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Racconti gay tutor: l'ufficio del prof. Mancini al Politecnico di Milano

Racconti gay tutor: Riccardo e il ricevimento con Mancini

| Coming out

I racconti gay tutor che restano non iniziano con un'avance. Iniziano con una conversazione che dura troppo, con un silenzio che nessuno dei due rompe per primo, con la sensazione di aver detto qualcosa di vero senza averlo pianificato. Riccardo, ventitré anni, quarto anno di ingegneria informatica al Politecnico di Milano, capisce tutto questo un lunedì di settembre, mentre aspetta seduto su una sedia di plastica fuori dalla porta del prof. Mancini. Non sa ancora cosa troverà dentro. Non sa ancora che uscirà da quel ricevimento con qualcosa che non riesce a nominare.

I. La scelta del tutor. Quando il nome non è casuale

Il momento della decisione

Riccardo ha guardato la lista dei docenti disponibili per la tesi triennale almeno una dozzina di volte nell'arco di due settimane. Il corso è un doppio percorso: informatica e matematica applicata. I candidati al ruolo di tutor sono sei. Quattro li esclude subito, troppo distanti dal suo piano di lavoro, troppo prevedibili. Ne restano due: la prof.ssa Ferretti, esperta di sistemi distribuiti, brava, precisa, irraggiungibile. E il prof. Mancini.

Andrea Mancini, quarant'anni, ricercatore di livello A. Ha pubblicato su reti neurali sparse e teoria dell'informazione. Riccardo ha letto due suoi paper, non per sceglierlo, almeno così si dice, ma perché erano citati in un corso del terzo anno. Sa che Mancini ha un gruppo di sette dottorandi e che riceve il lunedì pomeriggio, dalle quindici alle diciassette, terzo piano del dipartimento di informatica.

Fissa il lunedì. Non invia una mail. Si presenta.

II. Il ricevimento. Terzo piano, stanza 3.12

La conversazione tecnica

La stanza di Mancini è piccola. Una scrivania con tre monitor, due sedie per gli studenti, una finestra che dà sul cortile interno dove crescono tre platani. Quando Riccardo entra, Mancini sta chiudendo una finestra del browser. Si gira. Ha la giacca su una sedia, le maniche della camicia arrotolate fino al gomito. Hai un appuntamento? No, risponde Riccardo. Sono passato sperando di trovarti.

Mancini lo guarda un secondo più a lungo del necessario. Siediti.

La conversazione inizia come previsto: tesi triennale, area tematica, tempi. Riccardo presenta il suo piano, compressione di grafi, applicazioni alle reti biologiche. Mancini ascolta senza interrompere, poi fa tre domande tecniche precise. Riccardo risponde a tutte e tre. Non perfettamente, ma con la struttura giusta. Mancini annuisce.

Il punto di svolta

Alle sedici e un quarto, Riccardo pensa che il ricevimento stia per chiudersi. Mancini ha già detto che può seguirlo, che il tema è interessante, che ci sono slot disponibili per l'inizio di ottobre. Ma non si alza. Invece chiede: Come mai hai scelto i grafi biologici? È un'area di nicchia per uno studente triennale.

Riccardo ci pensa un momento. Poi risponde con più sincerità di quanto intendesse: ha visto un documentario sulle reti neurali artificiali, a diciott'anni, e non gli è sembrato un documentario su macchine. Gli è sembrato un documentario sulla struttura delle relazioni umane. Come le cose si connettono. Come la connessione genera senso.

Mancini lo guarda. È una risposta insolita per una tesi di ingegneria.

Lo so.

III. Il climax. Quando la conversazione cambia direzione

La domanda che non era prevista

Quello che succede dopo non è riproducibile in un organigramma. La conversazione scivola. Non in modo brusco, non c'è un momento preciso in cui si può dire che il ricevimento formale finisce e inizia qualcosa d'altro. Ma Mancini chiede dove Riccardo abita, e lui risponde Bovisa, con due coinquilini. Mancini dice che conosce quella zona, che ci ha vissuto durante il dottorato. Ci fu un inverno difficile, dice, senza specificare in che senso difficile.

Riccardo non chiede. Ma rimane lì.

Parlano di Milano, di come la città cambia a seconda del posto in cui sei. Mancini racconta di una libreria in via Tadino che ha chiuso due anni fa, vendeva solo matematica e filosofia della scienza, gestita da un vecchio con gli occhiali tondi. Riccardo la conosce, o meglio: conosce il posto dove c'era. Adesso è un negozio di scarpe da corsa.

È strano come le cose scompaiono senza lasciare traccia, dice Mancini. Non come una lamentela. Come una constatazione.

A volte lasciano traccia nelle persone che le conoscevano, risponde Riccardo.

Mancini lo guarda di nuovo. Questa volta è diverso. Non è il modo in cui un professore guarda uno studente promettente. È qualcosa di più laterale, di più privato. Come se stesse valutando qualcosa che non riguarda la tesi.

Riccardo non abbassa lo sguardo.

IV. La discesa. Il congedo

Uscire dalla stanza

Alle diciassette e venti, Mancini dice che deve preparare una lezione per il giorno dopo. Riccardo si alza. Raccoglie lo zaino con movimenti che sono più lenti del solito. Sa di farlo. Non sa perché.

Mancini gli porge una cartella con due pdf, articoli di base per orientarsi sul tema. Prima di scegliere l'angolo della tesi, leggiti questi, dice. Le loro mani si sfiorano nel passaggio. Un secondo, forse meno. Riccardo non riesce a dire se è stato casuale.

Sulla soglia, Mancini aggiunge: Se hai domande, torna. Non serve appuntamento il lunedì pomeriggio.

Riccardo annuisce. Grazie.

Poi scende le scale invece di prendere l'ascensore, anche se l'ascensore è più veloce. Ha bisogno di qualcosa che gli costi un minimo di fatica, anche solo fisica.

Nel corridoio del terzo piano, mentre passa davanti alla stanza 3.12, pensa all'inizio di questo quarto anno, quando è entrato in un'aula il primo giorno e si è seduto accanto a Filippo, e aveva pensato che sarebbe stato un anno normale. Normale non è la parola giusta. Prevedibile, forse. Riccardo ha smesso di credere alla prevedibilità già da settembre.

V. Lo scioglimento. Sul marciapiede

Fuori dal dipartimento l'aria è ancora calda. Settembre a Milano ha quella qualità strana: il caldo non mollisce fino a sera, ma la luce cambia prima, si fa più obliqua, più arancione, e ogni cosa proietta un'ombra più lunga del previsto.

Riccardo apre lo zaino e ci mette dentro la cartella con i due pdf senza guardarli. Sa già che li leggerà stanotte, non perché deve, ma perché vuole capire su cosa lavora davvero Mancini. Non solo il tema della tesi. Mancini come persona, come modo di pensare, come presenza.

È una cosa strana da pensare di un professore, si dice.

Poi si dice che forse non è così strana.

Prende la bici. Bovisa è a quindici minuti. Per i primi cinque non pensa a niente, lascia che il vento si prenda tutto. Poi inizia a rivedere la conversazione dall'inizio, cercando i punti precisi in cui qualcosa si è spostato. Li trova. Sono tre. Uno è la domanda sui grafi biologici. Uno è la libreria di via Tadino. Uno è quello sguardo sulla soglia, quando ha detto torna, il lunedì pomeriggio.

Riccardo pedala più veloce.

Non sa come andrà. Sa che tornerà il lunedì successivo. Sa che quando arriva a Bovisa e appoggia la bici contro il muro di casa, ha ancora addosso qualcosa che assomiglia a elettricità statica, una sensazione di carica non scaricata, di qualcosa che è iniziato e non ha ancora trovato la sua forma.

È la stessa sensazione che ha descritto nel diario a diciott'anni, la prima volta che ha capito di essere gay. Non uguale. Ma della stessa famiglia.

Entra in casa. Mattia sta cucinando. Come è andata? chiede senza girarsi.

Bene, dice Riccardo. Ho trovato il tutor.

Non aggiunge altro. Lascia lo zaino in camera, si siede sul letto, e apre il primo pdf. La prima riga dice: Sparse neural networks and the topology of information flow. Autore: Andrea Mancini, 2021.

Riccardo legge fino all'una di notte.