Palestra gay Milano: il rientro di Tommaso in Bovisa
Tornare alla propria palestra gay Milano dopo tre settimane di assenza ha qualcosa di straniante. La città di agosto è un'altra cosa: i marciapiedi della Bovisa più larghi del solito, il rumore smorzato, i bar con metà dei tavolini vuoti. Tommaso era partito a inizio agosto, Istanbul prima, poi Dubai, poi Bangkok. Tre settimane che lo avevano lasciato con le ore sfasate e la testa ancora piena di lingue che non capiva. Il primo lunedì di rientro aveva rimesso in moto la sua routine: la palestra di Bovisa, settimo piano, alle sei del pomeriggio. Dentro trovò tre persone in tutta la sala attrezzi e Andrea, il suo personal trainer, ad aspettarlo con la lavagna già scritta.
Milano si svuota, la Bovisa ancora di più
Il rientro di agosto
Tommaso aveva passato le prime ore del pomeriggio a disfare il trolley, fare due lavatrici e rispondere ai messaggi accumulati nei giorni finali di Bangkok. Un messaggio anche dal suo relatore, Salvatore, che ricordava la riunione di settembre come se l'estate fosse già finita. Non lo era.
Aveva mangiato qualcosa di semplice, ricaricato il telefono e alle diciassette e mezza aveva già preso la bicicletta. La palestra era in via Durando, dieci minuti di pedalata dal suo appartamento in via Procaccini. In agosto la Bovisa si trasformava: il Politecnico desertico, i bar per studenti con gli infissi abbassati a metà, qualche cartello "Riapriamo il 2 settembre". Tommaso conosceva quel silenzio. Lo trovava quasi più onesto del caos di ottobre.
Andrea lo stava aspettando alla reception, tablet in mano, un'espressione tranquilla che non era cambiata da gennaio quando Tommaso aveva iniziato a vederlo. Trentadue anni, spalle larghe, capelli castani tagliati corti, un modo di stare fermo che trasmetteva solidità senza doverla dichiarare.
"Tre settimane," disse Andrea, guardandolo. "Com'era?"
"Caldo," rispose Tommaso. "Ovunque."
Andrea sorrise. "Hai dormito?"
"Abbastanza."
Si incamminarono verso la sala attrezzi. Il corridoio era largo, le luci più basse del solito. Fuori dalla finestra, i tetti della Bovisa erano già in ombra.
La sala attrezzi a metà capienza
Allenamento leggero, conversazione lenta
Decisero per una sessione di ripristino: mobilità, qualche esercizio di forza senza sovraccaricare, stretching attivo. Niente di impegnativo. Tommaso era stanco di un tipo di stanchezza che non veniva dal corpo ma dal fuso orario accumulato, da tre città diverse in diciassette giorni.
Andrea guidava la sessione con la stessa pazienza precisa che Tommaso aveva imparato ad apprezzare nei mesi precedenti. Non gli parlava addosso, non riempiva i silenzi. Correggeva la posizione con una mano ferma sulla schiena o sulla spalla, diceva quello che serviva e aspettava che Tommaso lo facesse.
"Bangkok com'era?" chiese Andrea durante una pausa tra una serie e l'altra.
"Diversa da quello che immaginavo," disse Tommaso. "Più silenziosa dentro, anche se fuori era tutto rumore."
Andrea annuì come se capisse, anche se non aveva mai detto di esserci stato.
La sala era quasi vuota: una donna sulla cyclette nell'angolo opposto, un ragazzo con le cuffie ai manubri liberi, nessun altro. La musica di sottofondo era quella di sempre, qualcosa di neutro e ritmato, ma sembrava più bassa del solito. Come se la palestra stessa si stesse concedendo il riposo di agosto.
Lavorarono sui dorsali, poi sulle spalle. Andrea gli corresse la postura durante un esercizio di remata: mano aperta tra le scapole, pressione leggera, nessuna parola. Tommaso raddrizzò il busto da solo. Erano tre settimane che non teneva il corpo in modo corretto; aveva dormito su materassi di quattro hotel diversi, aveva portato uno zaino troppo pesante per troppi chilometri. Sentiva i muscoli rispondere all'allenamento come a un segnale familiare, una lingua che il corpo non aveva dimenticato.
La proposta del massaggio
Verso la fine della sessione, mentre Tommaso stava allungando i flessori sdraiato su un tappetino, Andrea disse: "Ho mezz'ora libera, se vuoi ti faccio un massaggio di recupero. Ho una sala qui."
Tommaso aprì gli occhi. Andrea lo stava guardando con la stessa espressione di sempre, niente di diverso nella voce.
"Quanto ti costa?" chiese Tommaso.
"È compreso nel pacchetto mensile. Avevo già segnato che non ne avevi mai usufruito."
Tommaso rimase qualche secondo a valutare. Pensò al materasso dell'hotel a Bangkok, alla schiena bloccata del quinto giorno, al modo in cui aveva dormito storto sull'aereo del rientro. "Va bene," disse.
La sala massaggi al fondo del corridoio
Quello che cambia dopo tre settimane fuori
La sala era piccola, due lettini, luce calda, una finestra opaca che guardava sui tetti della Bovisa. Andrea aveva chiuso la porta. Tommaso si era sdraiato a pancia in giù, il viso nel supporto morbido, le braccia lungo i fianchi.
Le mani di Andrea erano precise e sicure, come quelle di qualcuno che sa cosa sta cercando. Partì dalle spalle, i trapezi contratti, scese lungo la colonna vertebrale. Tommaso sentì il respiro rallentarsi. Erano settimane che non si trovava in uno spazio silenzioso senza dover fare niente, senza dover orientarsi in un posto nuovo, senza dover essere presente a qualcosa di esterno.
Pensò a Bangkok, alla sauna gay di Silom, allo sconosciuto con cui aveva trascorso quasi tre ore senza scambiarsi una parola. Era stata una delle esperienze più silenziose dei tre settimane, eppure la più intensa. Aveva imparato qualcosa su come poteva muoversi quando non doveva gestire la conversazione.
A un certo punto Andrea si fermò. "Come stai?"
"Bene," disse Tommaso. "Meglio."
Silenzio. Poi Andrea disse, con la stessa voce tranquilla di prima: "Posso continuare diversamente?"
Tommaso ci pensò. Non a lungo. Aveva capito cosa intendeva. "Sì," disse. "Puoi."
Chiaro e diretto
Quello che era successo a Bangkok, in quella sauna di Silom con i vapori caldi e il rumore attutito della città fuori, aveva cambiato qualcosa nel modo in cui Tommaso si muoveva dentro certe situazioni. Non era diventato un'altra persona. Era che si era tolto qualcosa: un'incertezza che portava da anni, un giro largo intorno alle cose che voleva.
Con Andrea non c'era stato giro largo. C'era stata la domanda, la risposta, e poi il resto: diretto, adulto, senza bisogno di spiegazioni. Tommaso rimase consapevole di ogni cosa, della luce calda che filtrava dalla finestra opaca, del silenzio fuori dalla porta, del fatto che Andrea sapeva quello che faceva anche in questo.
Il consenso rimase esplicito per tutta la durata. "Va bene?" aveva chiesto Andrea, ad un certo punto. "Sì," aveva risposto Tommaso. Una volta, poi un'altra. Non perché ci fosse dubbio, ma perché era il modo in cui entrambi si muovevano, il registro che avevano scelto senza doverlo discutere.
Lo spogliatoio vuoto dopo
La conversazione che non c'era bisogno di fare
Dopo, Tommaso si era fatto la doccia nel bagno della sala. Andrea era tornato nella palestra principale. Si erano incrociati di nuovo allo spogliatoio comune, che era vuoto anche quello.
"Prossima settimana?" disse Andrea.
"Sì," disse Tommaso. "Mercoledì."
Andrea annuì, prese la borsa, uscì. Niente di più di quello che serviva. Niente che non tornasse. Era una delle cose che Tommaso apprezzava di Andrea: la sua capacità di tenere le cose nelle dimensioni giuste senza che diventassero più grandi o più piccole di quello che erano.
Tommaso rimase qualche minuto da solo tra i bancali metallici e gli armadietti azzurri. Controllò il telefono. Aveva un messaggio di Salvatore sul dottorato e uno di Davide che chiedeva quando rientrava a Milano. Gli rispose al secondo: "Sono già qui da stamattina. Ci vediamo questa settimana?"
Poi rimise il telefono in tasca, allacciò le scarpe e scese le scale verso la Bovisa di agosto. Fuori la luce era quella del tramonto estivo, un arancione largo sui tetti bassi del quartiere.
Quello che rimane di un rientro
Il prima e il dopo dei viaggi
Ci sono momenti in cui la vita riprende esattamente da dove l'avevi lasciata, ma tu sei diverso abbastanza da vederla in modo leggermente diverso. Tommaso non avrebbe saputo dire cosa esattamente fosse cambiato nei tre settimane tra Istanbul, Dubai e Bangkok. Non era un'illuminazione. Era qualcosa di più sottile: una maggiore facilità con se stesso, una minore distanza tra quello che voleva e quello che faceva.
La palestra era ancora la palestra. Andrea era ancora Andrea. I trapezi di Tommaso erano ancora contratti dopo ore di aereo, e avrebbero avuto bisogno di altri due o tre allenamenti prima di tornare al loro tono normale. Queste erano le costanti.
Ma il modo in cui Tommaso aveva risposto "Sì" alla domanda di Andrea era stato diverso dal modo in cui avrebbe risposto a gennaio. Più semplice. Meno carico di tutto quello che di solito portava dentro quelle situazioni: il calcolo, il dubbio, il chiedersi se fosse la cosa giusta o nel momento giusto o con la persona giusta.
Milano di agosto era ancora quella città sospesa tra chi se n'era andato e chi non era ancora tornato. I marciapiedi della Bovisa erano silenziosi, il Politecnico chiuso, i bar mezzi vuoti. Tommaso ci era tornato senza aspettarsi niente di particolare. Aveva trovato quello che c'era.
Era sufficiente.





