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Terme gay Tuscia, sorgente Bulicame Viterbo in ottobre

Terme gay Tuscia: Tommaso al Bulicame in ottobre

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C'è un posto in Tuscia dove l'acqua bolle dal fondo della terra e sale a trentasette gradi verso il cielo. Le terme gay di Viterbo, quelle vere, quelle libere, non hanno reception né armadietti: hai solo il Bulicame, le pozze di zolfo color crema, e il silenzio di ottobre che ha mandato via i turisti. Tommaso ci era arrivato in treno da Milano con uno zaino e nessun piano. Ventisette ore di dottorato la settimana prima, un supervisore che rimandava tutto, e l'unica cosa sensata che aveva trovato era questa: sparire per un weekend.

Il Bulicame in ottobre: campo aperto quando i turisti spariscono

L'arrivo a Viterbo

Dal Frecciarossa Milano Centrale aveva preso il regionale da Orvieto. Quaranta minuti di paesaggio piatto, ulivi storti, qualche campo di stoppie bruciate. Era arrivato alla stazione di Viterbo Porta Fiorentina alle sedici e un quarto con le gambe indolenzite e la testa ancora piena di modelli di regressione spaziale che non tornavano.

Il Bulicame è a dieci minuti a piedi dalla stazione, lungo via Cassia. Una strada normale, senza segnali particolari, con un parcheggio di ghiaia e qualche camper solitario. Non ti aspetti granché. Poi curvi l'angolo e c'è questa vasca ovale di acqua bianco-grigia, fumante, larga quanto un campo da tennis, e intorno gente con asciugamani macchiati di zolfo che parla sottovoce come in una biblioteca.

La temperatura dell'acqua oscilla tra i 33 e i 37 gradi a seconda del punto: vicino alla sorgente centrale è più alta, sui bordi si raffredda. In ottobre, con l'aria intorno ai diciassette gradi, quella differenza tra il dentro e il fuori è tutto. Ci entri per scaldarti e ti rendi conto che non era solo il corpo ad avere freddo.

Tommaso aveva lasciato le scarpe sulle rocce di travertino, si era tolto i pantaloni sopra il costume, e era entrato lentamente, un piede alla volta, finché l'acqua sulfurea non gli era arrivata alla vita. Qualcosa si era allentato nel petto, come quando si scioglie un nodo che stavi tenendo stretto senza accorgertene.

Intorno a lui: una coppia di anziani che parlava di prezzi di verdure al mercato di Viterbo, due ragazze con un cane che si muoveva nell'acqua senza che nessuno protestasse, e qualche uomo da solo, distribuiti ai margini con quella specifica forma di solitudine delle persone che stanno bene così.

Tommaso aveva chiuso gli occhi.

Niccolò: le mani e il modo di stare

L'incontro nell'acqua calda

Aveva tenuto gli occhi chiusi forse quindici minuti quando aveva sentito qualcuno mettersi a un metro da lui, abbastanza vicino da essere nella zona più calda vicino alla sorgente, abbastanza lontano da non disturbare.

Aveva aperto gli occhi. L'altro stava guardando il bordo lontano della vasca con l'aria di chi non ha nessuna fretta di tornare da nessuna parte.

Trent'anni, forse qualcuno in più. Ceramista, avrebbe scoperto dopo: le mani larghe con le nocche segnate, un callo sul pollice sinistro che non derivava dalla tastiera, abbronzatura irregolare come di chi lavora in parte all'interno e in parte fuori. Capelli corti con qualche grigio prematuro alle tempie, un naso storto verso sinistra, una cicatrice sottile sotto il mento.

Si chiamava Niccolò. Era di Viterbo, aveva trascorso tre anni in Toscana a imparare la cottura raku e poi era tornato perché sua madre era malata e la città piccola aveva i suoi vantaggi quando devi essere presente.

«Spesso i dottorandi vengono qui a fine ottobre,» aveva detto a un certo punto, senza voltarsi. «Quando i corsi riprendono e i supervisori diventano impossibili.»

Tommaso aveva riso, un riso vero, il primo da giorni. «Si vede così tanto?»

«Lo zaino da tre giorni e la faccia da chi non ha dormito bene.» Niccolò aveva indicato l'acqua con un movimento della testa. «E sei entrato troppo lentamente per essere uno abituato. Chi ci viene spesso entra di colpo, perché sa che fa meno male essere diretti.»

Era la cosa strana di Niccolò: non chiedeva, descriveva. Come se il parlare fosse già abbastanza, senza aspettarsi risposta. Tommaso aveva trovato quella cosa più riposante di qualsiasi silenzio.

Avevano parlato ancora un po': del dottorato (sistemi di trasporto e accessibilità urbana, Bovisa), delle terme, di Viterbo in ottobre quando tornano i residenti. Quando erano usciti, il sole stava scendendo verso i campi oltre la Cassia e l'aria fredda aveva reso la pelle sensibile ovunque.

Niccolò aveva detto: «Ho lo studio a cinque minuti. Se vuoi aspettare lì mentre si asciugano le cose.»

Tommaso aveva capito cosa significava quella frase e aveva detto di sì senza esitare.

Lo studio, la stufa a pellet e il resto

Quello che è successo dopo

Lo studio era un magazzino riconvertito in via della Grotticella, scaffalature a vista, due forni da ceramica accostati alla parete nord spenti e freddi, un tavolo di lavoro lungo tre metri con tre pezzi a metà lavorazione coperti di plastica. Il pavimento di cemento grezzo aveva macchie di argilla in ogni tonalità di grigio e di rosso. Odore di minerale e di legno secco.

Niccolò aveva acceso la stufa a pellet nell'angolo, aveva preso due asciugamani puliti da uno scaffale, ne aveva teso uno a Tommaso senza fare domande. Poi aveva fatto due caffè con la moka in una nicchia cucina dietro un muro basso.

Avevano bevuto in piedi, appoggiati al tavolo di lavoro, a mezzo metro di distanza. La stufa cominciava a scaldare l'aria, e l'odore di zolfo sulla pelle si mescolava alla terracotta secca e al caffè.

Poi Niccolò aveva posato la tazza, si era girato verso Tommaso, e aveva chiesto: «Posso?»

Una parola sola, guardandolo negli occhi. Tommaso aveva annuito.

Aveva le mani più calde di quanto Tommaso avesse immaginato. Erano partite dai fianchi, dall'esterno della felpa, e poi erano scivolate sotto, risalendo la schiena con una pressione ferma e precisa. Tommaso si era mosso verso di lui istintivamente, con una fisicità che non aveva avuto da mesi, da prima del secondo anno di dottorato.

Si erano spostati verso il divano di pelle consumata che Niccolò teneva sotto la finestra alta. Si erano tolti le felpe, Niccolò con la t-shirt che rivelava le spalle larghe di chi lavora con le mani tutto il giorno. Tommaso aveva passato le dita sull'avambraccio di Niccolò, sulla cicatrice da ustione sulla spalla destra, vecchia di anni.

«Ci sei?» aveva chiesto Niccolò, fermandosi.

«Sì,» aveva risposto Tommaso. «Decisamente sì.»

Quello che era seguito aveva avuto la qualità delle cose non pianificate: Niccolò che guidava con le mani e aspettava la risposta di Tommaso prima di procedere, la comunicazione silenziosa di quando due persone trovano il ritmo giusto senza istruzioni. Il preservativo che Niccolò aveva preso dal cassetto senza cerimonie, come si prendono le chiavi. Il calore della stufa che cresceva, l'odore di zolfo mischiato all'argilla. Niccolò sapeva cosa faceva e non aveva fretta, e Tommaso aveva scoperto che quella combinazione, lentezza e competenza, era esattamente quello di cui aveva bisogno senza saperlo.

Era andata avanti con un ritmo che diventava urgente quando Tommaso smetteva di pensare. Niccolò si muoveva con attenzione, chiedendo con gesti, e quando il climax era arrivato Tommaso si era aggrappato alle spalle larghe con le dita come se il pavimento avesse smesso di essere solido.

Niccolò era arrivato un momento dopo, con un suono basso e controllato. Le mani piatte sul divano ai lati di Tommaso.

Erano rimasti fermi per un po'. Il suono della stufa. La luce che calava fuori dalla finestra alta. L'aria che si era mischiata.

Il treno delle venti e l'acqua che resta

La partenza da Viterbo

Erano rimasti un'altra ora nello studio, a parlare poco e a guardare fuori dalla finestra il cielo di Viterbo che diventava arancione. Niccolò aveva fatto altri due caffè. Tommaso aveva chiesto di uno dei pezzi in lavorazione sul tavolo, una ciotola a metà levigatura, e Niccolò gliela aveva descritta senza alzarsi dal divano, a parole, come si descrive una cosa che si conosce bene.

Quando Tommaso aveva detto che aveva il treno, Niccolò aveva annuito come se l'avesse già saputo. Lo aveva accompagnato alla porta, gli aveva stretto la mano con la fermezza di un accordo formale tra adulti, e poi aveva detto: «Buona fortuna con il supervisore.»

Tommaso aveva camminato verso la stazione con le scarpe che scrocchiavano sulla ghiaia di via Cassia e l'aria di Viterbo che sapeva ancora di zolfo e di ottobre. Aveva pensato alle pozze del Bulicame, alle mani di Niccolò, al modo in cui era stato possibile dire di sì a una parola sola. Non era una cosa che succedeva spesso.

Sul regionale per Orvieto, con il paesaggio che diventava buio fuori dal finestrino, aveva aperto il laptop e guardato per tre secondi i grafici di regressione. Poi lo aveva richiuso.

Quella sera, per la saga del dottorando era iniziato qualcosa che assomigliava a una virata: non una risposta, non una svolta drammatica, ma la sensazione precisa di stare tornando verso qualcosa di riconoscibile. Come quando sei nell'acqua calda del Bulicame e capisci che il freddo fuori, per un po', non ti appartiene.

Era abbastanza.