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Racconti gay capo: Marco e la notte fuori progetto

Racconti gay capo: Marco e la notte fuori progetto

| Incontri gay casuali

I racconti gay capo non li metti in agenda. Accadono in certi margini di giornata, quando l'orario finisce e non è ancora notte, quando gli altri sono usciti e vi trovate ancora là in quell'ufficio troppo grande per due persone. Valerio Colombo aveva quarantanove anni, capelli grigi rasati quasi a zero, mani che sembravano fatte per stringere bulloni piuttosto che firmare contratti. Costruiva stabilimenti produttivi in tutta la Pianura Padana e aveva fatto i soldi nel modo in cui li fa davvero la gente: lavorando prima degli altri e finendo dopo. Era il mio committente da sei mesi. Quella sera era diventato altro.

Il committente che non lasciava niente al caso

Il progetto era partito ad aprile. Un'ex area industriale a Settimo Milanese, quattordicimila metri quadri da trasformare in uffici, showroom e un piccolo auditorium. Per il tipo di lavoro che facevamo in studio non era un progetto enorme, ma Valerio non era un committente normale.

Arrivava senza preavviso. Veniva a guardare le tavole con le stesse mani che aveva usato trent'anni prima per leggere i disegni esecutivi da capocantiere, quando ancora non aveva uno studio ma un container e un paio di geometri. Segnava con la matita rossa. Non chiedeva cambiamenti: indicava problemi. Era una differenza sottile e importante.

Avevo imparato ad anticiparlo. A non lasciare buchi nelle verifiche strutturali, a portare le alternative prima che le chiedesse. Sara, la mia project manager, mi aveva guardato dopo la quarta riunione e aveva detto: "Sei l'unico che non gli si appiattisce davanti." Non era un complimento. Era una constatazione.

Fisicamente Valerio era il tipo che occupa lo spazio senza sforzo. Spalle larghe da ex cantiere, girovita che tradiva vent'anni di mense aziendali ma anche una palestra che non aveva mai smesso davvero. Camicia sempre con le maniche arrotolate anche d'inverno. Quando indicava qualcosa su una tavola i tendini del polso si muovevano sotto la pelle, e quelle mani grandi sembravano troppo grandi per il gesto preciso che facevano. Questo me lo ero notato fin dalla prima riunione, e non ci avevo pensato oltre. O almeno, non fino a quella sera.

Sei mesi e un modo di lavorare

Il nostro ritmo di lavoro si era consolidato in modo naturale. Lui veniva in studio una volta a settimana, di norma il martedì mattina. Guardava, segnava, chiedeva. Io rispondevo. Se non ero d'accordo lo dicevo, e lui ascoltava. Quella era la cosa insolita: ascoltava davvero, anche quando contraddicevo qualcosa che aveva già deciso. Poi decideva di nuovo, a volte nello stesso modo e a volte no, ma la decisione era sua e era definitiva.

Era abituato a comandare, nel senso autentico della parola, quello che non si impara nei corsi di leadership ma solo vent'anni di cantieri in cui ogni errore costa soldi e a volte denti. Non faceva teatro. Quando una cosa non andava, lo diceva una volta sola.

Mi rispettava. Lo capivo dal modo in cui mi interrompeva, che non era per escludermi ma per accelerare, come se il tempo fosse sempre troppo poco. Una volta Sara mi aveva chiesto come riuscivo a gestirlo senza rovinarmi i nervi. "Lo ascolto," avevo detto. Lei mi aveva guardato come se avessi risposto in una lingua sbagliata.

Otto e mezza, luce bassa

Gli altri erano usciti alle sette. Io ero rimasto per rivedere le tavole dell'auditorium: avevamo trovato un problema con l'acustica della parete est, niente di irreparabile, ma richiedeva di riposizionare alcuni pannelli fonoassorbenti e ridisegnare la sezione. Valerio era passato intorno alle sette e mezza. Avrebbe dovuto essere già a casa sua, a Cernusco. "Ancora qui?" aveva detto.

"Problema tecnico. Risolto domani mattina."

"Mostrami."

Avevamo lavorato per un'altra ora. Alle otto e mezza Sara ci aveva scritto in chat: "Spengo il riscaldamento. Siete ancora lì?" Valerio aveva risposto per entrambi, poi aveva rimesso il telefono in tasca. Poi aveva spento la luce centrale e lasciato accesa solo la lampada da scrivania, quella con l'abat-jour verde da studio legale che aveva tenuto quando aveva ristrutturato l'ufficio tre anni prima. "Vestigio sentimentale," mi aveva spiegato la prima volta che glielo avevo chiesto. Vent'anni a lavorare sotto quella luce. Non se n'era voluto separare.

Nel buio parziale le nostre tavole erano illuminate di storto. Lui mi aveva guardato in un modo che non aveva niente a che fare con il progetto.

"Da quanti anni sei separato?" aveva chiesto.

Non me l'aveva mai chiesto. Ne sapeva i contorni, qualcosa era filtrato come sempre negli ambienti stretti. Ma non aveva mai chiesto direttamente.

"Due," avevo risposto.

Aveva annuito. Come se la risposta confermasse qualcosa che aveva già deciso.

La notte che non era nelle tavole

Si era alzato dalla sua sedia e aveva fatto il giro della scrivania senza fretta, con quella lentezza deliberata che aveva in certi momenti, quando qualcosa era già deciso e non serviva più affrettarsi. Si era fermato alle mie spalle. Le sue mani appoggiate al piano, vicino alle mie spalle ma senza toccarmi ancora.

"Posso?" aveva detto.

Una parola sola. Secca, diretta. Come tutto quello che faceva.

"Sì," avevo risposto.

Il primo tocco era stato sulla nuca, il pollice lungo la linea dei capelli. Poi si era abbassato e mi aveva baciato. Labbra secche e una barba di tre giorni che grattava. Sapeva di caffè e di un dopobarba che non avrei saputo descrivere ma che avrei riconosciuto ovunque. Mi aveva preso la giacca per le spalle e l'aveva appoggiata sulla sedia con una cura strana, quasi formale, come se ci fosse ordine anche in quello che stava per succedere.

Quello che non avevo messo in conto

Di solito sono io a decidere come stanno le cose. Da quando avevo lasciato il mio ex, due anni prima, avevo costruito ogni incontro su quella certezza: so cosa voglio, so come prenderlo. Con Valerio no. Con Valerio mi sono trovato in ginocchio sul parquet del suo ufficio e ho scoperto che non mi dispiaceva per niente.

Teneva una mano tra i miei capelli, ferma ma non violenta, più guida che controllo. Era già eccitato. L'ho preso in bocca lentamente, sentendo la sua mano stringersi appena alla base della nuca. Il suo respiro aveva cambiato tono, un'espirazione lunga, trattenuta all'inizio poi rilasciata. Rimasto in piedi, schiena alla scrivania, guardava in basso verso di me con un'espressione che non riuscivo a definire: non soddisfazione, non trionfo. Qualcosa di più quieto e di più onesto.

Dopo un po' mi aveva tirato su per le spalle.

"Vieni qua," aveva detto.

Mi aveva fatto voltare verso la scrivania. Aveva spostato le carte, i prospetti dell'auditorium, con un gesto rapido e ordinato. Preservativo nel cassetto: ci aveva messo un secondo a trovarlo. "Ne tengo uno," aveva detto tra sé, con un tono quasi sorpreso di se stesso. L'aveva messo su veloce mentre io aspettavo appoggiato al piano, i palmi sul legno freddo e liscio.

L'ingresso era stato lento, calibrato. Ha aspettato che fossi pronto, capisce da come respiri e da come si allentano le spalle quando puoi andare avanti. Lo capiva, Valerio. Mi aveva chiesto una volta, a metà: "Va bene?"

"Sì," avevo detto. Più che sì.

Il ritmo era stato costante, non sbrigativo. Le sue mani tenevano i miei fianchi senza stringere troppo. Fuori dalle vetrate Settimo Milanese era buia tranne per i capannoni illuminati in lontananza, quelle sagome che lui aveva guardato mille volte in vent'anni di lavoro e che quella sera facevano da sfondo a una cosa che non aveva niente a che fare con il lavoro. La lampada verde proiettava ombre lunghe sulle pareti. Ho pensato, a un certo punto, che avrei ricordato quella luce per molto tempo.

Sono venuto con la sua mano davanti, quando lui era vicino. L'ho sentito finire dopo di me, una stretta alla schiena, un suono basso e controllato. Non urlava neanche in quello.

Cinque minuti, poi ci siamo ricomposti

Ci siamo ricomposti in silenzio. Lui è andato al bagno. Io ho raccolto la giacca dalla sedia, me la sono rimessa. Quando è tornato aveva ancora la stessa espressione quieta, quella cosa ferma che aveva sempre.

"Le tavole dell'auditorium," ha detto.

"Domani mattina," ho risposto.

Ha annuito. Poi ha sorriso, appena, il primo sorriso vero che gli vedevo da mesi. Non era un sorriso da intenditore né da uomo soddisfatto. Era un sorriso da persona che per una volta aveva smesso di calcolare.

La fermata del tram alle dieci

Sono uscito alle dieci passate. L'aria di ottobre era già tagliente, profumava di foglie marce e di gasolio, quella mistura che è la firma di Milano in autunno. Ho camminato fino alla fermata del tram e ho aspettato seduto sulla panchina, le mani in tasca.

Non pensavo a Valerio. Pensavo alla parete est dell'auditorium, e poi alla lampada verde, e poi, saltando di palo in frasca come succede quando sei stanco e hai ancora la testa piena, pensavo a come era diverso da tutto il resto che avevo fatto in questi due anni. Compresa quella settimana in Toscana col cliente di marzo, in cui avevo capito, per la prima volta dopo il divorzio, che ero ancora capace di volere qualcosa sul serio.

Con Valerio era stato diverso. Ero stato io quello che si era lasciato guidare. E non era una mancanza, era semplicemente qualcosa che non avevo messo in conto, e che aveva avuto senso lo stesso.

Il tram era in ritardo di sette minuti. Non mi importava.