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Sauna gay Roma, due uomini nella zona vapore — raccontigay.it

Sauna gay Roma, lunedì prima del Frecciarossa di sera

| Incontri gay casuali

Roma è una città che si porta dietro. Per anni l'ho portata come un peso, qualcosa che dovevo lasciare per diventare quello che volevo. Poi a un certo punto smette. Diventa solo una città: binari della metro, il suono del traffico su viale Manzoni, mia madre che prepara il caffè quando arrivi. Il weekend era andato bene. Nessun dramma, nessuna confessione. Il Frecciarossa delle 20:40 mi riportava a Milano, e avevo ancora quattro ore davanti. È stata una scelta istintiva. La sauna gay di Roma, quella storica nel centro vicino a Termini, la conosco da quando avevo vent'anni.

Lunedì pomeriggio, Esquilino

Ritorno senza ansia

Ci sono entrato con la borsa da palestra, il trolley lasciato in stazione al deposito bagagli di Termini. Erano le quattro e venti di un lunedì di settembre ancora caldo, il tipo di caldo umido romano che Milano non produce. Via Aureliana è silenziosa a quell'ora, qualche corriera che sale verso il Quirinale, nessun turista. Ho pagato, lasciato i vestiti nell'armadietto, preso l'asciugamano. Come si fa da sempre.

La prima volta che ero entrato lì avevo ventidue anni e tremavo. Non dal freddo. Ci avevo messo venti minuti a spostarmi dall'armadietto alla zona umida, lo sguardo fisso sulle mattonelle, le spalle rigide come un asse. Adesso camminavo. Non era indifferenza, era qualcosa di diverso: sapere dove andare. La stessa sauna, gli stessi corridoi con l'illuminazione ambrata, lo stesso odore di eucalipto e cloro che ti entra nelle narici appena apri la porta dell'area vapore. Solo io ero cambiato.

Ho infilato il ricordo in quella prima volta al portone bordeaux, quattro anni prima, e ho continuato a camminare. Settembre era un lunedì qualunque. E questo mi piaceva.

Davide, cinquantuno anni

L'incontro nell'area vapore

L'area umida era quasi vuota. Un tizio anziano dormiva su uno dei lettini in pietra. Un altro sfogliava qualcosa sul telefono con la lucina bassa. E c'era lui, seduto sul secondo gradino della sauna a vapore, la schiena al muro, le braccia che si appoggiavano alle ginocchia. Cinquantuno anni abbondanti, capelli grigi tagliati corti, petto largo con i peli scuri che diventavano grigi verso il basso, le mani grandi di qualcuno che ha lavorato con le mani per qualche anno prima di cambiare mestiere.

Mi ha guardato senza fretta. Una valutazione tranquilla, non aggressiva, il tipo di sguardo che appartiene a chi è a proprio agio. «Sei di qui?» ha detto a bassa voce. L'accento romano largo, la erre moscia, come mio padre.

«Sì», ho detto. «Quasi.»

«Quasi.» Ha ripetuto la parola come se fosse interessante. «Dai, da quant'anni stai a Milano?»

«Tre. Quasi quattro.»

Ha annuito. Non ha aggiunto altro. Quella capacità di stare in silenzio senza riempirlo con niente è una cosa che a vent'anni non avevo: la si impara oppure la si ha dalla nascita. Lui ce l'aveva dalla nascita.

Si chiamava Davide, me lo ha detto dopo una decina di minuti nello stesso modo in cui mi aveva guardato, senza premessa. Commercialista, due figli grandi, divorziato da sei anni. «Vengo qui il lunedì», ha aggiunto, «perché il lunedì è vuoto.» Gli è sembrato necessario spiegarlo, e io ho capito che era vero senza che ci fosse niente di triste intorno.

La cabina privata

Un pomeriggio per sé

È stato lui a muoversi per primo. Non con parole, con una mano appoggata sul mio ginocchio, il tempo di un respiro, poi tolta. Una domanda. Ho risposto mettendomi in piedi.

Le cabine private erano in fondo al corridoio, quelle con la porta che non si chiude a chiave ma che si chiude lo stesso. Circa due metri per due, il lettino con l'asciugamano pulito piegato sull'angolo, la luce soffusa che veniva da un pannello laterale. Niente musica, niente rumori della strada.

Davide ha appoggiato il suo asciugamano sulla sedia nell'angolo e si è voltato verso di me. L'ho guardato: il petto largo e tranquillo, le spalle un po' curve in avanti come chi è abituato a stare seduto, una cicatrice piccola sotto il costato sinistro che non ho chiesto. Ha allungato una mano e me l'ha posata sul petto, la mano larga e calda, con una pressione che non era urgenza ma attenzione.

Ci siamo avvicinati con la lentezza di chi non ha fretta. Il bacio è stato quasi sorprendente: morbido e diretto allo stesso tempo, le labbra di qualcuno che sa quello che vuole. Le sue mani mi tenevano le spalle, le mie erano sulla sua schiena, la pelle calda e ancora un po' umida per il vapore. Ho sentito i peli del suo petto contro il mio torace.

Non ho pensato a niente, per qualche minuto. Non al Frecciarossa, non a Milano, non al capitolo che avrei dovuto finire la mattina dopo. Ero lì.

Ci siamo spostati sul lettino. La sequenza è stata naturale: bocche, mani, poi la sua testa che scendeva lungo il mio addome con una calma che non è qualcosa che si recita. Ha fatto quello che stava facendo con cura, con presenza, senza performare niente. Quando mi sono agitato ha alzato una mano a tenermi fermo, un gesto senza parole che significava stai qui, non andare da nessuna parte.

A un certo punto gli ho chiesto se aveva un preservativo. Ha allungato una mano verso la tasca dell'asciugamano sul bordo del lettino senza staccarsi da me, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Poi ci siamo presi il tempo che avevamo.

Davide faceva sesso come camminava, senza commentarsi addosso. Nessuna domanda fuori posto, nessuna fretta di arrivare, nessuna recita del desiderio. Solo la geometria di due corpi che trovano un equilibrio, la sua voce bassa che ogni tanto diceva una cosa, la mia risposta altrettanto bassa. Quando è finita per entrambi lui si è lasciato andare sul fianco con un'espirazione lunga, la mano sul mio braccio, ferma.

Dopo

Prima del treno

Siamo rimasti in silenzio per qualche minuto. Non era imbarazzo, era il tipo di silenzio che si fa dopo che una cosa è andata bene.

«Sei dottorando?» ha chiesto. Non avevo capito come lo sapesse, poi mi sono ricordato che gliel'avevo detto nell'area vapore. Fisica, avevo detto. Polimi.

«Sì.»

«Quanti anni ancora?»

«Uno. Forse uno e mezzo.»

Ha fatto un suono che non era un commento, era solo un riconoscimento. Si è rialzato con la lentezza di chi non finge di essere più giovane di quello che è, ha recuperato l'asciugamano, lo ha rimesso in vita. «Buon viaggio», ha detto, e non era una formula: era esattamente quello che intendeva.

Ho fatto la doccia, mi sono rivestito nello spogliatoio con la luce fluorescente che lì è sempre un po' cruda. Erano le sei meno venti. Fuori via Aureliana aveva ripreso i rumori serali, qualche motorino, le voci di un bar che aveva aperto i tavolini sul marciapiede.

Frecciarossa 20:40

Milano in tre ore

Ho preso la metro A fino a Termini, ho recuperato il trolley dal deposito, mi sono comprato un panino al bar della galleria. Il Frecciarossa era in orario.

Ho trovato il mio posto vicino al finestrino, ho messo gli auricolari, ho guardato Roma che si allontanava nell'ultimo della luce. L'Esquilino, il Casilino, poi la periferia piatta con i capannoni, poi niente. Roma che smette di essere Roma e diventa campagna.

Avevo fatto sesso in quella sauna nel pomeriggio di un lunedì di settembre, senza nessuna narrativa intorno. Nessun dramma, nessuna rivelazione. Un cinquantenne tranquillo che si chiamava Davide e sapeva stare in silenzio. Era abbastanza.

Il treno era entrato nel buio della galleria dell'Appennino. Tre ore a Milano.