salento prima di rientrare a Milano, un regalo dei suoi, un sì detto di malavoglia perché era più semplice che spiegare. L'estate stava finendo nel modo in cui non aveva pianificato, e il villaggio era l'ultimo capitolo.

Il villaggio dove l'estate non è tua

Il check-in, la piscina, le prime ore

Il villaggio si chiamava qualcosa con "Baia" e un nome di persona con l'articolo, come tutti i resort del Salento di luglio. La reception era nel corpo centrale, un edificio basso color panna con le palme nei vasi e un gazebo dove quattro ragazzi in polo azzurra stavano organizzando le tessere di check-in. Avevano già fatto il check-in quando Riccardo era ancora in macchina con le cuffie.

Sua madre aveva già trovato due coppie amiche, aveva già commentato la posizione della piscina rispetto al vento, aveva già chiesto all'animatrice al desk degli orari del buffet serale e di quello della mattina. Suo padre aveva già piazzato l'asciugamano sul lettino migliore, quello nell'angolo con l'ombra del pomeriggio. Il meccanismo del villaggio era già in moto, e Riccardo era già fuori tempo.

La stanza era graziosa. Due letti singoli spinti insieme, aria condizionata che funzionava, finestra che dava sul cortile interno con il bougainvillea sul muro. Riccardo aveva lasciato il trolley sul letto a sinistra e si era seduto sul bordo senza aprirlo.

Dal cortile entrava il rumore del microfono dell'animazione. Una voce maschile stava spiegando le regole di qualcosa. Non riusciva a sentire bene le parole, ma il tono era quello esatto, quello degli animatori di ogni villaggio turistico d'Italia, brillante e svuotato contemporaneamente, costruito per portare dentro anche chi non vuole essere portato.

L'animatore che non si dimentica

Andrea, venticinque anni, abbronzato fino alle ossa

Lo aveva visto la prima volta alle undici del mattino, bordo piscina.

Andrea, scoprirà poi dal cartellino, venticinque anni, Romano di Prati ma con un'abbronzatura da camp di tre mesi che sembrava coltivata con metodo. Capelli ricci schiacciati dal sole, la t-shirt dell'animazione tagliata con le forbici sopra l'ombelico e annodata sul fianco sinistro. Le sopracciglia nere e spesse, il tipo di sopracciglia che si notano prima del resto del viso. Le mani grandi, sempre in movimento quando parlava, come se stesse continuamente segnalando qualcosa al mondo.

Stava conducendo un torneo di beach volley improvvisato nel lato poco profondo della piscina. Non era la versione seria del gioco, era la versione pensata per fare ridere, con regole inventate al momento e squadre riassortite ogni cinque minuti. Funzionava perché lui funzionava, perché aveva quel raro talento di far sentire tutti al posto giusto senza che sembrasse un lavoro.

Riccardo era su un lettino con gli occhiali da sole e un libro di Baricco che non stava leggendo. Teneva il telefono sulle ginocchia. Guardava la partita senza guardarla, nel modo in cui si guarda una cosa quando si guarda un'altra cosa attraverso quella.

Poi Andrea aveva chiamato un numero di posto per rimpiazzare qualcuno che si era ritirato, aveva indicato verso la fila dei lettini e Riccardo aveva capito, nell'ordine di un secondo, che stava indicando lui.

Non poteva dire no. Non perché non volesse, ma perché sua madre era lì a tre lettini di distanza e avrebbe trovato strano che rifiutasse un gioco in piscina in un villaggio turistico sotto il sole del Salento. Si era alzato, aveva messo il libro a faccia in giù sul lettino e si era avvicinato all'acqua.

Come si entra nell'acqua di qualcun altro

Il livello era alla vita. Faceva caldo, l'acqua era fresca senza essere fredda, con quel sapore di cloro che dopo cinque minuti non si sente più. Andrea lo aveva inquadrato mentre scendeva i gradini e gli aveva lanciato la palla senza preavviso.

"Vai con la squadra rossa, che stanno perdendo e hanno bisogno di qualcuno che sa cosa fa."

Non era un complimento. Era una cosa che si dice per riempire i secondi tra uno scambio e l'altro. Ma Riccardo lo aveva preso come un complimento lo stesso, e questo lo diceva già tutto.

Per i venti minuti successivi aveva giocato. Aveva preso la palla, l'aveva passata, aveva perso un punto per una palombella pessima e aveva riso della sua palombella, il tipo di riso autentico che non si produce di proposito. Andrea fischiava dal bordo, arbitrava con la serietà comica degli arbitri che non prende nessuno sul serio, ogni tanto saltava in acqua per correggere una posizione o riformulare una regola.

A un certo punto si era avvicinato a Riccardo per mostrare come alzare la palla nel modo giusto, spalla contro spalla nel metro d'acqua, braccio che guidava il suo braccio verso l'angolo corretto.

Il contatto era durato due secondi.

Riccardo aveva sentito il dettaglio esatto della presa, la pressione delle dita sull'avambraccio, la distanza tra le loro facce che era quella di un istruttore e non era solo quella. Poi Andrea si era già girato verso un'altra parte del campo, aveva fischiato una fallo inventato e la partita era ripresa.

Il momento esatto in cui il villaggio diventa troppo piccolo

Il gioco in piscina che non finisce dove finisce

La sessione era finita con la squadra rossa che aveva perso di tre punti tra le proteste simulate e gli applausi del pubblico in costume da bagno. Andrea aveva fischiato il termine e aveva iniziato a raccogliere le cuffiette galleggianti che delimitavano i campi, saltando dal bordo in acqua con quella facilità di chi conosce bene ogni centimetro di quella piscina.

Riccardo era rimasto nell'acqua un secondo in più del necessario. Si era girato verso il bordo vasca e Andrea era lì, inginocchiato a recuperare il materiale, e mentre lo faceva aveva alzato lo sguardo verso di lui.

Non era lo sguardo che uno rivolge al pubblico del gioco.

Era quello sguardo lì, che non sbaglia mai. Qualcosa tra il riconoscimento e la domanda, netto come una parola diretta, senza le sfumature e le ambiguità con cui si può sempre scegliere di non leggere quello che si legge.

Tre secondi che durano troppo

Tre secondi.

Riccardo non aveva abbassato gli occhi. Per la prima volta in anni, o forse per la prima volta in assoluto in un contesto del genere, non aveva abbassato gli occhi. Aveva retto lo sguardo e aveva sentito, sotto il livello dell'acqua alla vita, qualcosa spostarsi.

Il villaggio si era fatto piccolo in quel momento. Piccolo nel senso sbagliato, quello che non ha uscite: troppo pieno di persone giuste, nessuna delle quali avrebbe capito. Coppie in costume. Bambini che correvano tra i lettini. Sua madre che stava arrivando con il borsone della protezione solare.

Andrea aveva inclinato leggermente la testa, appena. Come si fa quando si vuole dire qualcosa senza dirlo, quando il canale verbale è bloccato ma il corpo trova il modo lo stesso. Non era un invito concreto. Era quella cosa che precede gli inviti, il momento prima che un momento diventi qualcosa, e che dura finché qualcosa non lo spezza.

Riccardo aveva aperto la bocca, non aveva detto niente, l'aveva richiusa.

La voce di tua madre

Come si spezza un momento

"Riccardoooo."

Due vocali finali allungate, uno stile inconfondibile. Sua madre con il cappello di paglia e il libro di Camilleri era ferma a bordo piscina e lo guardava con l'espressione di chi sta valutando se venire a prenderlo per mano come a sei anni.

"Vieni, dobbiamo prenotare i posti per la cena. Ci sono dei posti buoni vicino alla terrazza con il mare ma se aspettiamo li prendono gli altri."

Il momento si era spezzato con la precisione di un ramo secco.

Riccardo aveva detto "vengo" senza voltarsi, e quando si era voltato Andrea stava già in piedi, stava già raccogliendo la cesta con il materiale del gioco, stava già guardando da un'altra parte con la naturalezza precisa di chi sa come si esce da un momento del genere senza che sembri una fuga.

Non si erano salutati.

Riccardo era uscito dalla piscina, aveva recuperato l'asciugamano dal lettino, aveva seguito sua madre verso il blocco del ristorante. Nel corridoio coperto che portava alla sala buffet sentiva ancora la pressione delle dita sull'avambraccio, quella della dimostrazione tecnica che non era stata solo una dimostrazione tecnica.

A cena aveva mangiato, aveva risposto alle domande di suo padre sul lavoro estivo, aveva commentato il cibo con la dose giusta di interesse. Nessuno aveva notato niente perché non c'era niente da notare visivamente: era un ragazzo in vacanza con i suoi, con una faccia normale.

Da quando aveva passato qualche ora libero alla spiaggia di Torre del Lago in Versilia, qualche settimana prima, Riccardo aveva imparato a tenere due strati. Quello di sopra che funzionava sempre, quello di sotto che non lo vedeva nessuno.

La spiaggia a mezzanotte

Quello che rimane quando non succede nulla

Alle undici, con i suoi già in stanza, aveva detto che andava a prendere aria. Nessuna domanda.

La spiaggia privata del villaggio era deserta a quell'ora. Sdraio impilate, ombrelloni chiusi, le luci del bar spiaggia già spente. Il mare di notte in Salento è diverso dagli altri mari di notte, più scuro e meno rumoroso, con quella qualità dell'acqua che non ha bisogno di esibirsi per nessuno.

Riccardo si era seduto sulla riva, scarpe in mano, piedi nella sabbia ancora tiepida del giorno.

Non pensava ad Andrea nel senso di rimpianto. Ci pensava, era inevitabile, ma non nel modo in cui si pensa a qualcosa che è andato storto. Pensava al modo in cui aveva tenuto quello sguardo tre secondi senza abbassare gli occhi, e a come questa fosse già una cosa nuova. Non era successo molte volte, prima.

Domani mattina c'era la vela del pomeriggio, sua madre aveva già prenotato i posti per tutti e tre. Andrea probabilmente conduceva anche quella. Oppure no.

Riccardo si era alzato, aveva scosso la sabbia dai piedi, era tornato verso le luci del villaggio. Aveva tempo ancora domani, e il giorno dopo. Il Salento era ancora lì.