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Racconti gay dom soft: Stefano e il cliente che chiede tutto

Racconti gay dom soft: Stefano e il cliente che chiede tutto

| Incontri gay casuali

Nei racconti gay dom che Stefano avrebbe potuto raccontare (se avesse l'abitudine di raccontare) c'è sempre un momento preciso in cui una persona smette di essere un cliente e diventa qualcosa d'altro. Con Tommaso T. quel momento arriva un giovedì sera, mentre Stefano sta finendo un ritocco sul suo avambraccio sinistro e il locale è già chiuso da un'ora. «Senti,» dice Tommaso, con la calma di chi ha preparato la frase da giorni. «Oltre ai tatuaggi, fai anche altro?» Stefano posa il macchinario. Guarda le sue mani. Poi alza gli occhi.

Il cliente che chiede di più

Tommaso T. ha trent'anni, fa l'ingegnere delle infrastrutture e vive a Milano in un appartamento con le finestre che danno su un cortile con un tiglio vecchio di decenni. Non è il tipo che chiede le cose senza averle già pensate fino in fondo. Anche i tatuaggi li ha scelti con la stessa metodicità: tre sessioni in tre mesi, tre pezzi distinti, ognuno con un significato che aveva spiegato a Stefano fin dal primo incontro, senza che lui lo chiedesse.

Stefano lo ricorda bene, quell'atteggiamento. Uno che spiega il perché sa già cosa vuole, aveva pensato allora. E adesso, con quella frase nell'aria, fai anche altro?, capisce che Tommaso sa anche questo. Ha aspettato il momento giusto, ha aspettato di essere sicuro, e adesso chiede.

«Faccio alcune cose, sì,» risponde Stefano, posando il macchinario sul tavolo con un gesto preciso, né lento né affrettato. «Ma probabilmente non come le intendi tu.»

Tommaso non si muove dalla sedia. «Come le intendi tu, allora?»

Stefano spegne la lampada frontale. Il locale diventa più scuro, più silenzioso. Solo il ronzio lontano della strada. «Ho ancora venti minuti prima di chiudere del tutto. Se vuoi, ti spiego.»

Il briefing: regole prima di tutto

Si siedono ai lati opposti del tavolo da lavoro. Non per caso, capirà Tommaso solo più tardi: Stefano preferisce guardare le persone da una distanza ragionata quando parla di cose che contano. Troppo vicini e la conversazione diventa fisica prima che sia pronta; troppo distanti e l'altro si sente interrogato. Questo è il punto giusto.

«Quello che faccio si chiama dom soft,» comincia Stefano, con lo stesso tono con cui spiegherebbe una tecnica di tatuaggio complessa. «Non è dolore. Non è umiliazione. Non è niente che non sia stato prima dichiarato, discusso e accordato in modo esplicito.» Una pausa. «Ogni cosa che succede, la costruiamo prima. Ogni limite, ogni segnale di stop, ogni aspettativa.»

Tommaso lo ascolta senza interrompere. Ha le braccia conserte, il mento leggermente alto, la postura di chi è abituato a tenere riunioni tecniche con persone che non conosce ancora bene.

«Perché mi interessa,» dice Tommaso. «Ma non ho esperienza in questo.»

«Lo so,» dice Stefano. «Ecco perché si fa il briefing.»

I venti minuti diventano cinquanta. Stefano fa le domande che ha imparato a fare nel tempo, nell'ordine che ha trovato più onesto: cosa hai già fatto, cosa non vuoi fare in nessun caso, cosa ti incuriosisce, cosa ti spaventa ma ti attira comunque. Tommaso risponde con la stessa precisione con cui avrebbe compilato una scheda tecnica. Non abbassa la guardia, quella rimane sempre su con lui, ma non mente neanche. È una cosa rara.

Alla fine Stefano dice: «Se vuoi procedere, ci vediamo sabato a casa tua. Mandami l'indirizzo stasera. E porta qualcosa da bere.»

«Non porto niente con alcol,» dice Tommaso.

«Giusto,» dice Stefano.

Sabato, casa di Tommaso T.

L'appartamento è esattamente come Stefano se lo aspettava. Ordinato, funzionale, ogni cosa al suo posto: libri di ingegneria sul piano basso, romanzi di fantascienza in copertina rigida sul piano alto. Un tavolo da lavoro pulito nell'angolo. Una pianta grassa sul davanzale, l'unica cosa che non sembra scelta per un motivo preciso, o forse anche quella lo è, chissà.

Tommaso lo accoglie in jeans e maglietta, scalzo, con due bicchieri di acqua frizzante già pronti sul tavolino del salotto. Stefano entra, si guarda intorno lentamente, appoggia la giacca su una sedia. Nessuna fretta. Nessuna teatralità.

Non era quello che Tommaso si aspettava. Aveva immaginato qualcosa di più scenografico, un cambiamento di tono, un segnale visibile di transizione. Invece Stefano è lo stesso di giovedì sera, con la stessa voce bassa e la stessa economia di movimenti. E capisce, un secondo dopo, che questa è già la parte del metodo.

«Sei pronto?» chiede Stefano.

«Sì.»

«Ricordi la parola di stop?»

«Rosso.»

«Bene. Possiamo cominciare?»

«Sì.»

Stefano si siede sul divano. «Allora siediti qui.» Un gesto verso il pavimento, davanti a lui. Non un ordine gridato, non una performance. Una richiesta precisa, con lo stesso tono con cui durante le sessioni dice tieniti fermo, e la persona si tiene ferma, perché sa che serve, perché si fida.

Tommaso si siede sul pavimento.

«Già così,» dice Stefano, «mi stai dando qualcosa. Sai cos'è?»

Tommaso ci pensa un secondo. «Fiducia.»

«Sì. E io non la spreco.»

La scena

Quello che segue non ha la forma che Tommaso aveva immaginato nei giorni prima del sabato. Non c'è niente che grida, niente che rompe, niente di brusco. C'è invece una successione di istruzioni date a voce bassa: dove mettere le mani, dove tenere lo sguardo, quando respirare più lento. E ogni volta che Tommaso esegue, Stefano riconosce. Non con elogi. Con la continuazione. Con il passo successivo.

Ogni cinque minuti circa, una sosta.

«Posso continuare?»

«Sì.»

«Vuoi fermarti?»

«No.»

È questa la struttura. Non un monologo di controllo, ma un dialogo in cui una parte guida e l'altra risponde, e ogni risposta è un accordo rinnovato. Tommaso lo capisce solo a metà della scena, quando si accorge che non sta più aspettando le istruzioni, le sta già anticipando. Che il suo respiro si è adattato al ritmo che Stefano ha stabilito. Che c'è qualcosa, in questa cessione controllata, che è più preciso di quanto avesse previsto. Non è abbandono. È il contrario: è una forma di concentrazione totale su una cosa sola.

Stefano lo nota. Rallenta ancora di più.

«Stai bene?»

Tommaso impiega un momento. «Sì.»

«Va bene dove siamo?»

«Sì. Continua.»

Stefano continua.

L'aftercare conversato

Dopo, si siedono sul divano con i bicchieri d'acqua. Tommaso ha la schiena appoggiata allo schienale, qualcosa di diverso nelle sue spalle, meno tensione. Stefano non ha fretta di andarsene. Non ce l'ha mai, in questo momento.

«Come stai?» chiede.

«Bene,» dice Tommaso. Una pausa lunga. «Meglio di come pensavo.»

«Cosa ti aspettavi?»

«Non lo so esattamente. Qualcosa di più rumoroso.»

«Il kink rumoroso esiste,» dice Stefano. «Ma non è il mio. Il mio si sente più qui,» tocca la tempia con due dita, «che altrove.»

Tommaso annuisce. Guarda la pianta sul davanzale. «C'è qualcosa che rimane, dopo?»

«Dipende dalle persone. Alcune tornano. Alcune trovano quello che cercavano e non hanno bisogno di altro. Alcune capiscono che non era quello che volevano, e va bene lo stesso.»

«E tu hai già capito in quale categoria sono?»

Stefano lo guarda con attenzione, la postura delle spalle, il modo in cui Tommaso tiene il bicchiere con entrambe le mani, il tono della domanda che non è una richiesta ma una vera curiosità. «No. E non lo capirò adesso. Adesso stiamo ancora qui.»

Rimane ancora un quarto d'ora. Parlano di poco: di Milano che d'agosto diventa un'altra città, del tiglio nel cortile che a settembre comincia a perdere le foglie. Poi Stefano si alza, prende la giacca, si ferma sulla soglia.

«Grazie per la cura,» dice Tommaso.

«Era la stessa che metto nei tatuaggi,» risponde Stefano. E chiude la porta.

La precisione di Stefano non è freddezza. È rispetto: per Tommaso, per quello che hanno costruito nel briefing di giovedì, per il confine che fa sì che tutto ciò abbia senso. Un kink dom soft non è un segreto. È un accordo tra adulti che sanno già, ciascuno per conto suo, cosa chiedere e come chiedere.

Per una versione di Stefano in un contesto completamente diverso, dove non c'è nessun briefing e tutto rimane anonimo, leggi Racconti gay scambio coppia: Stefano e la villa in Brianza. E per quando il consenso si costruisce in un codice gestuale, c'è l'hammam di Istanbul: Gay Istanbul: l'hammam Cagaloglu e il tellak silenzioso.