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Racconti gay matrimonio: Lorenzo e Andrea scelgono gli anelli

Racconti gay matrimonio: gli anelli del quadrilatero

| Amicizie che evolvono

Certi racconti gay matrimonio non iniziano con una proposta in ginocchio. Iniziano con una tazzina di caffè che si fredda sul bordo della ringhiera, un croissant dimezzato, e una domanda che non hai pianificato di fare.

Era domenica mattina. Avevamo tutto il tempo del mondo, il tipo che si crea quando nessuno ha impegni e la città a settembre inoltrato è ancora mezza vuota. La terrazza era in ombra, Andrea aveva ancora i segni del cuscino sulla guancia destra, e nessuno di noi aveva ancora guardato il telefono.

Sul tavolo, tra i piatti e la caffettiera, c'era il foglio che gli aveva mandato l'avvocato Ferretti. L'appuntamento era fissato per giovedì.

La terrazza di settembre

Una colazione senza nessuna parte dove andare

Andrea aveva messo su il caffè prima di alzarsi dal letto, uno degli automatismi che nei cinque anni passati insieme ho imparato a considerare una forma d'amore. Io avevo trovato i croissant al bar sotto casa, ancora caldi, e li avevo portati su sul vassoio di legno insieme a due bicchieri di succo d'arancia.

Eravamo in quella fase pigra di domenica mattina in cui le conversazioni sono incomplete, i silenzi sono comodi, e il sole arriva di sbieco sopra i tetti a fare quello che vuole. Andrea aveva la maglietta del Policlinico che porta a casa dal turno del sabato sera, l'indumento che ha un posto specifico nel cassetto ma finisce sempre sul letto. Io avevo i pantaloncini del liceo, la corda cucita male al fianco sinistro.

Il foglio di Ferretti era lì, tra i piatti. Nessuno lo guardava. Non ce n'era bisogno.

Il silenzio che prepara le domande

Andrea finì il suo caffè, posò la tazzina sul bordo, si appoggiò indietro contro la sedia con le braccia conserte. Ha quel modo di rilassarsi che assomiglia a qualcuno che sta per dire una cosa importante ma vuole prima essere sicuro del tono giusto. Cardiologo di mestiere, misura le parole come misura i dosaggi.

"Tu hai pensato agli anelli?" disse.

Non era una domanda nuova. Era una domanda che avevamo girato intorno almeno tre volte, dopo il weekend a New York dove avevamo capito che era davvero il momento e di nuovo dopo i giorni a Vienna la settimana scorsa. Ma l'avevamo sempre lasciata senza risposta precisa, come si lascia senza risposta una domanda quando si sa che la risposta sarà sì ma si vuole ancora un po' di tempo per arrivarci.

"Ho pensato," risposi.

"E?"

Posai anch'io la tazzina. "Voglio qualcosa di discreto. Non riconosco me stesso con qualcosa di grosso."

Andrea annuì, lento. "Anch'io. Qualcosa che si vede ma non si impone."

La conversazione sugli anelli

Cosa vogliamo davvero

Per la prima volta in cinque anni parlammo di anelli in modo concreto, non come di un'idea astratta ma come di un oggetto da scegliere, da toccare, da portare. Materiale, larghezza, finitura. Andrea preferiva il platino, io ero indeciso tra l'oro bianco e il titanio. Lui voleva qualcosa di piatto, quasi chirurgico. Io volevo un po' di spessore.

Continuavamo a interromperci a vicenda, a completarci, a ridere di quanto divergevano le nostre idee su una cosa che avevamo sempre immaginato uguale. La logica del "lo vedremo" aveva resistito cinque anni. Adesso il foglio di Ferretti era sul tavolo e il giovedì era tra quattro giorni.

"Andiamo a guardare," disse Andrea. "Non comprare. Solo guardare."

"Adesso?"

"Adesso."

Il quadrilatero della moda

Via Sant'Andrea un pomeriggio di settembre

Milano a settembre ha quella qualità sospesa che la rende diversa da tutte le altre stagioni. Il quadrilatero della moda nel primo fine settimana del mese ha la gente che cammina lenta, le vetrine curate come installazioni, i cortili interni che si intravedono attraverso i portoni. Entrammo in una gioielleria in via Sant'Andrea, una di quelle con la luce calda che non abbagli, il legno scuro, due commesse che ci trattarono con l'esatta dose di discrezione che si usa con le coppie che non sanno ancora se comprano o no.

Ne provammo una decina. Andrea con l'indice delle spalle alzate ogni volta che toglieva un anello e ne chiedeva un altro. Io con quella concentrazione inutile che metto quando ho bisogno di decidere qualcosa di apparentemente semplice.

Poi la commessa tirò fuori un cinturino rosso, largo, da polso più che da dito. Lo posai sul mio indice a caso, lo mostrai ad Andrea.

Lui rise, con tutto il viso, quello che fa solo quando non sta cercando di controllare niente.

"Questo," disse. "Lo prendiamo questo."

"Non puoi fare la proposta con un cinturino da sella."

"Guarda che ti fa il polso però."

Lo comprammo, per diciassette euro. La commessa ci guardò con l'aria di chi ne ha viste di tutti i tipi. Era un regalo stupido e perfetto.

Il Solis sul cartellino

Prima di uscire, chiedemmo di tenere da parte due fedi in platino, piatte, senza incisione. Larghezza quattro millimetri. Il modello si chiamava Solis, come il sole, anche se nessuno dei due lo aveva scelto per il nome.

La commessa le rimise in vetrina con un cartellino con il nostro numero di telefono. "Le tengo fino a venerdì," disse.

Giovedì era l'avvocato. Venerdì sarebbero stati gli anelli veri.

Uscimmo. La via era calda, l'asfalto aveva l'odore del pomeriggio. Andrea mi prese per mano, cosa che fa di solito solo quando sente di averne bisogno. Camminammo fino al bar sulla via parallela, ordinammo due graniti al limone, e non parlammo quasi per venti minuti buoni.

La sera

La luce e il rumore della città fuori

Tornammo a casa nel tardo pomeriggio. Sul tavolo c'era ancora il foglio di Ferretti e la busta piccola con il cinturino rosso. Andrea la aprì, tirò fuori il cinturino, lo tenne tra le dita un momento, poi lo posò di nuovo.

Dopo la domenica in cui avevamo deciso di cercare Ferretti, avevamo parlato molto di quello che volevamo che la nostra vita diventasse. Quello era stato concreto, necessario, a tratti freddo come deve essere quando si fanno scelte serie. Il pomeriggio al quadrilatero era stato qualcos'altro. Più leggero e più pesante allo stesso tempo, nel modo in cui le cose vere sanno essere.

Mi sedetti sul divano. La finestra era aperta, il calore del vespro entrava con il rumore basso della città. Andrea si avvicinò, si sedette accanto a me, così vicino che le nostre cosce si toccavano.

"Sei contento?" disse.

"Sì," risposi.

Si avvicinò ancora, lento, con quel modo che conosco da cinque anni e che non smette di dirmi qualcosa. Mi posò una mano sulla nuca, non per spingere, solo per tenere. Il bacio fu calmo all'inizio, poi cambiò registro, come cambia sempre quando nessuno dei due ha voglia di fermarsi.

La notte che ci prendevamo

Lo spogliarsi fu lento, quello che si fa quando non si ha fretta. Andrea aveva ancora la maglietta del Policlinico. Io i pantaloncini del liceo. Li togliemmo a vicenda, senza urgenza, con quella familiarità che cinque anni costruiscono e che non toglie niente al desiderio. Anzi lo cambia, lo rende più preciso.

Aveva un'abbronzatura irregolare sulle spalle, da qualche pomeriggio in piscina di agosto. La pelle era calda, ancora del vespro. Le sue mani da cardiologo erano precise anche quando non lo intendeva. Mi teneva come se stesse misurando qualcosa, ma il tipo di misura che si fa quando si vuole essere sicuri che l'altro sia lì, presente, con te.

Passammo un po' di tempo così, a mani e bocca, a imparare di nuovo quello che già sapevamo. Era uno di quei preliminari lenti che non hanno un punto di arrivo dichiarato, solo la progressione naturale di due corpi che si conoscono bene e non hanno nessuna voglia di affrettare. Poi lui si fermò, mi guardò.

"Posso?"

"Sì."

Ci muovemmo lenti, quel ritmo che appartiene solo ai domenica sera in cui fuori non c'è nessun posto dove essere. Il suo peso sopra di me era quello giusto, familiare, il tipo di peso che non schiaccia ma dice una cosa. Ci fermammo una volta a metà, solo per guardarci, e in quel guardarci c'era tutto il pomeriggio, il cinturino rosso, il Solis sul cartellino, Ferretti giovedì.

"Va bene così?" disse, a bassa voce.

"Sì. Continua."

Arrivò lento anche il finale, senza salti. Il suo respiro che cambiava appena, le sue mani che si stringevano sul mio fianco. Dopo rimase sopra di me un momento, la fronte contro la mia spalla, il peso di entrambi fermo.

Si alzò a prendere il preservativo usato e due bicchieri d'acqua. Tornò con il cartoncino del cinturino rosso in mano, che aveva tirato fuori dalla busta.

Quello che rimane

Rimanemmo sdraiati, la finestra aperta, la città sotto che faceva la sua vita. Andrea tenne il cinturino rosso tra le dita per un po', girandolo.

"Quattro millimetri in platino, comunque," disse.

"Giovedì Ferretti. Venerdì gli anelli."

"Nell'ordine giusto."

Si stese di nuovo accanto a me. La sua spalla era calda. Fuori i tetti di Milano avevano quella luce di settembre che dura poco e non ci si stanca mai di guardare.

Era abbastanza.