
Racconti gay tradimento: il messaggio di Sergio a fine agosto
Non ero sicuro di quanto i racconti gay tradimento mi riguardassero davvero, fino a quella domenica di fine agosto. Il messaggio era arrivato da un numero che non riconoscevo, un prefisso romano diverso dal solito. Davide, sono Sergio. So che forse non mi aspettavi. Volevo sentirti. Otto parole e mezzo. Ci avevo messo tre giorni a rispondere. Sapevo cosa era successo in luglio, sapevo cosa avevo fatto, sapevo anche che quella storia aveva una data di scadenza scritta in fronte. Ma lui aveva trovato un altro numero. E questo, in qualche modo, cambiava qualcosa.
Tredici giorni dopo Capocotta
Ero tornato dal mare a Ferragosto con una cosa in testa più chiara di prima: che potevo muovermi io, quando volevo, senza aspettare che qualcuno mi venisse a cercare. Era una realizzazione banale, forse, ma per me non lo era stata. Capocotta da solo era stata una di quelle giornate che ti restano non per quello che succede, ma per quello che capisci mentre il sole scende e sei l'unico a guardarlo.
Poi era arrivato il messaggio.
Sergio lo conoscevo da luglio. Era l'amico di mio padre dai tempi dell'università, uno di quelli che si incontrano a Natale e si mandano messaggi per le partite. Sposato, due figli a scuola elementare, una moglie che lavorava in tribunale a Frosinone. Aveva quarantasei anni e le mani di chi ha passato vent'anni sui cantieri da geometra: larghe, con i pollici leggermente ritorti verso l'esterno, un callo vecchio sull'anulare destro dove una volta stava l'alleanza e adesso stava di nuovo. I capelli tagliati corti, grigi ai lati, una linea di abbronzatura tra collo e nuca dove il sole aveva segnato i confini dell'estate.
In luglio, a fine del primo aperitivo insieme, avevo capito che lo guardavo in modo diverso dagli altri amici di mio padre. C'era qualcosa nel modo in cui gestiva i silenzi, nel modo in cui riempiva lo spazio di una stanza senza alzare la voce, che non avevo saputo ignorare. Aveva una certa qualità da adulto che sapeva già dove stava andando, anche quando mentiva a se stesso.
Quello che era successo in luglio non lo avevo cercato. Era venuto fuori da una cena che doveva essere normale, una di quelle serate in cui ti ritrovi a parlare fino alle undici e poi capisci che la conversazione è finita ma nessuno se ne vuole andare. Lo avevo portato a casa mia. Avevo pensato per settimane che fosse una cosa chiusa, appartente alla categoria delle cose che non si raccontano e non si ripetono. Invece lui aveva trovato un altro numero. Quello vecchio l'aveva cambiato, mi aveva detto poi, non per me, per altre ragioni. Ma uno nuovo l'aveva trovato. E me lo aveva usato.
Come avevo scoperto in quell'altra sera estiva con Sergio, la matematica degli uomini sposati è semplice: non cercano complicazioni, cercano qualcuno che le gestisca al posto loro.
Il messaggio, la risposta
Un'ultima volta prima di settembre. Un amico mi presta un appartamento su via Goffredo Mameli. Venerdì sera, se ti va.
Ci avevo pensato tre giorni. Avevo scritto e cancellato sei bozze di risposta. Avevo camminato fino a ponte Sisto e indietro due volte di fila, che è il modo in cui processo le cose quando non riesco a stare fermo. Mi ero seduto su una panchina al Gianicolo a guardare i tetti di Roma e avevo cercato di capire cosa stavo davvero decidendo.
La questione morale c'era, non lo negavo. Era sposato. Aveva figli. Mia madre avrebbe fatto finta di non vedere ma avrebbe visto tutto, se mai lo avesse saputo. Ma quello che mi fermava non era solo quello. Era qualcosa di più sottile: la differenza tra fare una cosa perché ti capita e farla perché la scegli.
A luglio era capitata. Adesso stava diventando una scelta.
Avevo risposto: Va bene. Ma ho delle condizioni.
Lui non aveva risposto subito. Poi aveva scritto: Dimmi.
Avevo scritto quelle condizioni. Non molte, non drammatiche, solo le mie: niente foto, niente messaggi dopo, niente "ci vediamo ancora". Un'ultima volta come diceva lui, e poi basta per davvero. Nessuna promessa, nessun dopo.
Aveva risposto: D'accordo.
L'appartamento di via Goffredo Mameli
Il portone si apriva con un codice. Terzo piano, porta a destra. Avevo salito le scale senza guardare il telefono.
L'appartamento era di qualcuno che stava in vacanza: libri di architettura sullo scaffale, un ficus che aveva bisogno di acqua, la finestra sul cortile aperta per il caldo. Sergio era arrivato dieci minuti dopo di me. Portava una borsa di lino, jeans e una maglietta beige. Aveva l'abbronzatura di chi ha fatto le ferie in montagna, non al mare, le spalle più scure del petto.
"Stai bene?" ha detto.
"Sì."
Non c'era molto altro da dirsi. Era passato più di un mese, eppure il modo in cui ci guardavamo era quello di due che si conoscono già, non di due che si stanno incontrando per la seconda volta ufficialmente.
Ci siamo seduti sul divano per un po'. Lui si era versato dell'acqua, me ne aveva offerta. Avevo detto di no. Non ero nervoso, non esattamente. Ero presente, che è diverso.
La scelta
"Hai detto che hai delle condizioni," ha detto Sergio alla fine. "Le rispetto."
"Lo so."
Ero io che mi ero alzato per primo. Ero io che avevo fatto i tre passi verso di lui. Questo, per quanto piccolo possa sembrare, era diverso da luglio.
L'ho preso per il colletto della maglietta, piano, e lui ha alzato la testa a guardarmi. Aveva gli occhi stanchi di chi ha già deciso che questo sarà l'unico momento della settimana in cui si ferma davvero. Ho pensato che lo capivo. Non volevo capirlo troppo, però.
"Posso?" ho detto.
Lui ha annuito.
Ci siamo spostati in camera. L'appartamento aveva una sola luce accesa, quella del corridoio, e il caldo di agosto teneva l'aria ferma anche con la finestra socchiusa. Si sentivano voci lontane dal cortile, bambini che giocavano con qualcosa di plastica.
Mi sono tolto la maglietta per primo, poi ho aspettato. Lui ha fatto lo stesso, lento, come se stesse concedendo qualcosa. Portava segni di sole asimmetrici, le spalle più abbronzate del petto, il triangolo bianco dove stava il costume. Aveva i peli del petto grigi, radi verso l'ombelico, una cicatrice piccola al fianco destro che non avevo notato in luglio.
Ho messo una mano sul suo sterno e l'ho spinto delicatamente verso il materasso.
Quello che è venuto dopo era diverso da luglio. Non c'era la frenesia, non c'era quell'urgenza da prima volta che brucia tutto in venti minuti. C'era qualcosa di più lento, e quella lentezza la gestivo io. Lo portavo con la bocca con calma, tenendogli i fianchi larghi tra le mani mentre lui respirava attraverso il naso con la testa rovesciata e gli occhi chiusi. Ha detto il mio nome una volta, sottovoce, come se ricordasse a se stesso dove si trovava.
Poi ci siamo girati. Lui sapeva cosa voleva, e questa volta anch'io sapevo cosa volevo. Ho preso il preservativo dalla tasca dei jeans sul pavimento senza fretta. Il ritmo era il mio: quando accelerare, quando fermarmi, quando lasciare che fosse lui a muoversi sotto di me, quando ripartire da capo. Lui teneva le mani sui miei fianchi senza stringere, come a dire che era lì ma non stava cercando di guidare niente. A tratti stringeva un po', poi si ricordava di non farlo e le apriva di nuovo. Fuori i bambini nel cortile avevano smesso di giocare. L'appartamento era silenzioso tranne per i respiri, per il cigolìo del letto su quel pavimento in legno, e per il caldo che non se ne andava.
Una volta ha aperto gli occhi e mi ha guardato senza dire niente. L'ho fissato per qualche secondo. Poi ho abbassato la testa e ho continuato.
Ha tenuto gli occhi aperti quasi sempre. Io no. Quando è arrivato il momento è arrivato per entrambi quasi insieme, un allineamento di cui non ho capito la meccanica ma che era lì, reale, nel caldo immobile di quella sera di fine agosto.
Dopo
Avevamo fatto silenzio per un po'. Mi ero alzato, ero andato in bagno, avevo rimesso i vestiti. Lui era ancora sul letto quando ero uscito dalla camera.
"Devo andare," ho detto.
Lui ha alzato la testa dal cuscino. "Sì."
Alla porta mi ha tenuto il polso un secondo, non forte, solo il tempo di guardarmi. Poi l'ha lasciato andare.
Sono sceso le scale da solo. Fuori su via Goffredo Mameli il cielo era quel rosa di fine agosto che dura venti minuti e poi sparisce. Ho camminato fino a viale Trastevere e ho preso il tram verso casa.
Sergio non mi ha più scritto. Non me lo aspettavo, eppure quando ho controllato il telefono quella domenica sera e poi il lunedì e poi il mercoledì e non c'era niente, ho sentito una cosa che non era sollievo e non era dispiacere.
C'era una parte di me che aveva aspettato di sentirmi in colpa. La parte che sa che era sposato, che ha dei figli, che mio padre lo incontra a Natale e gli chiede com'è andata l'estate. Quella parte era lì. Ma c'era un'altra parte, più nuova, che stava seduta quieta accanto alla prima e non la contraddiceva. Solo aspettava.
Era la differenza tra una storia che finisce perché si esaurisce e una che finisce perché hai deciso tu quando chiudere la porta. Quella sera in via Goffredo Mameli avevo aperto e chiuso io. Nessun altro.





