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Racconti gay villa - Niccolò al Lago d'Iseo

Racconti gay villa: Niccolò, il Lago d'Iseo e l'ultimo fuoco d'agosto

| Incontri gay casuali

C'era qualcosa di sospeso nell'aria quel pomeriggio di fine agosto, qualcosa che aveva il sapore del commiato definitivo. La villa sul Lago d'Iseo ci ospitava da tre giorni: io e un gruppo di amici architetti, colleghi di Alessio, con cui condividevo l'appartamento milanese da quasi un anno. Avevo accettato l'invito quasi per capriccio, un gesto spontaneo contro la pigrizia estiva che di solito mi teneva inchiodato in città fino a settembre inoltrato.

Niccolò era arrivato il secondo giorno. Trentatré anni, capelli scuri con qualche filo bianco alle tempie, un modo di ridere che prendeva tutto il viso e poi si spegneva lentamente. Architetto anche lui, amico di Alessio dai tempi del Politecnico di Milano. Lo avevo visto da lontano, al pranzo sotto il pergolato, e avevo fatto la cosa classica: cercare di non guardarlo troppo, riuscendoci male.

Nei racconti gay che costruiamo nella testa prima ancora che accada qualcosa di reale, avevo già scritto e cancellato mille versioni di quella storia. La villa, il lago, l'ultimo weekend d'agosto con amici di qualcuno che conosco appena. Non è il contesto in cui ti aspetti che succeda qualcosa. Poi arriva Niccolò con la sua borsa da viaggio e il suo sorriso da costruttore in ritardo, e ti rendi conto che la vita ha un senso dell'umorismo tutto suo.

La villa sul lago e il peso leggero dell'estate che finisce

Un posto che non si dimentica subito

La villa era fuori dal tempo nel senso migliore possibile. Pietra bianca, finestre ad arco, un giardino in leggera pendenza che scendeva diretto verso il pontile sul lago. Dalla terrazza si vedeva la sponda bergamasca dissolversi nella foschia del pomeriggio, con quell'azzurro pesante e saturo dell'agosto che non riesci mai a fotografare come lo vedi davvero. Questi posti esistono, mi ero detto arrivando, e io di solito li frequento solo nei sogni o nei profili Instagram di persone che conosco poco.

Eravamo otto in tutto. Alessio e la sua compagna, tre coppie di amici, io da solo, e poi Niccolò, arrivato il secondo giorno perché aveva avuto un cantiere da chiudere a Brescia. Lo avevo aspettato senza saperlo. Quel tipo di attesa inconscia che non riconosci finché la persona non appare davvero sull'uscio, borsa in spalla, abbronzatura da cantiere, un sorriso che sembrava chiedere scusa genericamente per il ritardo e per tutto il resto.

Ci eravamo presentati in modo sbrigativo, il modo in cui ci si presenta quando si è già dentro una dinamica di gruppo consolidata. Nome, professione, battuta di scarico. Poi il pranzo, le risate, i primi tuffi nel lago che aveva quella temperatura perfetta di fine stagione, né fredda né tiepida, solo giusta. Niccolò nuotava forte e diretto, con una precisione che sembrava fuori posto in quella vacanza pigra e sonnolenta. Lo avevo guardato risalire dal pontile con l'acqua che gli scorreva lungo la schiena e avevo pensato, con una chiarezza imbarazzante, che avrei voluto mettere le mani lì.

Avevo passato il pomeriggio a leggere sotto un ombrellone e a non leggere niente, in realtà. Il libro era rimasto aperto sulla stessa pagina per due ore.

Cena sul terrazzo, Franciacorta e la jacuzzi alle undici di sera

Il tipo di serata in cui capisci come andrà a finire

La cena era andata avanti fino alle dieci passate. Pesce di lago, vino bianco della Franciacorta, quella conversazione sciolta e un po' malinconica tipica delle ultime serate di vacanza, quando sai che il giorno dopo si smonta tutto e allora ci si concede un ritmo diverso. Niccolò era seduto di fronte a me. Ogni tanto alzava gli occhi dal piatto nel momento esatto in cui li alzavo io, e nessuno dei due diceva niente di utile su quell'incontro di sguardi.

Alessio aveva tirato fuori un secondo vino. Qualcuno aveva proposto digestivi. La serata si era allungata di quell'ora in più che cambia tutto, quella zona grigia in cui la stanchezza e il calore e il vino si mescolano in qualcosa che assomiglia alla sincerità involontaria.

La jacuzzi era sul lato ovest della villa, nascosta tra due siepi alte di alloro. Qualcuno aveva detto "facciamo un ultimo giro" e ci eravamo ritrovati in quattro intorno alla vasca, poi in tre, poi piano piano gli altri si erano squagliati verso i loro letti con quella naturalezza un po' cospiratrice di chi sa perfettamente quello che sta facendo. Era rimasto solo Niccolò. Ed ero rimasto io.

L'acqua era calda, il lago in basso era una striscia scura e silenziosa, le luci di Iseo riflesse sull'acqua sembravano stelle che avevano cambiato idea a metà strada e deciso di restare. Avevamo parlato per quasi un'ora di tutto e di niente: di Milano, di progetti in corso, di come cambia il modo di lavorare quando superi i trent'anni e smetti di voler dimostrare qualcosa a qualcuno. Poi c'era stato un silenzio. Non del tipo scomodo. Il tipo di silenzio in cui qualcosa si decide da sola, senza che nessuno debba intervenire.

Niccolò aveva posato il bicchiere sul bordo della vasca con una lentezza che sembrava deliberata. Mi aveva guardato con quella calma che avevo imparato a riconoscere nel corso della serata, una calma che non era distanza ma attenzione.

"Ti piacerebbe che mi avvicinassi?" aveva detto.

Una domanda semplice. Diretta. Non lasciava spazio all'ambiguità e non ne aveva bisogno.

"Sì," avevo risposto. "Mi piacerebbe molto."

Una notte che vale tutta un'estate

Come certi incontri cambiano la misura delle cose

Si era avvicinato lentamente, con quella stessa precisione con cui nuotava. Una mano sulla mia spalla, il contatto, poi la sua voce di nuovo, bassa e vicina: "Vuoi continuare dentro?"

, avevo detto ancora. Sempre sì.

Eravamo saliti nella sua stanza al piano di sopra, quella con la finestra che dava direttamente sul lago. Fuori il Lago d'Iseo era immobile e scuro, dentro c'era tutto il contrario. Niccolò era un uomo che sapeva quello che voleva e lo comunicava chiaramente, senza smettere di chiedere ad ogni passaggio. Una combinazione rara, e io la stavo imparando in tempo reale, come si impara tutto quello che conta davvero.

La scena che è seguita non ha bisogno di essere sezionata nei dettagli per essere vera. Posso dire che c'era cura e c'era forza, che c'era quella qualità di certi incontri che non si pianificano e non si replicano. Dom soft tra pari, lo definirei adesso con il senno di poi: quel tipo di dinamica in cui uno guida e l'altro segue, ma entrambi scelgono consapevolmente ad ogni passo. Lui chiedeva, io rispondevo. Io chiedevo, lui rispondeva. Non c'era niente di implicito, niente che scivolasse nell'indefinito. Ogni sì era un sì detto e sentito.

Ci eravamo addormentati verso le tre. Fuori il lago faceva i suoi rumori di lago notturno, l'acqua contro i sassi del pontile, qualche barca lontana, il silenzio totale che solo i posti sull'acqua sanno fare davvero.

Quella notte mi ha ricordato, per certi versi, un altro incontro che avevo vissuto qualche mese prima, in circostanze completamente diverse: quella volta al Capo con Marco e la notte fuori progetto. Anche lì c'era stata quella qualità di presenza totale, quella sensazione di essere davvero nel posto giusto nel momento giusto, senza rimpianti e senza aspettative. Certi incontri si somigliano nell'intensità, non nella forma.

L'alba sul lago e la fine di agosto

Cosa si porta via quando si torna in città

Mi ero svegliato alle sei con la luce che entrava dalla finestra sul lago come qualcosa di fisico, quasi tangibile. Niccolò dormiva ancora. Mi ero alzato in silenzio, ero sceso in cucina in punta di piedi, avevo fatto il caffè con la moka trovata sul fuoco.

Dalla terrazza il lago sembrava dipinto da qualcuno con più pazienza di me. Quella luce obliqua e rosata dell'alba di fine agosto, i colori ancora morbidi e indecisi, l'aria fresca prima che il caldo della giornata riprendesse il controllo. Fine estate, avevo pensato, nel senso più ampio della parola. Fine di qualcosa, inizio di qualcos'altro che ancora non aveva forma.

Niccolò era sceso mezz'ora dopo. Si era seduto di fronte a me con il suo caffè, aveva guardato il lago per un po' senza dire niente. Poi aveva sorriso, quel sorriso largo che prendeva tutto il viso.

"Bella villa," aveva detto.

"Bella villa," avevo confermato.

Nessun romanticismo di troppo, nessuna promessa che non avremmo saputo mantenere, nessuna conversazione carica di significati che non esistevano ancora. Solo due persone che avevano condiviso qualcosa di bello e lo sapevano entrambi con la stessa chiarezza. Il tipo di chiarezza che preferisco all'ambiguità dei post-scriptum, delle aspettative non dette, delle mattine in cui nessuno sa come comportarsi.

Smontavamo il pomeriggio. Ci eravamo scambiati il numero con quella vaga promessa di "ci vediamo a Milano" che a volte rimane vaga e a volte diventa reale. Con Niccolò non lo so ancora. Ma quella notte al lago, con l'acqua calda della jacuzzi, la sua voce che chiedeva il mio consenso prima di ogni passo, la finestra aperta sul Lago d'Iseo e la luce dell'alba che ci aveva trovati ancora lì, quella resterà intatta esattamente così.

Ci sono incontri che non hanno bisogno di un seguito per essere completi. Quello era uno di quelli. Come avevo già scritto raccontando quella serata alla sauna gay a Firenze in un ottobre senza programma, le cose migliori capitano quando non stai cercando niente in particolare e la tua guardia è abbassata abbastanza da lasciarle entrare.

Fine agosto. Il lago, Niccolò, la villa con le finestre ad arco e il giardino che scende verso l'acqua. Un racconto gay che avevo iniziato a scrivere senza saperlo, senza aprire nessun documento, semplicemente vivendo quei tre giorni nel modo in cui si dovrebbe vivere sempre: presente, aperto, senza troppi piani.