
Quartiere gay Milano con Riccardo: la notte prima della tesi
Il messaggio lo aveva mandato alle sette di sera, quasi senza pensarci: "Sei libero stasera?"
Riccardo aveva risposto in cinque minuti, come faceva sempre. "Ho la tesi domani, sei pazzo?"
Tommaso aveva sorriso fissando lo schermo nel corridoio del Politecnico, zaino ancora in spalla, luci al neon sopra la testa. "Per questo. Usciamo nel quartiere gay di Milano. Una birra, ti prometto che ti riporto a casa entro le undici."
Un lungo silenzio digitale. Poi: "Ok. Ma solo una birra."
Solo una birra. Certo.
Il peso di ottobre
Tre settimane di assenza
Erano tre settimane che non si vedevano, da quando Tommaso era tornato dalla Sardegna con quella strana chiarezza dentro che non sapeva ancora come chiamare. Qualcosa era cambiato laggiù, nel caldo secco di fine agosto: aveva smesso di recitare. Non con gli altri, quello era facile, bastava sapersi muovere. Con se stesso. Quello era il punto.
Riccardo era l'unico con cui la maschera non aveva mai funzionato davvero. Fin dall'inizio, dalla prima volta nella sauna di Milano, quando Riccardo lo aveva guardato negli occhi senza fare il gioco che Tommaso si aspettava e Tommaso non aveva saputo cosa fare di quella cosa semplice e nuova. Tre anni al Politecnico, un dottorato in fisica, settimane di saune e incontri che aveva contato come punti su un cartellino, e poi questo ragazzo di Bari di ventitré anni lo aveva spiazzato senza nemmeno provarci.
Tre settimane di assenza e un messaggio mandato quasi per sbaglio, quasi per vedere cosa succedeva.
Il dottorato e le equazioni irrisolvibili
Tre anni di fisica teorica ti insegnano che alcune equazioni non si risolvono in modo chiaro: si trovano approssimazioni utili, si lavora con il margine di errore, si convive con l'incertezza residua. Riccardo era la sua equazione irrisolvibile. E invece di girarci intorno ancora, Tommaso aveva deciso di scrivere quel messaggio.
Questo era lo step dieci della sua storia personale, quello che nei libri di psicologia chiamano "la via del ritorno": non un ritorno fisico, ma un ritorno a ciò che conta. Cercare le cose importanti invece di aspettare che ti trovino loro.
Si era messo a camminare verso la fermata del tram con quel pensiero in testa, zaino in spalla, il fianco sinistro con il tatuaggio geometrico triangolare che gli prudeva leggermente come faceva a volte senza ragione apparente. Una delle leggi fisiche senza spiegazione.
Il quartiere gay di Milano all'imbrunire
Porta Venezia sotto le luci di ottobre
Il quartiere gay di Milano si concentra principalmente attorno a Porta Venezia, tra corso Buenos Aires e la zona di via Lecco, dove i bar con la bandiera arcobaleno aprono le loro finestre sull'asfalto bagnato dalla sera. Non è un ghetto nel senso storico, non è nemmeno solo un quartiere: è una disposizione d'animo che si manifesta in certi vicoli, in certi locali, in certi sguardi che si incrociano senza abbassarsi per primi.
In ottobre la luce cala presto e l'aria ha già quella punta fresca che ricorda a tutti che l'estate è finita sul serio. Sugli alberi del corso le foglie erano già gialle, e le prime stavano cominciando a cadere sul marciapiede in piccole raffile silenziose ogni volta che passava un motorino.
Riccardo lo stava aspettando all'angolo di un bar sotto il gazebo bianco, zaino ancora sulle spalle, aria da studente che ha ripassato fino a dieci minuti prima. Quando aveva visto arrivare Tommaso aveva fatto quella cosa con il naso, quel piccolo arricciamento involontario che aveva ogni volta che stava cercando di non sorridere.
"Ci sei," aveva detto Tommaso. Non una domanda.
"Potevo dirtela dopo come è andata," aveva risposto Riccardo. "Che ci faccio qui?"
"Respiri," aveva detto Tommaso semplicemente.
Una birra e i muri che si abbassano
Si erano seduti fuori, sotto le luci del dehors, con due birre artigianali che Tommaso aveva scelto senza consultarlo. "Mi fido," aveva detto Riccardo alzando le spalle.
Per i primi venti minuti Riccardo aveva parlato della tesi con quella velocità tipica di chi è ancora dentro l'angoscia: slide, relatore, domande trabocchetto, un commissario famoso per essere bastardo. Tommaso lo aveva lasciato parlare senza interromperlo, birra in mano, annuendo ogni tanto.
Quando la velocità era scesa, quando Riccardo aveva preso il primo sorso lungo senza accorgersene, Tommaso aveva detto: "Hai visto che ti sei calmato?"
Riccardo lo aveva guardato. "Non ci posso credere che funziona."
"La fisica del cazzo ha le sue leggi."
Aveva riso. Quella risata corta, incredula, che Tommaso si ricordava dalla prima volta che si erano incontrati in una sauna del centro di Milano, raccontata in questo racconto sulla loro prima volta. Cinque mesi fa e sembrava un altro mondo. Eppure erano ancora lì, seduti sotto le stesse stelle con qualche grado in meno.
La strada dietro i bar
La mappa dei locali
Dopo la birra si erano messi a camminare. Tommaso gli aveva fatto una piccola mappa orale del quartiere gay di Milano: dove andare per la musica, dove il posto giusto era per chi aveva più di quarant'anni e voleva stare tranquillo, dove l'happy hour durava fino alle dieci di sera e le luci erano soffuse quanto bastava. Riccardo aveva ascoltato con quell'attenzione seria che metteva in tutto, anche nelle cose che non richiedevano attenzione seria.
"Ci vieni spesso?" aveva chiesto a un certo punto.
"Venivo," aveva risposto Tommaso. Poi si era fermato, aveva cercato la parola giusta. "Adesso ci vengo diversamente."
Riccardo non aveva chiesto cosa volesse dire. Non ne aveva bisogno. Tra loro c'era sempre stata quella cosa strana: riuscivano a capirsi senza dover riempire ogni silenzio.
Il vicolo delle luci a corda
Erano finiti in un vicolo stretto a metà strada tra due locali, dove qualcuno aveva appeso delle luci a corda su un cancello arrugginito. Uno di quei posti che esistono solo perché una città è abbastanza vecchia da avere spazi senza funzione. Un ragazzo con la giacca di pelle stava fumando davanti a un portone chiuso, senza guardarli.
Riccardo si era appoggiato al muro, aveva alzato la testa guardando le luci in alto. "È bello qui."
"Sì," aveva detto Tommaso. Si era avvicinato. Non di molto. Quel tanto che bastava per segnalare qualcosa senza dichiararlo.
Riccardo lo aveva guardato. L'aria era ferma. "Cos'hai in mente?"
"Niente che non vogliamo entrambi," aveva risposto Tommaso. Una pausa. "Vuoi?"
Una lunga seconda. Il ragazzo con la giacca di pelle si era allontanato dal portone girando l'angolo.
"Sì," aveva detto Riccardo piano.
Il consenso non si dà per scontato
L'attenzione che fa la differenza
Quello che era successo dopo era stato breve e intenso e consapevole. Tommaso aveva imparato da tempo che la differenza tra un'esperienza e un'altra non stava nella tecnica, non stava nel contesto, non stava in quanto tempo ci si metteva. Stava nell'attenzione. Nel fermarsi ogni tanto e chiedere: "Va bene così?" E nell'aspettarsi la risposta, non darla per scontata.
"Va bene," aveva detto Riccardo una volta. Poi un'altra. Come se dirlo ad alta voce lo rendesse più reale, più verificabile, più suo.
Le luci a corda sopra di loro facevano quell'ombra calda che le luci a corda fanno sempre. La città continuava a girare a venti metri di distanza, completamente indifferente a due ragazzi in un vicolo che si tenevano vicini in un modo che era difficile da descrivere senza usare parole grosse.
Fuori nel senso giusto
Riccardo aveva tirato su la cerniera della felpa con gesti precisi e metodici, quelli di un ingegnere che rimette in ordine i componenti. Aveva alzato gli occhi. Aveva detto: "Okay."
"Okay," aveva risposto Tommaso.
Avevano camminato un po' in silenzio lungo il quartiere gay di Milano, che a quell'ora aveva quella temperatura giusta di fine serata: non troppo pieno, non troppo vuoto, la gente che entrava e usciva dai locali con quella naturalezza che sembrava ovvia e non lo era, fuori da lì.
Riccardo era uscito. Nel senso letterale e nell'altro: era nel quartiere gay di Milano, alle undici di sera, e stava camminando sul marciapiede senza abbassare la testa. Piccola cosa. Non così piccola.
L'una meno venti
Il tram per casa
Erano arrivati alla fermata del tram alle dodici e quaranta, sotto i platani con le foglie già gialle.
"Dovresti dormire," aveva detto Tommaso.
"Lo so." Riccardo aveva guardato il tram arrivare dall'altra parte della strada, lento e luminoso. "Perché sei venuto a prendermi stasera?"
Tommaso aveva aspettato che il tram si fermasse, che le porte pneumatiche si aprissero, prima di rispondere. "Perché ci tenevo a te quando non lo sapevo ancora. Figurati adesso."
Riccardo era salito. Si era girato dal primo gradino, con quella luce bianca del tram dietro di lui che lo faceva sembrare una di quelle immagini che rimangono. "Sei sicuro di non essere romantico?"
"No," aveva detto Tommaso. "Non sono sicuro di niente."
Le porte si erano chiuse. Il tram era ripartito verso est, verso la mattina della tesi, con quel suono dei binari che è il suono di Milano.
Sul marciapiede vuoto
Tommaso era rimasto sul marciapiede un minuto in più del necessario, mani in tasca, fianco sinistro con il tatuaggio geometrico triangolare che gli prudeva leggermente come faceva a volte. Una delle leggi fisiche senza spiegazione. Aveva preso il telefono. Aveva scritto: "In bocca al lupo."
Risposta dopo trenta secondi: "Crepi."
Poi, un secondo dopo: un punto interrogativo senza contesto. Una di quelle cose che Riccardo faceva e che non avevano senso se non te le spiegava, ma che lui capiva lo stesso.
Aveva sorriso. Aveva rimesso il telefono in tasca. Aveva iniziato a camminare verso casa attraverso il quartiere gay di Milano, che a quell'ora cominciava a svuotarsi piano, i locali con le ultime luci accese, qualcuno sul marciapiede con la sigaretta in mano. Una di quelle notti di ottobre che sanno già di inverno ma non lo dicono ancora, che tengono il segreto per qualche settimana ancora prima di diventare fredde sul serio.
Domani Riccardo avrebbe difeso la sua tesi. Tommaso non lo sapeva ancora, ma avrebbe pensato a lui per tutta la mattina, di sottofondo, come si pensa alle equazioni che non si sono ancora risolte ma che sai che hanno soluzione, da qualche parte.
Bastava cercare nel posto giusto.





