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Racconti gay fratello amico: due ragazzi al chiaro di stelle in un oliveto pugliese

Racconti gay fratello amico: la notte alla masseria di Bari

| Coming out

Nei racconti gay di fratello amico si sente sempre la stessa storia: qualcuno che guida, qualcuno che segue. Riccardo aveva ventitré anni, stava finendo il terzo anno di ingegneria informatica al Polimi, e aveva imparato ogni cosa da solo, in silenzio, senza che nessuno lo guidasse davvero. A Bari, negli ultimi giorni di agosto, in una masseria di pietra bianca a quindici minuti dalla città, le parti si sono invertite per la prima volta. Il cugino di un cugino si chiamava Simone. Aveva vent'anni, la voce bassa di chi ha imparato a stare attento, e non aveva mai fatto niente con un altro uomo.

La masseria, la sera, e uno sguardo che riconosceva qualcosa

La festa nell'aia

Lorenzo gli aveva mandato l'invito ad agosto inoltrato, quando Riccardo stava già contando i giorni che mancavano al ritorno a Milano. Una festa in masseria, poca roba, gente del liceo. Riccardo aveva accettato perché era più facile dire di sì che spiegare perché aveva smesso di riconoscersi nelle feste barese. Due anni al Polimi cambiano qualcosa nell'interno. Ti abituano a certi silenzi, a certe libertà. Bari invece ti aspetta sempre uguale, come se il tempo avesse concordato di fermarsi davanti alla soglia della città vecchia.

La masseria era quella della famiglia di Lorenzo, ereditata dai nonni: muri di tufo, un fico secolare al centro dell'aia, lucine colorate appese tra i rami bassi degli ulivi. Arrivò che il sole stava già calando e la campagna aveva preso quella luce di fine agosto che in Puglia sembra un filtro fotografico, tutto oro e ombra lunga. C'erano forse quaranta persone, i soliti giri che si intrecciano nelle famiglie allargate del sud: amici di amici, cugini di cugini, qualche fidanzata conosciuta sul posto e già inserita nel giro.

La gente che Riccardo conosceva si divideva in due tipi: quelli che lo salutavano con l'entusiasmo di chi non si era accorto che era cambiato, e quelli che lo guardavano con l'aria di chi si chiedeva perché sembrava diverso. Riccardo stava navigando il confine tra i due gruppi quando Lorenzo lo prese per un braccio. "Ti presento Simone. E' il cugino di Filippo, che e' cugino mio."

Il ragazzo dalla voce bassa

Simone aveva vent'anni e un modo di stare nei posti che Riccardo riconobbe al primo sguardo: attento, un po' arretrato, come se ogni stanza fosse da misurare prima di entrarci davvero. Capelli scuri, spalle strette dentro una camicia bianca, un mezzo sorriso che arrivava sempre mezzo secondo dopo. Non era il tipo di ragazzo che si notava in una festa. Era il tipo che osservava.

Parlarono poco, all'inizio. Il solito scambio di coordinate: università, città, cosa fai quest'anno. Simone studiava scienze della comunicazione a Lecce, viveva in affitto fuori sede, tornava a Bari solo per le feste di famiglia. Riccardo ascoltava e pensava a qualcosa che non riusciva a mettere a fuoco. Poi capì: Simone stava facendo la stessa cosa che faceva lui tre anni prima. Stava attento alle parole. Troppo attento, il tipo di attenzione che non è timidezza, è guardia.

Cenarono vicini per caso di disposizione a tavola. Simone mangiava poco e guardava molto. Riccardo ogni tanto lo sorprendeva a controllare le reazioni degli altri prima di dire qualcosa, come se stesse calcolando il rischio di ogni frase. Era una cosa che Riccardo aveva fatto per anni, e che aveva smesso di fare solo dopo che Milano lo aveva aiutato a smettere.

Fuori in giardino, sotto le stelle di agosto

La domanda che nessuno fa mai

Dopo la cena si erano ritrovati entrambi fuori, ai margini dell'aia, seduti su due sedie di plastica bianca con un bicchiere di vino in mano. Dentro la festa continuava: voci, una musica bassa, qualcuno che rideva di qualcosa che Riccardo non aveva sentito. Fuori c'era il buio della campagna pugliese e un cielo che a Milano non esiste, denso di stelle, senza il filtro arancione della città.

"Ti piace Lecce?" chiese Riccardo, per dire qualcosa.

"Mi da' spazio," disse Simone. Poi, dopo un silenzio: "Milano mi spaventa."

"Perche'?"

"Perche' la gente la' fa le cose. Non ci pensa tanto. Fa."

Riccardo capì che non stavano parlando di città. Stava riconoscendo un codice che aveva usato anche lui per mesi, prima di imparare a parlare in modo diretto. Aspettò. Aveva imparato, con il tempo, che certe conversazioni vanno lasciate respirare prima che dicano quello che vogliono dire davvero.

Simone girò il bicchiere tra le mani. "Non ti annoi, qui? Intendo, a tornare ogni estate."

"A volte si'," disse Riccardo onestamente. "A volte no. Dipende da cosa ci trovo."

Fu l'unica frase ambigua che si permise. Non spinse oltre. Non era il tipo di conversazione che si forza.

"Non ho mai fatto niente"

Fu Simone a rompere il silenzio, dopo un po'. "Sai," disse, con gli occhi sul campo buio oltre il muretto, "a volte mi chiedo se sono l'unico."

"L'unico cosa?" chiese Riccardo, anche se sapeva già dove stava andando.

Simone ci mise un secondo. "L'unico che si sente cosi'."

Riccardo girò la testa verso di lui. "No," disse. "Non sei l'unico." Poi, perché gli sembrava onesto: "Io ci ho messo due anni a capirlo. E altri sei mesi a farlo capire anche agli altri."

Simone lo guardò per la prima volta in modo diretto. "Sei..."

"Si'."

Silenzio. Le cicale nel campo. Qualcuno dentro la masseria che alzava la voce per ridere. Poi Simone disse, quasi sottovoce: "Io non ho mai fatto niente. Con nessuno. Non ci sono mai arrivato."

Riccardo si sentì fare una cosa strana dentro: una specie di peso che si alleggeriva. Non per se stesso. Per Simone. Ricordava quella sensazione, il peso specifico di non aver mai fatto niente, come una cosa che si porta e non si posa da nessuna parte perche' non esiste ancora il posto giusto.

"Non e' obbligatorio," disse Riccardo. "Ma se vuoi, possiamo stare qui ancora un po'. Senza che succeda niente che non vuoi tu."

Simone annuì. Lentamente, ma senza esitare troppo. "Si'. Vorrei stare qui ancora un po'."

Il vialetto di ulivi e il primo passo

Il primo bacio

Erano le due di notte quando si alzarono dalle sedie e camminarono verso il fondo della proprietà, dove il vialetto di ulivi portava al cancello di servizio. Non c'era nessuno lì. Solo le cicale che non si erano ancora decise a smettere e il rumore lontano della festa, già rarefatta. Gli ulivi erano vecchi, i tronchi contorti, qualcuno con un diametro che non si abbracciava in due. L'erba sotto era secca, l'agosto pugliese non lascia molta umidità nel suolo.

Si fermarono quasi contemporaneamente, senza che nessuno lo avesse deciso. Riccardo si girò verso Simone. "Posso?" chiese. Una parola sola, quasi un soffio. Ma necessaria.

Simone non rispose subito. Riccardo aspettò, senza riempire il silenzio. Poi: "Si'."

Il bacio fu breve. Riccardo lo tenne leggero, senza fretta, senza aspettarsi niente di più. Era la prima volta che era lui a decidere il ritmo, e sentì quanto fosse diverso stare dall'altra parte. Non c'era la tensione di chi aspetta che l'altro capisca cosa vuoi. C'era solo lui, fermo, con una mano aperta contro il fianco di Simone.

Simone si fermò un secondo. Poi si avvicinò ancora.

Le mani, il confine

I successivi venti minuti furono fatti di poco: baci lenti, le mani che esploravano senza spingere, qualche respiro che cambiava ritmo senza trasformarsi in qualcosa di diverso. Riccardo lasciò che fosse Simone a decidere il passo. Non aveva mai avuto quella pazienza prima, o meglio, non aveva mai dovuto averla. Con Tommaso era sempre stato lui quello che aspettava le mosse dell'altro. Stavolta era lui a tenere il passo lento, intenzionalmente.

A un certo punto Simone disse, sottovoce: "Possiamo fermarci qui."

"Certo," disse Riccardo. Senza esitare, senza aggiungere niente.

E si fermarono. Il confine era stato detto, rispettato, e nessuno dei due se ne andò con qualcosa da rimpiangere.

Piu' tardi, seduti di nuovo sull'aia con il vino tiepido e la festa ridotta a poche voci, Simone disse: "Non me lo aspettavo cosi'."

"Come te lo aspettavi?"

"Piu' complicato."

Riccardo sorrise. "Lo diventa, se vuoi. Ma non deve per forza."

Si scambiarono i numeri. Non fecero promesse. Riccardo sapeva bene come finivano le promesse fatte all'alba, in quella fascia di notte dove tutto sembra più possibile e definitivo di quanto non sia. Lasciò invece che quella notte fosse quello che era stata: una masseria, due sedie, un vialetto di ulivi, un confine rispettato.

L'alba e la comprensione che arriva dopo

Prima dell'alba

Guidò verso casa con le finestre abbassate e Bari che si svuotava intorno a lui. Erano le quattro e mezza, il cielo aveva quella luce grigia che precede l'alba di poco, prima che arrivi il rosa e poi il bianco. Il quartiere dormiva. I sampietrini brillavano ancora dell'umidità della notte.

Pensò a Simone. Poi, per una strana catena di pensieri, pensò a se stesso. C'era stato un momento, circa un anno prima, in cui lui era stato Simone. La prima volta che era andato da solo in un posto dove non doveva nascondersi, il peso che aveva portato fino a quel momento, la sensazione di non sapere da dove cominciare. Qualcuno aveva tenuto il ritmo per lui, allora. Qualcuno aveva aspettato senza spingere.

Non aveva capito, in quel momento, quanto quella pazienza costasse. Ora lo capiva.

In questi racconti gay di fratello amico la cosa piu' difficile non e' il momento in cui si fa qualcosa. E' il momento in cui si capisce cosa vuol dire essere l'altro. Quello che sa gia', quello che aspetta, quello che tiene la mano ferma perche' l'altro possa avanzare senza cadere. E' un ruolo che richiede di dimenticare se stessi per un po', di mettere da parte la propria storia per fare spazio a quella di qualcun altro.

Riccardo parcheggió sotto casa alle cinque meno dieci. La Bari delle notti prima di dire tutto non era mai stata cosi' silenziosa. Sali' per le scale in silenzio, si stese sul letto con le scarpe ancora ai piedi, e penso' che forse il passo piu' difficile della storia di Simone era ancora davanti a lui. Ma almeno adesso Simone sapeva che quel passo esisteva. E che non era solo nel farlo.