Skip to main content
Gay Dubai: Federico, il rooftop JBR e una notte al Burj

Gay Dubai: Federico, il rooftop JBR e una notte al Burj

La prima parola che mi viene in mente quando penso a gay Dubai è contrasto. Sono arrivato mercoledì mattina con un trolley da due giorni e una agenda fitta: tre sessioni di workshop con un cliente del settore finanziario, sala riunioni al quarantatreesimo piano di un edificio di cristallo sulla Sheikh Zayed Road. Il giovedì ho fatto le undici di sera senza accorgermene. Il venerdì volevo solo una doccia e del room service. Non avrei mai immaginato che quella sera, in una città dove l'omosessualità è formalmente illegale, avrei vissuto una delle notti più libere della mia vita.

La telefonata che cambia i piani

Erano le diciotto e mezza quando Marco, un collega di Milano che lavora per una boutique di advisory a Dubai, mi ha scritto un messaggio di tre parole: Sei libero stasera? Gli ho risposto di sì prima ancora di finire di leggere il secondo. Marco fa parte di quella fascia di expat che a Dubai si muove come se la città fosse sua: conosce il posto giusto per il sushi del giovedì, sa dove non aspettare in fila, ha sempre un contatto che conosce un altro contatto. La serata era una rooftop privata a JBR — Jumeirah Beach Residence — organizzata da un gruppo di consultant expat, «gay e gay-friendly mescolati», mi ha detto, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Ho messo il blazer grigio, quello leggero, quello che uso quando non so se la serata finirà prima o dopo mezzanotte. Taxi in dodici minuti.

Il rooftop e Rashid

L'appartamento era al quarantesimo piano di un palazzo che non avevo mai notato, eppure era lì da anni. Una ventina di persone distribuita tra il salotto aperto e la terrazza. Musica bassa, vetri ovunque, il mare illuminato dal riflesso della Marina. La prima cosa che ho pensato è stata: questi non sono turisti. Erano persone che vivono qui, che hanno imparato come si fa.

Rashid l'ho notato subito — e questo mi ha sorpreso, perché di solito ci metto un po'. Libanese, trentadue anni, a Dubai per un contratto biennale con una banca d'investimento. Capelli corti quasi rasati, mascella squadrata, un modo di tenere il bicchiere con due dita che sembrava una citazione da qualche film in bianco e nero che non riesco a identificare. Ci siamo parlati in inglese per il primo quarto d'ora, poi lui ha detto qualcosa in italiano — un italiano scolastico, quasi buffo nella sua precisione — e ho riso. Da quel momento siamo passati a un misto che non aveva senso grammaticale ma si capiva perfettamente.

Abbiamo parlato di lavoro, della città, del caldo che si porta dentro anche di notte. Gli ho chiesto se gli mancava Beirut. Mi ha guardato come se la risposta fosse troppo complicata per stare in una frase, e poi ha detto: «Sempre. Ma non nel modo in cui pensi.» Ho capito quello che voleva dire senza che lo spiegasse.

La decisione sul terrazzo

Verso mezzanotte la festa si stava svuotando. Marco mi ha fatto un cenno dalla porta — stava andando — e io gli ho risposto con un gesto vago che non impegnava nessuno. Rashid era appoggiato al bordo della terrazza, le luci della Marina dietro di lui come una scenografia costruita apposta.

Gli ho detto che ero alloggiato al Burj Al Arab. Era vera, ma l'ho detto anche perché volevo vedere la sua reazione. Ha alzato un sopracciglio, appena. «Il Burj?» «Quarantasettesimo piano. Vista mare.» Pausa. «Posso venire a vedere?» «Sì.»

Era questo il momento in cui Dubai smette di essere una città astratta e diventa un posto reale, con peso e temperatura. Non era una decisione avventata: sapevo cosa stavo facendo, sapeva cosa stava facendo. A Dubai, certi spazi privati funzionano come bolle. Lo sapevamo entrambi.

La suite al quarantasettesimo piano

Il Burj Al Arab di notte non è solo un hotel: è una dichiarazione. La lobby è vuota a quell'ora, il personale discreto come se avesse imparato a non esistere quando non serve. L'ascensore sale veloce, quasi senza che se ne accorga il corpo.

La suite era bianca, grandissima, con una finestra che occupava tutta la parete verso il mare. Rashid si è avvicinato al vetro senza togliersi la giacca. L'ho guardato guardare il mare. Erano le due meno un quarto. Le luci di Dubai si estendevano fino dove la città finiva nel buio.

«È diverso dall'alto», ha detto. «Tutto è diverso dall'alto», ho risposto. Ci siamo girati verso l'altro nello stesso momento.

Non c'era nessuna fretta. Questo è il paradosso dei luoghi protetti: più è sicuro lo spazio, più il tempo si dilata. Ci siamo presi il tempo che ci voleva — quello di togliersi la giacca, quello di avvicinarsi senza correre, quello di chiedersi e rispondersi con una parola. «Va bene?» «Sì.» «Posso continuare?» «Continua.»

Il sesso a Dubai in una suite da tremila dollari a notte non è uguale al sesso ovunque. Non per il lusso — il lusso è una cornice, non è il contenuto. È per quello che il lusso esclude: il rumore, la fretta, la paura di essere interrotti. Il rischio formale del paese esiste, ma in quello spazio era ridotto a un'astrazione lontana. Quello che restava era solo noi, il silenzio, il mare alle spalle del vetro.

Le cinque del mattino

Rashid se n'è andato all'alba. Aveva un volo alle dieci. Ci siamo salutati con una stretta di mano che durava troppo per essere professionale e troppo poco per essere qualcosa d'altro. «Ci rivedremo», ha detto. Non lo so se era vero. Non importava.

Sono rimasto al vetro ancora qualche minuto. Il mare stava cambiando colore — quella transizione dal nero al grigio che succede prima che arrivi il rosa. Ho pensato a Tommaso — un collega con cui avevo incrociato messaggi quella stessa settimana, a Dubai anche lui per un layover, su tutt'altro giro ma nella stessa bolla expat. La sua Dubai era la Marina, la mia era JBR e il Burj. La stessa città, due registri diversi. Entrambi avevamo capito la stessa cosa: che i posti ad alto rischio formale costringono a costruire spazi interni più sicuri. E che quegli spazi, a volte, contengono le esperienze più libere.

Ho ordinato la colazione e ho aperto il laptop. Le note del workshop erano ancora sul desktop. Ho chiuso tutto e ho guardato il mare fino a che non è arrivato il carrello.

Dubai resta una delle città più strane in cui ho mai lavorato. Non la consiglierei a tutti — e non parlo di sicurezza tecnica, parlo di quella sensazione costante di muoverti dentro a regole che non sono scritte ma pesano. Eppure quella notte, quella finestra, quello spazio — era reale quanto qualsiasi altra cosa che ho vissuto.