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Racconti gay confessione Davide Tommaso Milano

Racconti gay confessione: Davide e Tommaso a Milano

| Coming out

I racconti gay confessione che ti aspetti sono quelli di notte, al buio, con qualcuno che non conosci abbastanza. Questo non è così. Questo è un sabato sera di settembre nel salotto di un amico di dieci anni, le luci basse, il finestrino che dà sul cortile interno, e Tommaso che mi chiede se voglio dell'altro tè. Ho ventiquattro anni, sono a Milano da dodici ore, e sto per dire ad alta voce, per la prima volta nella mia vita, che sono gay. Non a un estraneo, non a uno schermo. A lui. Al ragazzo con cui ho condiviso il banco di chimica al liceo, le birre dell'università, i silenzi telefonici delle partenze.

Il viaggio da Roma a Milano come scusa

L'invito che non era solo un invito

Tommaso mi aveva scritto il lunedì prima. Sei libero questo weekend? Ho un divano libero e troppo caffè. Ufficialmente: una visita. Ci vedevamo due volte l'anno, tre quando andava bene. Lui faceva il dottorato in ingegneria dei materiali al Politecnico, io studiavo giurisprudenza a Roma e cercavo di non pensare a certe cose.

Il Frecciarossa delle 08:15 da Termini a Centrale impiega meno di tre ore. Ne avevo comprate centinaia di kilometri di silenzio, durante le quali avevo deciso tre volte di mandargli un messaggio e tre volte avevo bloccato il telefono. Non sapevo ancora cosa stessi portando con me. Lo capii sul marciapiede della stazione, con la borsa in spalla, a respirare odore di treno e diesel.

Portavo una cosa da dire.

Non era una cosa che avevo pianificato. O forse sì, in quel modo in cui pianifichi senza ammetterlo, lasciando spazio vuoto nel weekend, non fissando impegni per la domenica mattina, come se una parte di te sapesse già che ci sarebbe voluto tempo. Il treno aveva superato Firenze e io fissavo i campi bianchi di nebbiolina e pensavo a tutte le versioni di quella conversazione che non avevo mai avuto con nessuno. Né con mia madre, né con il mio coinquilino, né con il mio migliore amico di infanzia che si era sposato a maggio e mi aveva fatto il padrino di nozze senza chiedermi nulla di me.

Con Tommaso era diverso. Con Tommaso c'era sempre stato qualcosa di diverso, qualcosa che stava sotto le birre e le partite e i silenzi telefonici, qualcosa di non detto che non era imbarazzo ma somigliava a una promessa. Non sapevo bene di cosa. Quel venerdì mattina sul Frecciarossa, per la prima volta, cominciavo a capirlo.

Il salotto di Tommaso e la conversazione che cominciava senza iniziare

L'appartamento di via Macedonio Melloni

L'appartamento era al terzo piano di un palazzo di fine Ottocento in via Macedonio Melloni, zona Porta Venezia. Travi a vista, parquet che scricchiolava, una cucina così piccola che il frigo toccava il muro opposto. Tommaso aveva la caratteristica di rendere ogni spazio ordinato in modo quasi ossessivo: libri tutti in piedi per altezza, tazze impilate per dimensione, tre paia di scarpe allineate vicino alla porta.

Aveva ventisette anni, ventisei ancora per qualche mese. Occhi castani con una riga verde che si vedeva solo se ti ci avvicinavi. Mani da muratore che non aveva mai fatto lavori manuali. Era il tipo di persona che rideva sempre un secondo dopo gli altri, come se volesse assicurarsi che la battuta valesse davvero.

Avevamo mangiato un'amatriciana che aveva cucinato lui, con la pasta al dente per davvero, e poi eravamo rimasti seduti sul divano con le birre. Fuori era settembre ma ci si aspettava ancora estate. Dalla finestra entrava aria ferma di cortile.

La serata era scivolata come scivolano le serate con le persone che conosci bene: senza fretta, senza punti di arrivo, con quella qualità del tempo che ha solo chi non deve dimostrarsi niente. Avevamo parlato del suo dottorato, di un professore che aveva la caratteristica di fare domande e rispondersi da solo, di quanto Milano ti stressi senza che tu te ne accorga finché non torni a Roma per un weekend e realizzi di aver respirato piano per tre mesi. Avevamo parlato di mia sorella, del suo fidanzato che non mi era mai piaciuto, di come certi silenzi in famiglia diventino architetture portanti che nessuno vuole toccare perché non sai cosa crolla con loro.

Non avevamo parlato dell'unica cosa importante.

Eppure era lì, nel centro della stanza, tra le birre e il bordo del divano. La sentivo come si sente il calore di qualcosa che brucia vicino, anche senza vederlo.

La confessione: la sera in cui abbiamo smesso di fare finta

Il momento in cui le parole sono diventate reali

Non so come ci siamo arrivati. Stavamo parlando di Milano, di quanto fosse diversa da Roma, del fatto che Tommaso non si sentiva ancora del tutto di casa. Poi aveva detto una cosa strana, nella sua voce quasi piatta di quando pensa davvero: «A volte ho la sensazione che le persone qui fingano di essere qualcuno che non sono ancora.»

Avevo aspettato. Lui aveva preso la birra, l'aveva tenuta tra le mani senza bere.

«Anch'io.» Gli avevo detto.

«Lo so.» Aveva risposto.

Non so quanto è durato il silenzio. Abbastanza da sentire il rumore dell'ascensore che saliva e si fermava al piano di sopra. Abbastanza da capire che quello era il momento. Non un momento migliore sarebbe arrivato, non con questa persona, non con questa chiarezza.

«Sono gay.» avevo detto. Le due parole più piccole del mondo.

Tommaso aveva annuito lentamente. Poi aveva detto: «Anch'io.»

Non c'era sorpresa, da parte sua. Non da parte mia. C'era qualcosa di più strano e più preciso: il riconoscimento. Come quando senti una canzone che conoscevi ma non ricordavi di conoscere, e non sai se sei contento o se ti viene da piangere, e alla fine è tutte e due le cose insieme.

Ci eravamo rimasti seduti ancora qualche minuto senza parlare. La lampada del salotto faceva un cono di luce caldo sul pavimento tra i nostri piedi. Dall'appartamento di sopra arrivava musica soffocata, qualcosa di brasiliano che nessuno dei due avrebbe saputo nominare. Poi Tommaso aveva alzato la sua birra verso di me, senza cerimonie, il gesto secco di chi propone un brindisi in cucina, e io avevo alzato la mia, e avevamo bevuto senza dire niente perché non c'era niente da dire che non fosse già stato detto.

La decisione presa insieme nel salotto buio

Feste di fine anno: Roma, insieme

Avevamo parlato ancora due ore, forse tre. Senza alzare le voci, senza drammi. Lui aveva raccontato di un tipo del Politecnico che non era stato un tipo qualsiasi. Io avevo parlato di Roberto, della libreria, di una sera di settembre che mi aveva lasciato qualcosa di difficile da nominare, come quella notte in libreria con Roberto da cui ero uscito diverso senza capire bene perché.

A un certo punto avevamo smesso di raccontare e avevamo cominciato a pianificare. Tommaso aveva detto, senza rendersi conto di quanto fosse enorme quello che stava dicendo: «Lo faccio anch'io. Prima di Natale. A Roma, con la mia famiglia.»

E io: «Anche io. Prima di Natale. A Roma.»

Insieme, ma separati. Non nello stesso momento, non nella stessa stanza. Però nella stessa finestra di tempo, nella stessa città, con la stessa paura di fondo e la stessa sensazione che il momento stesse finalmente arrivando.

Non avevamo firmato niente. Non ci serviva. C'eravamo detti quello che ci eravamo detti, e bastava.

Quello che non sapevo ancora, quella notte, era che il coraggio funziona così: non ti arriva tutto in una volta, non ti sveglia una mattina pronto, ti si accumula a strati, e a volte ci vuole qualcuno che te lo mostra nei suoi occhi perché tu riesca a trovarlo nei tuoi. Tommaso aveva fatto questo per me, quella sera, in via Macedonio Melloni, con la birra tra le mani e la voce piatta di chi non mente.

L'abbraccio lungo e il treno del mattino

Quello che rimane dopo una notte così

Quando ci eravamo alzati era quasi l'una. Lui aveva spento le luci della cucina, io avevo piegato la coperta sul divano. All'ingresso, mentre raccoglievo le scarpe, si era avvicinato e mi aveva abbracciato. Non il solito colpo veloce sulle spalle. Uno di quelli che durano, con la schiena che non si stacca e le mani che rimangono ferme.

Nessuno aveva detto niente per un po'.

Poi lui: «Grazie per essere venuto.»

E io, con la faccia ancora premuta sulla sua spalla: «Grazie per essere tu.»

La mattina dopo avevo preso il Freccia delle 9:15. Milano spariva nel finestrino, come sempre succede con le cose importanti: lentamente, poi all'improvviso. Guardavo i palazzi diventare campagna e pensavo che avevo ventiquattro anni, che erano passati sei anni da quando avevo cominciato a capire una cosa e continuato a non dirla, e che adesso l'avevo detta, e il mondo non era esploso, e il treno continuava ad andare.

Sapevo cosa mi aspettava a Roma. Non la data esatta, non il momento preciso, non le parole giuste, quelle non le sai mai fino a quando non le dici. Ma sapevo che avrebbe avuto un nome, e che quel nome esisteva già da prima, e che io ci sarei arrivato con qualcuno che capiva.

Come faceva Davide, nei racconti gay daddy con Sergio, c'era sempre stata una soglia tra il capire e il dire. Quella notte a Milano avevo attraversato la seconda. E per la prima volta in sei anni, non avevo più paura di ciò che c'era dall'altra parte.