
Palestra gay Milano: Riccardo torna da Diego al GymHub
Settembre a Milano inizia prima del calendario, e la palestra gay Milano che frequento ogni martedì, la GymHub di Bovisa, ha riaperto con il pieno degli iscritti già dalla prima settimana: quelli che tornano dall'estate con un abbonamento da smaltire, troppa energia accumulata nei mesi di pausa, e quella strana impazienza di chi ha aspettato qualcosa senza saperlo nominare. Io ci sono tornato l'otto settembre con la sacca ancora odorante di crema solare, il quarto anno al Politecnico che sarebbe iniziato il lunedì successivo, e Diego alla reception con quella camicia tecnica grigia che sembrava identica a quella di luglio.
Il rientro alla GymHub di Bovisa
Tre mesi di distanza
La GymHub di Bovisa ha quel tipo di luce che non fa pensare all'estate. Luci bianche da magazzino industriale, soffitti alti, l'odore di gomma dei tappetini misto a qualcosa di pulito che riconosco ogni volta come appartenenza. Ci vengo da luglio, quando un amico del corso mi aveva segnalato Diego come personal trainer: quarantotto euro per quattro sessioni, un rapporto qualità-prezzo che per uno studente fuori sede era difficile ignorare.
A luglio non sapevo ancora che Diego avrebbe occupato più spazio nella mia testa di quanto l'avessi pianificato. Sapevo che era bravo, che spiegava gli esercizi con una precisione quasi chirurgica, che aveva quella capacità di stare vicino senza invadere. Lo avevo notato, naturalmente. Ma luglio era stato un mese di prime volte, e Diego era rimasto al suo posto nell'elenco delle cose da non nominare.
Poi era arrivato settembre. Il rientro a Milano, la prima cena con Mattia, il nuovo coinquilino con cui dividevo l'appartamento a Bovisa, aveva cambiato qualcosa nel modo in cui mi muovevo nel mondo. Non in modo visibile dall'esterno. Dentro. Come se alcune porte che tenevo socchiuse fossero diventate più facili da aprire, o almeno da guardare.
Diego al bancone
Mi aveva riconosciuto prima che arrivassi a cinque metri dalla reception. "Rientro ufficiale," aveva detto, con una cadenza che non era un saluto né una domanda. Aveva allungato la mano per prendere il mio badge senza che glielo dessi, l'aveva strisciato sul lettore e me l'aveva ridato. Il gesto preciso di qualcuno che sa già che tornerai, che la tua presenza in questo posto è una cosa stabilita e non sorprendente. Io avevo annuito come se fosse la cosa più normale del mondo, ero andato a cambiarmi, e per tutto il tempo avevo pensato a quella camicia tecnica grigia.
La sessione di allenamento
Il ritmo ritrovato
Le prime tre serie le avevo fatte da solo, come concordato. Diego era impegnato con un altro cliente, un ragazzo che sembrava avere voglia di impressionarlo e ci stava riuscendo a metà. Io avevo rimesso in moto i movimenti con la cura di chi sa di poter sbagliare senza essere osservato: squat, stacchi, qualche movimento compensativo per le spalle che dopo l'estate erano più tese del solito.
Quando Diego era arrivato alla mia stazione, avevo finito la terza serie di trazioni. Ottantadue chili sollevati per dodici ripetizioni: non un record, ma abbastanza da sentire che i tre mesi non erano stati del tutto sprecati. "Hai lavorato," aveva detto. Non un complimento. Una constatazione di qualcuno che sa leggere un corpo come si legge un report tecnico, e che registra i dati senza aggiunte emotive. Poi aveva spostato il bilanciere di due centimetri con un gesto preciso, aveva detto "più stretto," e si era messo in posizione laterale per guardarmi.
Con Diego l'attenzione non è invadente, è tecnica. Osserva il modo in cui le scapole si chiudono, il punto in cui il gomito rompe il piano, se la respirazione tiene il tempo o si perde nell'ultimo movimento. Ma guardare qualcuno con quella concentrazione da architetto è anche un modo di conoscerlo. A luglio non lo avevo capito ancora.
La correzione imprevista
A metà sessione aveva cambiato il programma. "Proviamo qualcosa di diverso per il core," aveva detto, portandomi verso i tappetini. L'esercizio era una variante del plank con rotazione che richiedeva una correzione di posizione: lui aveva sistemato la mia spalla destra con una mano, contatto di pochi secondi, del tutto professionale. Ma era rimasto qualcosa nell'aria dopo, una qualità dell'attenzione che era cambiata senza che nessuno dei due lo dichiarasse esplicitamente.
Nelle storie di palestra gay a Milano che avevo letto, tutto sembrava sempre più diretto e meno ambiguo. La realtà è più silenziosa, si muove attraverso pause, attraverso la qualità di uno sguardo che dura un secondo in più del necessario, attraverso il modo in cui qualcuno gestisce la distanza fisica quando potrebbe gestirla diversamente.
Lo spogliatoio
L'incontro che non era una coincidenza
La sessione era durata cinquantacinque minuti. Alla fine Diego aveva annotato qualcosa sul suo tablet, mi aveva dato appuntamento per la settimana successiva, e io ero andato verso gli spogliatoi. Erano quasi le diciannove e trenta: l'ora in cui la GymHub si svuota, quando i lavoratori del turno serale stanno ancora arrivando. Lo spogliatoio degli uomini aveva tre persone al massimo, io compreso.
Diego è entrato cinque minuti dopo. Non è insolito, ho poi capito: i PT della GymHub usano lo stesso spogliatoio degli iscritti regolari. L'ho visto fare il giro delle armadiette verso il lato opposto, aprire la sua senza fretta, togliersi la camicia tecnica. Ho preso il mio asciugamano e sono andato sotto la doccia senza guardarlo ancora. L'acqua calda a settembre ha sempre quell'effetto di azzeramento: toglie la stanchezza muscolare e il pensiero insieme, e per qualche minuto si è soli in modo assoluto.
Lo sguardo lungo
Quando sono uscito dalla doccia, lo spogliatoio era quasi vuoto. Diego era a pochi metri, stava allacciandosi le scarpe su una delle panche. Mi ha guardato nel momento esatto in cui l'ho guardato io. Uno di quei momenti in cui nessuno dei due distoglie lo sguardo immediatamente, e il secondo in più che passa diventa una frase intera senza parole.
"Sei cambiato," ha detto alla fine. Non in tono di giudizio. Come se stesse osservando qualcosa di tecnico, come quando mi correggeva le scapole. Una variazione registrata. Ho risposto "in meglio o in peggio?" e lui ha sorriso senza rispondere, ha finito di allacciarsi la scarpa sinistra, si è alzato dalla panca. Mentre si alzava ha messo una mano sulla mia spalla, brevemente, con la stessa naturalezza con cui l'aveva fatto durante l'allenamento sul tappetino. Ma eravamo nello spogliatoio, e tutti e due lo sapevamo.
L'appuntamento per domani
Un indirizzo, un orario
"Domani sono libero," ha detto, raccogliendo la borsa. "Se vuoi venire a lavorare su quel problema alla spalla destra. Ho gli attrezzi a casa." Ha aggiunto la via, vicino a Porta Garibaldi, e un orario, le diciassette. Ha detto queste cose con il tono neutro di chi lascia spazio a un'interpretazione diversa, costruendo una via d'uscita per tutti e due: nel caso in cui avessi frainteso, nel caso in cui decidessi di non presentarmi, sarebbe rimasto un appuntamento di lavoro mancato e niente di più.
Non avevo frainteso.
"Va bene," ho detto. Ho preso il numero che mi ha scritto su un pezzo di carta strappato dalla rivista sul tavolo accanto agli armadietti, e mentre guardavo la sua mano scrivere ho capito che era la prima volta che vedevo Diego fare qualcosa che non fosse lavoro. Stava semplicemente decidendo qualcosa, e io stavo decidendo qualcosa insieme a lui. Due adulti che prendono una decisione in modo chiaro, senza equivoci e senza performance.
La metro verso casa
Ho preso la metro al Politecnico e per tutto il tragitto ho tenuto il pezzo di carta in tasca senza riguardarlo. Non ne avevo bisogno: l'indirizzo e l'orario erano già fissi da qualche parte dove non serviva la memoria. Il corpo registra certi appuntamenti meglio della mente.
A luglio ero entrato alla GymHub cercando un personal trainer efficiente e avevo trovato qualcuno che mi guardava come si guarda qualcosa che merita attenzione. A settembre ero entrato sapendo che quel qualcosa ero io, e che la differenza tra allora e adesso non stava solo nei tre mesi di estate ma in qualcosa di più sottile che aveva preso forma da solo, forse quella sera a Bovisa con Mattia, forse già prima. La palestra gay di Milano non è solo la GymHub di Bovisa: è qualsiasi posto in cui impari qualcosa di te stesso attraverso il corpo di qualcun altro.
Domani sono le diciassette. E questa volta arrivo io primo.





