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Gay weekend romantico Vienna: Lorenzo e Andrea

Gay weekend romantico Vienna: Lorenzo e Andrea, il passo successivo

| Amicizie che evolvono

Tre giorni a Vienna, un gay weekend romantico Vienna che Andrea aveva prenotato di nascosto, quattro mesi prima, come risposta silenziosa alla proposta di Lorenzo a Parigi. Era la sua contromossa, aveva detto alzando le spalle davanti alla faccia incredula di Lorenzo alla stazione di Milano Centrale, mentre uno speaker annunciava il ritardo del binario undici. Il mio modo di dire sì due volte.

Il treno delle sette e trenta

Erano le sei e quarantacinque. Lorenzo aveva fatto le valigie due volte: la prima la notte prima, la seconda alle cinque e mezza di mattina quando aveva aperto il borsone e trovato che aveva messo dentro tre paia di scarpe e nessun paio di pantaloni. Andrea lo aveva osservato dalla soglia della camera, tazza in mano, con quella piega agli angoli della bocca che significava molte cose contemporaneamente.

«Stai bene?» aveva chiesto.

«Ottimamente,» aveva risposto Lorenzo infilando i jeans nella tasca laterale. «Sono un uomo adulto e competente.»

«Ovviamente.»

I binari di Milano Centrale

Il treno Nightjet per Vienna partiva alle sette e trenta. Niente aereo, aveva detto Andrea quando gli aveva consegnato la busta con l'itinerario stampato: carta, non digitale, perché certe cose si fanno così. Arrivi al mattino, con la città ancora fresca. Lorenzo aveva tenuto la busta sul comodino per una settimana prima di aprirla, come se il peso di quello che c'era dentro potesse cambiare forma se lo aveva vicino abbastanza a lungo.

Dentro c'era scritto: Lorenzo, ci siamo fidanzati a Parigi. Adesso andiamo a scegliere le fedi a Vienna.

Sei parole. Niente virgole superflue.

Il confine invisibile

Passarono il Brennero mentre dormivano, stretti nel cuccettino della seconda classe perché Andrea aveva prenotato tardi e non c'erano posti in prima. Lorenzo aveva il naso contro il collo di Andrea e sentiva il suo respiro rallentare con la regolarità precisa di chi sa dormire ovunque. Fuori dal finestrino, le luci del Tirolo si riducevano a puntini arancioni nel buio.

Pensò: ci siamo fidanzati a Parigi. Quattro mesi fa. A volte ancora non ci credeva del tutto.

Il Primo Bezirk e la cattedrale

Vienna li accolse con una luce obliqua di settembre, quel tipo di luce che rende tutto leggermente dorato anche quando non lo è. Lasciarono i bagagli all'hotel, una pensione vicino al Rathaus, terzo piano, scala stretta, parquet che scricchiolava in modo prevedibile. Uscirono subito.

«Prima il caffè,» disse Andrea.

«Prima il Naschmarkt.»

«Prima il caffè, poi il Naschmarkt.»

Caffè Landtmann

Si sedettero al Café Landtmann con due Melange e la consapevolezza condivisa che era ancora mattina presto e non avevano fretta. Era questa la cosa strana dei viaggi fatti insieme dopo anni: la fretta sparisce. Non perché si abbia meno da vedere, ma perché quello che conta è già seduto dall'altra parte del tavolo.

«Allora,» disse Lorenzo, ruotando la tazza tra le mani. «Gioielleria.»

«Gioielleria.»

«Hai già un'idea?»

Andrea aprì la tasca della giacca e tirò fuori uno di quei foglietti dove scriveva sempre tutto: liste, numeri, indirizzi. «Tre posti nel Primo Bezirk. Uno in Neubau. Ho letto le recensioni.» Pausa. «Ho letto molte recensioni.»

Lorenzo sorrise nella tazza. «Quante?»

«Non lo dico.»

Stefansplatz

Camminarono verso lo Stephansdom nell'ora in cui i turisti non erano ancora molti. La cattedrale era quella cosa che era: enorme, sproporzionata, costruita per fare sentire gli uomini piccoli. Andrea la fotografò tre volte. Lorenzo la guardò una sola, a lungo.

«Penso che ci sposeremo davvero,» disse Lorenzo.

Andrea abbassò il telefono. «Penso anche io.»

«Non so perché a volte mi sorprende ancora.»

«Perché sei fatto così. Ti sorprende anche il caffè del mattino se lo aspetti abbastanza.»

Lorenzo non rispose, il che per Andrea significava che aveva ragione.

La camera con vista sul Rathaus

La gioielleria che scelsero era piccola, in una traversa del Graben. Il titolare era un uomo di sessant'anni con gli occhiali appesi alla punta del naso che li fece accomodare senza fare domande, tirò fuori tre vassoi di fedi e disse solo: prendetevi il tempo che vi serve. Era evidente che ne aveva visti di tutti i tipi, in quella bottega. Il modo in cui guardava le mani degli uomini che si stringevano sopra i vassoi suggeriva una lunga abitudine a testimoniare momenti senza commentarli.

Le fedi

Scelsero due fedi in oro bianco, opaco, senza incisioni. Semplici. Lorenzo le aveva volute così, Andrea aveva detto che andava bene qualsiasi cosa lui avesse scelto, e poi aveva passato venti minuti a confrontare l'opaco con il lucido tenendole entrambe in controluce.

«L'opaco,» aveva concluso.

«Come avevo detto io.»

«Come avevi detto tu.»

Il titolare le aveva avvolte nella carta velina senza commentare il dialogo.

La sera

Tornarono in camera a piedi, attraversando il Ring mentre le luci della città si accendevano nell'ordine che hanno le città d'Europa quando smettono di essere diurne. Andrea aprì la porta con la chiave vera, non la tessera, ma una chiave, e Lorenzo lo seguì dentro.

La camera era piccola, ordinata, con il parquet che scricchiolava nello stesso punto di sempre. Sul davanzale c'erano i sacchetti della gioielleria. Lorenzo li spostò con delicatezza, come se fossero fragili, e si voltò verso Andrea.

Andrea lo guardò. «Posso?»

«Sì,» disse Lorenzo.

Non aggiunsero altro. Erano sei anni, quasi sette, una vita intera di sì detti in tutti i modi possibili, incluso il silenzio. Ma alcune domande si fanno lo stesso, ogni volta, perché alcune cose meritano di essere scelte di nuovo ogni giorno.

Posso avvicinarmi? Sì. Posso continuare? Sì. Va bene? Sì. Ancora? Ancora.

Fuori dalla finestra il Rathaus era illuminato di bianco. Dentro, la stanza era silenziosa tranne per il legno che cedeva sotto i passi, lento, come un orologio che misura il tempo in un'unità diversa.

Una mattina al Naschmarkt

Il giorno dopo andarono al Naschmarkt. Era sabato, il mercato era pieno, e Andrea comprò spezie che non sapeva come usare e formaggio che probabilmente avrebbe mangiato in macchina sulla via del ritorno. Lorenzo portava la borsa e guardava le persone.

Il mercato del sabato

C'era qualcosa di calmante nel Naschmarkt, lo stesso che aveva sentito al mercato di Parigi l'anno prima, la sensazione che i mercati siano luoghi dove le persone smettono di avere fretta perché il tempo è regolato dalla stagionalità delle zucchine e dei fichi, non dagli orologi.

«Cosa stai pensando?» chiese Andrea senza guardarlo, esaminando una varietà di paprika ungherese.

«Che mi piace come funzioniamo in viaggio.»

«Come funzioniamo?»

«Non litighiamo per le direzioni. Alterniamo. Uno sceglie la gioielleria, l'altro sceglie il caffè. Uno porta la borsa, l'altro porta le spezie.»

Andrea comprò la paprika. «È perché siamo bravi o è perché siamo pigri?»

«Non lo so. Forse è la stessa cosa.»

Il banco del pesce

Si fermarono davanti a un banco di pesce affumicato viennese e Lorenzo mangiò una cosa che non riuscì a identificare. Era buona. Il pescivendolo, un uomo polacco con il grembiule arancione, li salutò come se li conoscesse da anni. Bravi ragazzi, tornate domani mattina, arrivo i salmoni nuovi.

Non sarebbero tornati domani mattina. Domani mattina avrebbero preso il treno per Milano. Ma Lorenzo disse che avrebbero fatto il possibile, e il pescivendolo annuì soddisfatto come se avesse ottenuto ciò che voleva.

L'aereo del ritorno

Presero il treno, non l'aereo del ritorno: Andrea aveva prenotato anche questo in anticipo, coerente con se stesso. Partirono la domenica mattina presto, con le fedi nella tasca interna della giacca di Lorenzo e un sacchetto di spezie che avrebbe occupato spazio nella dispensa per i successivi tre anni senza mai essere aperto del tutto.

Il Brennero al contrario

Attraversarono il Brennero nella direzione opposta, sotto un cielo che cambiava colore da est verso ovest. Andrea dormiva di nuovo, con quella stessa regolarità precisa. Lorenzo rimase sveglio, il mento appoggiato alla mano sul finestrino.

Pensò all'ufficio del Comune di Milano dove avrebbero firmato i documenti per l'unione civile. Pensò alla faccia di sua madre quando glielo avevano detto: niente sorpresa, solo sollievo, come se avesse aspettato che Lorenzo finisse di girare attorno a qualcosa che esisteva già. Pensò alla piccola scatola nella tasca della giacca di Andrea, che teneva le due fedi avvolte nella stessa carta velina del negozio.

Pensò: sette anni fa ero seduto in un bar di Brera e non sapevo come si chiamasse il ragazzo con la sciarpa blu dall'altra parte del bancone.

Milano Centrale, ore sedici

Arrivarono a Milano Centrale alle sedici e quattordici, quattro minuti in orario, e questo per Andrea era una soddisfazione di tipo quasi fisico. Recuperarono i bagagli, uscirono nel traffico di piazza Duca d'Aosta, e Lorenzo disse:

«Dovremmo andarci ogni anno.»

«A Vienna?»

«A qualunque posto dove ci siano mercati il sabato mattina e gioiellerie con titolari che non fanno domande.»

Andrea rise, una risata breve, concreta, del tipo che si fa quando qualcuno dice esattamente la cosa giusta senza saperlo. Poi tirò fuori il telefono e aprì l'app dei treni.

«Il prossimo anno Praga ha lo stesso tipo di mercato,» disse. «Ho già controllato.»

Lorenzo lo guardò. Aveva già controllato. Naturalmente. Sei anni, quasi sette, e ancora a volte c'era qualcosa che lo fermava: quella capacità di pianificare in avanti come se il futuro fosse una cosa certa, come se avessero già deciso insieme che ci sarebbero stati, entrambi, all'anno prossimo e a quello dopo.

Forse era proprio questo, alla fine: non la proposta a Parigi, non le fedi comprate a Vienna, non il documento in attesa di firma al Comune. Quella certezza era sapere che quando apriva l'app dei treni, Andrea stava già pianificando per due.