
Racconti gay cugino: Davide e quel confine senza nome
I racconti gay cugino sono il tipo di storia che non si racconta, non perché non esista, ma perché non ha le categorie giuste. Marco non è mio cugino di sangue: è il fidanzato di Sofia, che mia zia ha presentato alla famiglia a luglio. Ventotto anni, laurea in architettura, capelli castani tenuti corti sulle orecchie, un modo di muoversi nello spazio che ho notato il primo giorno, quando ha stretto la mano a mio padre e poi ha guardato me, un secondo di troppo, abbastanza perché capissimo tutti e due. Ho ventiquattro anni e sto finendo la magistrale in Storia a Roma. Non stavo cercando niente di simile.
L'estate che non finisce
La prima volta che ho capito
Luglio, casa di mia zia a Tivoli, pranzo domenicale con ventisei persone attorno a due tavoli uniti in giardino. Marco era seduto accanto a Sofia, le metteva la mano sulla spalla ogni tanto, rideva delle battute di mio zio con quella gentilezza calibrata che usano le persone intelligenti quando capiscono che non vale la pena fare a gara. A un certo punto siamo rimasti soli in cucina, io stavo cercando il sale, lui un bicchiere d'acqua. Neanche trenta secondi. Ha detto il mio nome, Davide, e quel modo di pronunciarlo aveva una temperatura che ho riconosciuto subito.
Non è successo niente. Sono tornato in giardino con il sale. Ho passato il pomeriggio a non guardarlo con una concentrazione che mi ha stancato più di qualsiasi cosa avessi fatto quel mese.
Ad agosto ci siamo rivisti due volte, sempre in contesti familiari. La seconda volta, mentre aiutavo a sparecchiare i piatti dal tavolo di legno, mi ha scritto un messaggio: «Ti piace la storia dell'architettura razionalista?» Una domanda che poteva voler dire tutto o niente. Gli ho risposto di sì. Non ci siamo scritti per una settimana intera.
Nel frattempo ho passato agosto come si passa agosto a Roma quando hai ventiquattro anni e la testa altrove, la spiaggia, le cene sul terrazzo, qualche sera fuori con amici di università. Avevo anche avuto altri incontri, avevo capito cose di me stesso che neanche un anno prima sapevo nominare. Ma il nome Marco continuava a tornare in mezzo a tutto il resto, come un oggetto messo nel posto sbagliato che vedi ogni volta che cerchi qualcos'altro.
Il peso di non dirlo
Quello che non si dice in famiglia
La cosa complicata di certi racconti gay, cugino acquisito, vicino di casa, collega di tuo padre, è questa: non c'è un nome per quello che sei uno per l'altro. Marco non è mio cugino. Non è nemmeno un estraneo. È qualcuno che mia zia ama, che Sofia presenta come «il mio Marco», che tra qualche anno potrebbe essere a un tavolo di Natale con me per il resto della nostra vita adulta. Non è proibito nel senso che intenderebbero i romanzi. È complicato nel senso in cui sono complicate le cose reali.
A settembre mi ha scritto chiedendo se volevo visitare una mostra al MAXXI, stava seguendo un progetto sull'architettura razionalista degli anni Trenta, pensava potesse interessarmi per la tesi. Plausibile. Accettabile. Neutro in superficie. Ho detto sì senza pensarci troppo.
Quel sabato pomeriggio abbiamo camminato tra le sale per quasi due ore. Parlava bene, con precisione e senza esibirsi. Sapeva quando smettere di spiegare e quando lasciare che fossi io a fare le domande. Verso le sei mi ha proposto un caffè vicino al suo studio, a Prati. Ho accettato anche quello.
Nel bar, a un tavolo sul fondo con la luce che si abbassava fuori dalla vetrina, ci siamo guardati e abbiamo smesso di fingere che stessimo parlando di architettura razionalista.
«So cosa sta succedendo», ha detto Marco. Voce normale, come se stesse dicendo che fuori stava per piovere.
«Anch'io», ho risposto.
Silenzio. Non imbarazzato, ordinato, come il silenzio di chi ha deciso di non correre perché sa che il traguardo non scappa.
La sera che ha bussato
Quello che abbiamo scelto
Tre giorni dopo mi ha scritto chiedendo se poteva passare. Ho il monolocale in affitto vicino alla Sapienza, piccolo, libri e appunti ovunque, una finestra che dà sui tetti di rosso sbiadito. Ho risposto «sì, quando vuoi» e ho aspettato senza sapere esattamente cosa stavo aspettando.
Quando ha bussato erano le nove di sera. Aveva una bottiglia di vino bianco. Ci siamo seduti sul pavimento perché avevo solo una sedia e il letto, e nessuno dei due voleva scegliere il letto prima di aver detto qualcosa di preciso.
«Voglio essere chiaro su una cosa», ha detto Marco dopo il primo bicchiere, posando il calice sul parquet con attenzione. «Non voglio fare niente che tu non voglia davvero. Se ci sono dubbi, usciamo a mangiare qualcosa e non ne parliamo più. Senza problemi.»
Non avevo dubbi. Gliel'ho detto.
«Posso avvicinarmi?» ha chiesto.
«Sì.»
Si è spostato verso di me lentamente, come chi conosce il valore di non bruciare i momenti. Mi ha toccato la mandibola con il dorso della mano, aspettando che annuissi. Ho annuito. Ci siamo baciati con quella strana lentezza di chi non ha fretta perché non sta cercando di dimenticare niente, solo di essere nel posto giusto con la persona giusta.
Poi mi ha chiesto: «Va bene continuare?»
«Sì. Continua.»
Quello che è successo dopo appartiene a una categoria diversa da quasi tutto quello che avevo vissuto prima, non per l'intensità, ma per la qualità della presenza. Marco sa stare nello stesso posto senza andarsene. Non distrae, non si precipita, non trasforma il desiderio in performance. Non ero abituato a questo tipo di attenzione. Ci ho messo un po' a capire che non era una tecnica: era semplicemente lui.
Il silenzio di settembre
Il rumore sotto
Siamo rimasti svegli fino all'una a parlare. Di Roma, della mia tesi sul fascismo e il paesaggio urbano, del suo studio che cerca di restaurare edifici senza toglier loro la memoria. Di suo padre che non sa ancora che Marco è bisessuale, una cosa che mi ha detto con semplicità, come se fosse un dato del mondo invece che una confessione. Non abbiamo nominato Sofia, non perché il nome bruciasse, ma perché eravamo nella parte della notte in cui il mondo esterno non ha ancora gli strumenti giusti per entrare.
Prima di andarsene mi ha detto: «Non so cosa diventerà questa cosa. Ma non me ne pento.»
Non me ne pentivo neanche io.
Nei giorni successivi ho pensato molte volte alla parola stabile. La cosa che mi aveva colpito dell'incontro con Marco, rispetto agli incontri anonimi di agosto, rispetto a Sergio, rispetto a tutto quello che avevo attraversato quest'estate, era questa: non aveva la forma dell'eccezione. Non era una parentesi. Non era qualcosa da dimenticare al mattino dopo.
Ci siamo rivisti un'altra volta, due settimane dopo. Stesso appartamento, stesso pavimento, stessa lentezza. Ha portato un libro che pensava mi avrebbe interessato per la tesi, e aveva ragione. Nessuna promessa, nessuna storia da costruire ad alta voce. Solo una scelta, rinnovata ogni volta, di ritrovarsi in questo spazio che non ha ancora un nome.
Quello che rimane tra noi
Perché continuo a tornare
Ho riletto qualche giorno fa i messaggi di luglio, quello in cucina che non era un messaggio, quello sull'architettura razionalista, e ho capito che la storia aveva già una forma prima che la riconoscessi. Non ci siamo scelti per mancanza di alternative o per l'eccitazione del quasi-proibito. Ci siamo scelti perché avevamo entrambi qualcosa da capire, e capirlo insieme costava meno che capirlo da soli, e forse produceva qualcosa di più onesto.
Nei racconti gay, il cugino acquisito è spesso una fantasia, il desiderio che non si può nominare, la tensione familiare che trova uno sfogo narrativo. Con Marco non funziona così. C'è una persona reale, con un nome, con una relazione che esiste nel mondo, con una complessità che non sparisce tra un incontro e l'altro. Non lo rende più semplice. Lo rende diverso da qualsiasi altra cosa che ho vissuto finora.
L'ultimo venerdì di settembre mi ha scritto: «Devo dirti una cosa quando ci vediamo.» Non mi ha detto cos'è. Non glielo ho chiesto. Ho imparato, in questa strana stagione della mia vita, che le cose importanti arrivano meglio quando non le anticipi, e che non tutte le conversazioni importanti cambiano qualcosa in modo definitivo. Alcune ti spostano di un centimetro, e quel centimetro poi diventa la distanza giusta.
Se vuoi leggere come è iniziata questa stagione, puoi trovare il racconto di agosto in Maremma, il mese in cui ho smesso di aspettare che il desiderio avesse una giustificazione. O risalire ancora, a quella sera di fine agosto con Sergio, quando ho capito che saper dire le condizioni è già una forma di libertà.
Venerdì lo rivedrò. Roma ha ancora l'aria tiepida di fine settembre, quella luce radente che dura poco e vale tutto. Non so cosa mi dirà. So già che ascolterò.





