
Sauna gay Napoli: la trasferta di ottobre di Tommaso
Le saune gay a Napoli non le trovi su TripAdvisor. Le cerchi su un forum, su una pagina aggiornata male, oppure le chiedi a qualcuno di cui ti fidi. Tommaso le aveva cercate sul telefono tre settimane prima della trasferta, tra una sezione di bibliografia e una di grafici, con la cautela di chi sa già cosa vuole ma fa finta di stare ancora decidendo. La conferenza era una ragione legittima per stare fuori tre giorni con rimborso spese. Quello che il dipartimento non sapeva è che il secondo giorno Tommaso aveva un programma tutto suo.
Il convegno, le slide e il pranzo con il professore di Torino
Il treno delle 7:14 da Centrale
Il treno era partito alle 7:14 da Milano Centrale. Tommaso aveva dormito per i primi novanta minuti con la testa appoggiata al finestrino, poi si era svegliato da solo prima di Roma e aveva riletto le slide per l'ultima volta senza trovare niente da correggere. Le sapeva a memoria. Le aveva riviste il martedì con la supervisora, il giovedì con il co-relatore, il venerdì sera da solo in cucina mentre il coinquilino dormiva già. Arrivare preparati era l'unica forma di controllo che conosceva bene.
Napoli Centrale alle undici e venti era piena di gente con le valigie che si muoveva in direzioni diverse con un'urgenza che sembrava preordinata. Tommaso aveva preso la metropolitana fino a Toledo, poi un taxi perché aveva la borsa con il laptop e non aveva voglia di sbagliare fermata. L'hotel era in Corso Vittorio Emanuele, con la vista sul golfo e una reception che sembrava degli anni Novanta ma aveva il Wi-Fi veloce. La stanza era piccola, con il condizionatore che faceva rumore di notte e un letto matrimoniale usato da lui solo.
Il secondo giorno: i dati, la sala e la libertà del pomeriggio
La presentazione era andata meglio del previsto. Non perché i dati fossero particolarmente nuovi, ma perché Tommaso aveva imparato, nell'ultimo anno, a stare in silenzio qualche secondo prima di rispondere alle domande dalla platea. Un silenzio che diceva: sto pensando, non sto cercando. Era una differenza che sentiva fisicamente, nel torace, ogni volta che funzionava.
Il pranzo era durato due ore e mezza. Il professore di Torino, che si chiamava Montaldo e aveva una giacca di velluto verde, gli aveva chiesto della tesi con una curiosità che sembrava sincera. Tommaso aveva risposto, aveva finito il caffè, aveva sorriso alle cose giuste e aveva scambiato i contatti con due ricercatori di Bari che lavoravano su tematiche adiacenti. Alle tre del pomeriggio era libero e lo sapeva da settimane.
Chiaia nel pomeriggio e quello che si cerca davvero
Il lungomare e la decisione già presa
Camminare a Napoli non è come camminare a Milano. A Milano cammini dritto perché sai dove stai andando. A Napoli cammini e la città ti devia senza chiederlo, ti porta in vicoli che non hai cercato, ti fa voltare su un rumore, ti ferma davanti a una porta aperta da cui escono voci e odore di fritto. Tommaso aveva raggiunto Via Caracciolo in meno di venti minuti e aveva fatto il tratto lungomare due volte avanti e indietro, guardando il golfo con quella sensazione che hanno certi posti quando li vedi per la prima volta e sembrano già un ricordo.
La sauna gay a Napoli che aveva trovato online stava nel centro storico, vicino ai Quartieri Spagnoli. Il sito era sobrio, l'orario era dalle cinque del pomeriggio, il prezzo nella media. Aveva il nome del posto salvato nelle note del telefono da tre settimane. Aveva già deciso. Non lo aveva ancora detto a nessuno perché non c'era nessuno da dirlo, e questa era una delle cose che stava imparando: che alcune decisioni non hanno bisogno di un interlocutore per essere reali.
Aveva pensato a quella mattina a Viterbo, un anno prima, quando aveva passato tre ore nelle terme senza parlare con nessuno e poi era tornato all'auto convinto che qualcosa si fosse aperto, anche se non sapeva ancora cosa. Napoli gli dava la stessa sensazione in anticipo.
La sauna gay a Napoli: l'ingresso, il vapore, la prima mezz'ora
Cinque e venti, secondo piano
Il portone era come tutti i portoni dei palazzi storici napoletani: pesante, con un citofonico a due tasti senza nome. Tommaso aveva suonato, aveva sentito lo scatto, era entrato. Le scale erano ripide, illuminate da lampade da incasso che davano una luce arancione bassa. Al secondo piano c'era una porta con una piccola targa nera, sobria, senza decorazioni. Dentro l'aria era densa, condizionata ma calda, con un odore di eucalipto che si mescolava al vapore.
L'accoglienza era stata rapida e senza cerimonie. Una tessera, un asciugamano bianco, l'armadietto undici. Il corridoio principale aveva le piastrelle bianche lucide e portava alla sauna secca, al bagno turco, a una stanza relax con poltrone di vinile grigio. Tommaso aveva fatto il giro una volta senza fermarsi, osservando con quella concentrazione che usa quando entra in un posto nuovo e deve capire le regole non scritte prima di fare qualsiasi cosa.
Nel bagno turco
Si era fermato nel bagno turco per quasi venti minuti. C'erano altri due uomini quando era entrato. Il vapore era denso, la visibilità bassa, il caldo del tipo che rende difficile pensare a qualcosa di complicato. Tommaso si era seduto sul gradone più alto e aveva lasciato che i muscoli si allentassero uno per uno, a partire dalle spalle. Per la prima volta in tre giorni non stava pensando alla conferenza né alla tesi né alla riunione di dipartimento della settimana successiva.
L'uomo accanto a lui si era spostato sul gradone più vicino dopo qualche minuto. Aveva detto qualcosa che Tommaso non aveva capito subito, poi aveva ripetuto piano: «Stai bene?» Tommaso aveva detto di sì. Si chiamava Simone, ventinove anni, faceva il geometra, veniva lì ogni due settimane. Aveva aggiunto, senza premessa: «Se vuoi, c'è una stanza libera in fondo.»
Una stanza in fondo al corridoio
La domanda e la risposta
La stanza era piccola, con un lettino rivestito di carta, una luce rossa da una lampadina bassa, la porta che si chiudeva senza chiave ma si intuiva lo stesso. Simone aveva aspettato. Non aveva fretta. Aveva detto, direttamente: «Posso avvicinarmi?» Tommaso aveva detto sì. Lo aveva detto con la voce, non solo con il corpo, e quella distinzione gli sembrava ancora importante, come lo era stata le prime volte e come continuava a esserlo adesso che non era più la prima.
Quello che era successo dopo aveva quella qualità specifica degli incontri in cui nessuno dei due sta fingendo niente. Simone era presente in un modo fisico e diretto, senza eccessi. Tommaso aveva capito a un certo punto di aver smesso di pensare a come appariva dall'esterno. Quando era successa l'ultima volta, si era chiesto. Forse non lo ricordava perché non era davvero successo, o perché stava iniziando a essere abbastanza normale da non segnarselo.
L'uscita e il ritorno alla città
Erano usciti insieme dalla stanza. Simone gli aveva dato il suo contatto senza aspettarsi niente in cambio, lo si capiva dal modo in cui lo aveva fatto, senza enfasi, come si scambiano le chiavi di un posto che si è condiviso. Tommaso lo aveva salvato. In sala relax avevano bevuto un bicchiere d'acqua in silenzio. Poi Tommaso era uscito.
Fuori era già buio. I Quartieri Spagnoli di sera erano diversi dal pomeriggio: più vivi, con la gente seduta fuori ai bar e i motorini parcheggiati in doppia fila. Aveva camminato fino a trovare un taxi. Nel tragitto aveva guardato fuori dal finestrino: i palazzi gialli, le insegne luminose, il golfo che si intuiva in lontananza.
Il treno di ritorno e quello che si porta a casa
Bologna, Milano e qualcosa che si è spostato
Il convegno finiva il giorno dopo. C'era una sessione di chiusura, una tavola rotonda su metodologie di modellazione, il pranzo di congedo in un ristorante di Posillipo con la vista. Tommaso aveva partecipato a tutto. Aveva risposto alle domande. Aveva fatto il suo lavoro bene, com'era abituato a fare, con quella presenza ordinata che chi lo conosceva poco scambiava per distacco e chi lo conosceva bene sapeva essere il contrario.
Sul treno del ritorno, seduto vicino al finestrino con la Calabria che scorreva fuori, aveva aperto il quaderno dove prendeva appunti a mano per le cose che non voleva perdere. Non ci aveva scritto niente di preciso. Aveva scritto solo una riga: «Napoli, ottobre. Qualcosa si è spostato.»
Non sapeva ancora cosa, esattamente. Lo sapeva già, in realtà, ma c'era ancora quella parte di lui che preferiva aspettare di essere sicuro prima di dargli un nome. Era lo stesso meccanismo che aveva usato per anni. La differenza era che adesso lo riconosceva. Riconoscerlo era già un passo fuori da esso.
Aveva riletto la riga due volte, aveva chiuso il quaderno, aveva guardato fuori. Sul vetro c'era il riflesso della sua faccia. La guardava come si guarda qualcosa di familiare che sta diventando, finalmente, leggibile.
In tasca, il contatto di Simone. Non lo avrebbe scritto subito, probabilmente. Ma non lo aveva già cancellato. Alle terme del Bulicame aveva capito che certi posti cambiano qualcosa nel modo in cui ti leggi dall'interno. Napoli era il punto successivo della stessa linea.





