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Spiaggia nudista gay Roma: Tommaso a Capocotta da solo

Spiaggia nudista gay Roma: Tommaso a Capocotta da solo

| Incontri gay casuali

Tommaso se l'era ripromesso a marzo, l'ultima volta che era tornato a Roma per il fine settimana: almeno una domenica sull'spiaggia nudista gay di Capocotta, da solo, senza obiettivi. Era stanco di costruire incontri come equazioni, di calibrare le distanze sulle app, di fare di ogni nudo uno spettacolo per qualcun altro. A Milano si era dimenticato come stavano le cose quando il corpo era semplicemente corpo. Così aveva preso il treno a Termini, l'autobus che finisce dove finisce la strada, e poi aveva camminato fino al mare. Luglio, ore dieci, sabbia calda e nessuno che sapesse dove fosse.

L'arrivo e la nudità

Spogliarsi alla spiaggia di Capocotta

Capocotta non la trovi su Google Maps con quel nome. La cerchi come Lido di Castel Porziano, scendi a una fermata che sembra provvisoria, segui un sentiero di sabbia tra i pini, e poi all'improvviso c'è il mare. Il settore libero, quello che tutti sanno essere lì ma nessuno segnala con un cartello, è ancora più avanti, passata la linea degli stabilimenti. Ci arrivi a piedi sul bagnasciuga, gli occhi bassi per abitudine, poi li alzi e capisci immediatamente che qui le regole sono diverse.

Corpi di ogni tipo. Anziani sdraiati sulla schiena, gruppi di tre che si parlano vicini, coppie che si tengono per mano senza guardarsi attorno. Nessuno che controllasse nessuno. Tommaso aveva posato il telo a una distanza di rispetto da un gruppo di ragazzi, aveva aperto la borsa e si era seduto vestito per qualche minuto, guardando l'orizzonte come se aspettasse il permesso di qualcosa.

"Annamo," si era detto sottovoce.

Si era tolto la maglietta. Poi i pantaloncini. Poi, dopo un respiro tenuto un secondo di troppo, i boxer. Il tatuaggio sul fianco sinistro, tre triangoli sovrapposti con una precisione geometrica che Aldo del suo dipartimento definiva sempre "troppo elegante per un fisico teorico", era rimasto lì esposto come tutto il resto. Niente da proteggere. Niente da nascondere. Soltanto la pelle e il sole e il rumore del mare che copriva qualsiasi cosa avesse pensato di dover dimostrare.

Aveva passato i primi venti minuti a guardare il mare senza fare niente. Non era disagio, aveva realizzato. Era nuova normalità che richiedeva tempo per depositarsi.

Il corpo come paesaggio

Capocotta a luglio ha una sua geometria. Le persone si dispongono in gruppi e solitari come particelle in un gas, mantenendo distanze istintive, gravitando verso i simili senza mai isolare nessuno del tutto. Tommaso era un punto in quel campo, il laptop dimenticato a Milano, la fisica quantistica dimenticata a Milano, tutto il filtro mentale attraverso cui di solito elaborava il mondo rimasto là.

Quello che sentiva era più semplice: il sole sulla pelle come non lo sentiva da anni, la sabbia calda sotto le cosce, il sale che asciugava in fretta. Un uomo con i capelli grigi lo aveva guardato passando, non con malizia ma con la curiosità calma di chi riconosce un nuovo arrivato. Tommaso aveva annuito. L'altro aveva annuito. Poi era andato avanti.

Era stato esattamente così la prima volta in sauna a Milano, aveva pensato, quella sensazione di essere visto senza essere giudicato, di esistere nello spazio di qualcuno senza dover fare niente per giustificarsi. Se volete sapere com'era andata quella notte, c'è già un racconto. Qui era diverso però. Più lento. Più ampio. Come se lo spazio aperto funzionasse da amplificatore invece che da contenitore.

Si era rimesso a pancia in giù, la testa girata di lato verso il mare, e aveva lasciato che il calore lavorasse per lui. Alle undici la spiaggia si era riempita di più. Si sentivano voci, qualcuno rideva forte verso il bagnasciuga, una radio suonava qualcosa di vagamente anni novanta. Tommaso aveva chiuso gli occhi e per la prima volta in settimane non aveva pensato alla sua tesi.

Il corpo di un altro

Quello che la sabbia permetteva

Si era assopito per mezz'ora. Quando aveva riaperto gli occhi, un uomo era seduto a due metri da lui, le ginocchia piegate, lo sguardo verso l'acqua. Trent'anni forse, capelli scuri bagnati come se fosse appena uscito dal mare, spalle larghe, il tipo di fisico che non cerca di sembrare niente. Il tipo che su Grindr avrebbe avuto una foto che non mostrava la faccia.

Tommaso non aveva fatto niente per un po'. Era rimasto sulla schiena, il dorso caldo di sabbia, e aveva aspettato di capire se quello era un momento o soltanto il caso. Poi l'uomo si era girato, aveva incrociato il suo sguardo, e aveva sorriso senza aprire troppo la bocca.

"È la prima volta qui?" aveva chiesto, con un accento romano che Tommaso non sentiva da mesi.

"No. La seconda," aveva mentito. E poi, perché non aveva senso mentire in quel posto: "Sì, la prima."

L'uomo si era avvicinato di qualche centimetro, scivolando avanti sulla sabbia. Si chiamava Marco, faceva il grafico, abitava a Pigneto. Queste cose le sapeva Tommaso prima di sapere il peso di quella mano sull'avambraccio, leggera come una domanda che aspetta il tono giusto.

"Te piace?" aveva chiesto Marco, e non stava parlando della spiaggia.

Erano andati verso la pineta, oltre la linea dove le persone si diradavano. Non c'era niente di furtivo in quello che facevano, ma la pineta aveva la sua logica di semi-ombra che Capocotta concede a chi sa come muoversi. Si erano seduti contro un pino, le spalle alla corteccia, e quello che era iniziato come vicinanza si era fatto contatto, poi necessità.

Marco aveva una mano sicura. Aveva preso Tommaso per i fianchi, le dita vicino al tatuaggio geometrico sul fianco sinistro, e aveva detto "vie' qua" con una naturalezza che non lasciava spazio alla gestione. Tommaso aveva lasciato che guidasse. Era quello che voleva: smettere di calcolare traiettorie per un'ora, cedere il timone a qualcuno che non aveva bisogno di istruzioni.

Il calore della pineta era più fermo di quello della spiaggia. Tommaso aveva sentito il petto di Marco contro la schiena, le mani che scendevano con una lentezza deliberata lungo i fianchi, il fiato caldo sul collo. Si erano mossi nella penombra del pino con quella logica muta che i corpi conoscono meglio delle parole, il peso di Marco che premeva e il respiro di Tommaso che si adeguava, le dita di Marco che trovavano ogni punto con una precisione che sembrava studiata. Tommaso aveva alzato il mento, il collo lungo, la luce a macchie irregolari sul torso. Te dico, aveva mormorato a un certo punto, e non aveva continuato la frase perché non ce n'era bisogno. Marco lo aveva capito. Le mani avevano continuato.

Quello che successe nella pineta non aveva spettatori e non ne cercava. La nudità era già stata esposta sulla spiaggia, in pubblico, senza alcun teatro: qui, tra i pini e la luce filtrata, era soltanto la continuazione logica di un pomeriggio in cui niente era stato simulato. Marco lo aveva girato verso il tronco del pino, una mano piatta sulla corteccia per reggersi, e Tommaso aveva lasciato fare senza resistenza, sentendo il calore di un altro corpo coprire il suo completamente, ogni punto di contatto reale e non costruito. Il ritmo era lento all'inizio, come tutto a Capocotta, poi meno lento, poi niente del pensiero che di solito accompagna queste cose: solo il respiro e la pressione e il momento presente che non chiedeva di essere ricordato.

Quando si erano rialzati la sabbia aveva disegnato pattern sulle schiene di entrambi. Marco aveva riso piano vedendo quella di Tommaso, Tommaso aveva guardato quella di Marco e non aveva detto niente perché stava ancora elaborando. Il silenzio tra loro non aveva nessuna delle scomodità che di solito seguono questi incontri. Era il tipo di silenzio che indica che nessuno dei due deve spiegare niente all'altro.

Il ritorno all'acqua

Erano tornati in spiaggia e si erano rimessi in acqua, nuotando a qualche metro di distanza, abbastanza vicini da sentirsi ma abbastanza lontani da non doversi parlare. L'acqua del Tirreno in luglio è tiepida vicino alla riva. Tommaso ci aveva tenuto i piedi sul fondo a lungo, guardando la luce rifrangersi dalla superficie, pensando che era esattamente il genere di cosa che non riesci a vedere se sei sopra.

Il rientro

Solo il tatuaggio come firma

Marco aveva salutato con una semplicità che Tommaso aveva apprezzato. "Ammazza, sei simpatico," aveva detto. E poi se n'era andato verso il suo gruppo senza aspettare risposta, come se il pomeriggio fosse stato un capitolo chiuso nel modo giusto. Nessun numero di telefono, nessuna promessa. Come avrebbe fatto Riccardo, capire quando il momento è finito senza che nessuno debba decretarlo.

Tommaso aveva rimesso le cose in borsa con calma. Le scarpe per ultime. Il treno per Ostiense partiva alle 17:04. Camminando verso il sentiero aveva incrociato di nuovo l'uomo con i capelli grigi, che adesso leggeva con gli occhiali sul naso. Aveva alzato gli occhi, aveva annuito. Questa volta Tommaso aveva tenuto lo sguardo un secondo di più del solito, poi si era girato verso la pineta e il sentiero.

In tasca, il telefono spento da cinque ore. A Milano lo avrebbe riacceso. Per adesso aveva ancora un'ora di silenzio, il bus, poi il regionale, poi Roma Termini con tutta la sua confusione. Ma quello era dopo. Adesso c'era solo il sentiero tra i pini e la sensazione precisa di aver verificato qualcosa che aveva bisogno di essere verificato: che il corpo sa come essere corpo, anche quando si passa troppo tempo a trattarlo come un'ipotesi di lavoro.