
Racconti gay coming out: la telefonata con Tommaso
I racconti gay coming out che non ho mai scritto sono quelli silenziosi. Quelli che succedono a voce, tardi, quando l'altro non può vedere la tua faccia e tu non devi controllare la tua.
Quella sera di settembre ero seduto sul pavimento del corridoio, la schiena contro il muro bianco dell'appartamento vicino a San Giovanni, con il telefono in mano da venti minuti prima di premere il tasto verde. Il numero era quello di Tommaso. Non avevo ancora deciso cosa avrei detto. Avevo deciso solo che dovevo dirlo.
La sera di settembre
Roma a settembre ha qualcosa di stranamente sospeso. L'estate non è finita del tutto, ma il calore ha perso quella qualità opprimente di luglio e agosto e diventa quasi piacevole la sera, quando dal finestrone del corridoio entra un'aria che sa di asfalto raffreddato e basilico dai vasi del balcone di fronte.
La magistrale era ricominciata due settimane prima. Sociologia della comunicazione il lunedì pomeriggio, metodologia qualitativa il mercoledì mattina, e un seminario facoltativo sulla teoria degli script sociali che frequentavo perché la professoressa era brava e perché mi aiutava a non pensare ad altro. Avevo ventidue anni quando avevo cominciato a costruire la mia vita in quel modo, riempiendo gli spazi vuoti con la roba giusta, con le cose che sembravano sensate dall'esterno. A ventiquattro lo facevo ancora, ma con meno convinzione e più consapevolezza di quello che stavo evitando.
Quel pomeriggio avevo riletto tre volte le stesse venti pagine di Goffman senza che ne restasse niente. A un certo punto avevo smesso, avevo lasciato il libro aperto sul letto sfatto, e me ne ero andato in corridoio col telefono in mano come se quello fosse il posto più neutro di tutto l'appartamento.
Come aveva conosciuto Tommaso
Lo avevo incontrato due anni prima a un aperitivo da Marco Spinelli, che era amico di un amico di un professore e viveva in un loft a Pigneto con tre gatti e troppi libri sul pavimento. Tommaso era arrivato per ultimo, con una giacca di velluto blu scuro e un modo di guardarsi intorno che non era timidezza ma attenzione concentrata, quella presenza che hanno le persone che ascoltano davvero prima di parlare.
Avevo passato tutta la sera a tenerlo d'occhio di nascosto, nel modo in cui pensavo di aver smesso di fare da quando avevo diciannove anni e avevo finalmente capito cosa significavano certe cose su di me. Non avevo smesso affatto.
Adesso lui era a Milano per il dottorato in linguistica, io ero a Roma per la magistrale, e ci vedevamo ogni due mesi circa quando lui scendeva. Nel mezzo ci sentivamo spesso, via messaggi o chiamate tardi la sera. Non ci eravamo mai dati un nome, né a quello che eravamo, né a quello di cui non parlavamo.
La telefonata
Il telefono suonò tre volte. Poi la voce di Tommaso: «Ciao. Pensavo fossi tu.»
«Perché?»
«Perché ero lì lì per scriverti.»
Quella coincidenza capitava spesso con lui. Non era telepatia, era che avevamo ritmi simili, stanchezze simili, quel tipo di ansia serale che spinge a cercare qualcuno che capisca senza dover ripartire dall'inizio ogni volta, senza dover spiegare il contesto e il retroscena e tutto quello che viene prima.
Gli dissi subito, prima di perdermi nei giri: «Sto pensando di farlo. Entro fine anno.»
Silenzio di due secondi. Poi: «Ai tuoi?»
«Sì.»
Un'altra pausa. Sentivo il rumore di fondo di Milano, o forse era la sua cucina, qualcosa sul fuoco. Poi: «Anch'io.»
Ci fu un momento, dopo che lui aveva detto anch'io, in cui nessuno dei due parlò per quasi un minuto intero. Stavo fissando il muro del corridoio, il cerchio di luce del lampione che filtrava dal finestrone, e pensavo a quante volte avevamo girato intorno a questa cosa senza nominarla. Anni di conversazioni precise su tutto il resto, e questo sempre ai margini, come un argomento che non aveva ancora trovato il suo posto nella nostra lingua condivisa.
Quello che non ci eravamo mai detti
Lui aveva trent'anni. Io ventiquattro. Eravamo stati insieme, in modo irregolare e mai dichiarato, per quasi due anni. Avevamo dormito nello stesso letto abbastanza volte da sapere come dorme l'altro, da conoscere le sue abitudini notturne e il peso del suo braccio sulla spalla, eppure non avevamo mai parlato di questo con nessuno che ci volesse davvero bene.
«Come ci stai arrivando?» gli chiesi.
«Stanco», disse. «Non di essere gay. Di fare finta di non esserlo con loro.»
Lo capivo. Mia madre era una donna pragmatica, una ragioniera del Comune di Latina che leggeva i giornali al mattino e non amava le sorprese. Mio padre era più difficile da leggere: andava in palestra, tirava avanti al lavoro, non chiedeva mai troppo. Non sapevo ancora se questo fosse il peggiore o il migliore degli scenari possibili.
«Hai paura?» mi chiese lui.
«Sì.»
«Bene», disse Tommaso. «Vuol dire che ti importa ancora di loro.»
Avevo pensato spesso, quell'estate, a una frase che mi aveva fatto un'altra sera, mesi prima: il problema non è essere gay, il problema è non riuscire a essere quella persona lì con le persone che ami. Me la ero tenuta come ci si tiene qualcosa che si sa che tornerà utile.
Il flashback arrivò senza che lo cercassi, come spesso capita quando si è soli in un corridoio con pochi posti dove andare con la mente. Una domenica di dicembre di due anni prima, il suo appartamento di via Lario ancora mezzo vuoto di scatoloni non disfatti, la luce bassa, il suo respiro contro il mio collo e il calore delle coperte, e quella sensazione precisa di stare bene esattamente lì, nel posto giusto con la persona giusta, e non poterlo dire a nessuno che mi conoscesse davvero. Avevo pensato allora: devo dirlo. Non il sesso, non Tommaso specificamente. Quella sensazione, quello stato. Dovevo darle un posto nel mondo vero, fuori da quell'appartamento di via Lario.
Non l'avevo fatto. Non ancora.
Chi va per primo
«Allora chi va per primo?» dissi.
Silenzio. Poi una risata secca, sua: «Lo stavo pensando anch'io.»
«Non è una gara.»
«No. Ma se uno lo fa, l'altro...»
«Si sente meno solo», finii io.
«Sì. Esatto.»
C'era qualcosa di strano e preciso in quella conversazione. Non ci stavamo facendo coraggio a vicenda nel modo in cui lo fanno le persone nei film, con le frasi ad effetto e la musica giusta in sottofondo. Ci stavamo solo riconoscendo nel punto in cui eravamo, e constatare che eravamo nello stesso punto, nello stesso momento, cambiava qualcosa. Non riduceva la paura. La rendeva meno solitaria, che è una cosa diversa ma non è poco.
«Quando pensi di farlo?» gli chiesi.
«A Natale», disse. «Sono a Vicenza dai miei per tre giorni. C'è un momento, la sera del 26, quando mia madre fa sempre la pasta al forno e mio padre sparisce in cantina a cercare il vino. Quei cinque minuti in cucina da soli. Penso sia quello.»
Immaginai quella cucina senza averla mai vista. Immaginai sua madre con le mani nella pentola, Tommaso che aspettava il momento esatto. Cinque minuti in una vita intera. Sembravano pochi e sembravano tutto.
Pensai ai miei genitori. A Latina, alla casa con la veranda sul retro, alle domeniche di mio padre in garage che sistemava qualcosa senza fretta, a mia madre che mentre cucina tiene sempre la radio su una stazione che trasmette i classici italiani degli anni ottanta. Pensai a quando sarebbe stato il momento giusto per me.
Il patto
«Io a novembre», dissi. «Il mio compleanno è il 18. Vengo a Latina per un weekend. Penso di farlo quella sera, dopo cena, quando mio padre si alza per mettere a posto le bottiglie e restiamo io e mia madre in cucina.»
«Prima di me.»
«Sì.»
«Okay», disse Tommaso. La sua voce aveva qualcosa di diverso adesso, più bassa, più seria. Non solenne. Solo reale. «E poi mi chiami.»
«E poi ti chiamo.»
«E io ti dico com'è andata a Vicenza.»
«E tu mi dici com'è andata a Vicenza.»
Ci fu un silenzio che non era imbarazzato. Era pieno, il tipo di silenzio che non ha bisogno di essere riempito perché sta già contenendo qualcosa. Fuori la città continuava: sirene lontane, un motorino sul marciapiede, le voci di una coppia che litigava dolcemente tre piani sopra.
Chi decide di raccontare il momento in cui ha detto la verità di solito racconta il dopo. L'abbraccio o il silenzio, le lacrime o la porta che si chiude. Io non avevo ancora il dopo. Avevo solo questo: un corridoio, un telefono, e Tommaso che per la prima volta mi aveva detto che stava attraversando la stessa cosa.
«Hai ancora paura?» mi chiese.
«Sì.»
«Anch'io», disse. «Ma ti chiamo dopo.»
Riattaccammo. Il telefono rimase nella mia mano ancora un po', schermo spento. Fuori era buio e Roma continuava a fare il suo rumore.
Avevamo detto ad alta voce una cosa che aveva vissuto soltanto in silenzio, e il fatto di averla detto, anche solo a noi due, in quel corridoio e in quella cucina di via Lario, aveva dato un peso diverso a quello che sarebbe venuto dopo. Per chi vuole capire cosa significa la notte prima di dirlo ai propri genitori, la risposta è che comincia prima, spesso. Comincia con una chiamata a qualcuno che sa già, che lo sta attraversando anche lui, e che non ha bisogno di spiegazioni.
Non sollievo. Non ancora. Ma qualcosa, finalmente fuori dal silenzio.





