
Treno notturno per Roma: lo scompartimento di Federico
Sui treni notturni Milano-Roma viaggiano due tipi di persone: chi vuole risparmiare e chi vuole nascondersi. Io, Federico, consultant di trent'anni per una big4, rientro spesso nella seconda categoria quando il cliente impone il budget dell'Intercity Notte. Quel mercoledì sera di maggio, cuccetta 17 in alto a sinistra, partenza ventidue e quaranta dalla Centrale, riunione delle nove del mattino a Trastevere in un coworking che il cliente preferiva al solito hotel. Il treno notturno per Roma, in quattro anni, era diventato un mezzo che conoscevo come la mia cucina. Quella notte conobbi qualcuno che lo conosceva meglio di me.
Bologna: il quarto passeggero
Viaggio quattro giorni su sette. L'Intercity Notte della 22:40 è pragmatico, non glamour. Cuccette di seconda classe T4, scompartimento per quattro, aria condizionata già troppo fredda. Alla Stazione Centrale, dove arrivo sempre con dieci minuti di anticipo per principio, la ragazza universitaria si era subito arrampicata in alto a destra e aveva spento la luce. Il signore di mezza età era arrivato cinque minuti dopo, un cenno di buona notte, e si era infilato nella cuccetta sotto di lei. Avevo mangiato un panino comprato al banco della stazione, avevo letto mail sul tablet alla luce della mia lampadina personale.
Il treno è partito con il silenzio tipico dei notturni, niente famiglie, niente turisti, solo viaggiatori di lavoro e studenti spiantati. Mentre uscivamo da Centrale e attraversavamo la periferia milanese illuminata a chiazze, ho contato a mente i viaggi degli ultimi tre anni. Trentadue, forse trentaquattro. Le luci della pianura emiliana viste da una cuccetta sono diverse da quelle viste dal Frecciarossa diurno, più private, più spente, come se mostrassero un'Italia che non vuole essere vista. Mi piacevano i treni notturni anche per quello.
Verso le ventitré, il controllore è passato per il controllo biglietti. Operazione meccanica, tessera Trenitalia, codice prenotazione, buona notte signore. La ragazza russava già piano. Il signore sotto di lei leggeva alla luce del telefono. Mi sono spogliato fino alla maglietta e ai boxer sotto al mio sacco di lenzuola, ho continuato a leggere mail. Avrei dormito tre ore se mi fosse andata bene.
Poi Bologna. La porta dello scompartimento si è aperta nel buio, interrotta solo dalla luce soffusa del corridoio. Un uomo alto, mediterraneo, sui trentacinque. Abito grigio sgualcito, giacca sbottonata, camicia stropicciata da una giornata lunga, valigia rigida da chi viaggia per cantiere. Ci siamo scambiati un cenno per non svegliare gli altri. Ha controllato il biglietto sul telefono, cuccetta 16, sopra la mia. Mentre si sistemava i nostri sguardi si sono incrociati più volte di quanto fosse necessario. Ho avuto il tempo di vedergli le mani, grandi, callose ai bordi, e una vena pronunciata sull'avambraccio quando ha sollevato la valigia per appoggiarla nel vano in alto.
Quello che si dice nel buio
Il treno è ripartito. Il vagone era silenzioso, solo il rumore monotono delle rotaie. Lui si è infilato nella sua cuccetta sopra di me con la rapidità di chi i treni notturni li fa spesso. Ha lasciato la luce della sua piccola lampada personale accesa, quella basata che illumina solo la cuccetta e non disturba lo scompartimento. Dopo dieci minuti, la sua voce mi è arrivata dall'alto, bisbiglio teso per non svegliare gli altri.
"Anche tu lavoro?"
"Consultant. Riunione domani mattina."
"Antonio. Ingegnere meccanico, settimana di cantiere a Modena. Vado a Roma a vedere i miei due giorni."
Ci siamo fermati così, nel buio parziale del vagone, a parlare a voce bassissima del nulla che si dice agli sconosciuti. Cantiere, scadenze, il caffè della macchinetta della stazione, perché Roma sì e Milano no. Ogni tanto si sentiva il russare regolare del signore sotto di lui. La ragazza non si era mossa.
A un certo punto Antonio si è sporto un po' dalla sua cuccetta, abbastanza che vedessi la sua testa apparirmi sopra a testa in giù. Capelli scuri tagliati corti, mascella forte, occhi neri che la luce della sua lampadina rendeva più caldi. Ha sorriso. Un sorriso che non era di circostanza.
"Hai fame?" mi ha chiesto. "Io ho un pacchetto di taralli. La carrozza ristoro è chiusa ma il bar in fondo al vagone vende le birre fino a Firenze."
"Sì."
Ci siamo vestiti in fretta, pantaloni e maglione, e siamo usciti nel corridoio. Il vagone bar era due carrozze più avanti, lo conoscevo. Una luce gialla bassa, due tavolini fissati al pavimento, un addetto annoiato che ci ha venduto due Heineken senza guardarci in faccia. Ci siamo seduti vicini al finestrino, le birre tiepide, le ginocchia che si toccavano sotto al tavolino senza che nessuno dei due si spostasse. Antonio ha mangiato i taralli con calma, mi ha offerto, ho accettato. Le sue dita mi hanno sfiorato il palmo quando me ne ha messo uno in mano.
"Quanto ci metti a capire una cosa, di solito?" mi ha chiesto, tenendo lo sguardo sulla sua birra.
"Dipende dalla cosa."
"Una cosa tipo questa."
Ho posato la birra. "L'ho capita a Bologna."
Lui ha sorriso senza alzare gli occhi. "Anch'io."
Siamo rimasti al bar fino a Firenze. Quando il treno ha rallentato per la stazione, Antonio si è alzato, ha fatto un cenno con la testa verso il fondo del vagone, dove c'è la toilette grande, quella accessibile.
"Vai prima tu. Io ti raggiungo in due minuti."
La toilette del vagone
La toilette del vagone Trenitalia di seconda classe, di notte, è un cubo di plastica beige illuminato da un neon basso, uno specchio macchiato sopra al lavandino, lo sciacquone elettrico con il pulsante grosso, l'odore di disinfettante coperto male. Non è romantica, non è pulita, è esattamente quello che devi essere disposto ad accettare se vuoi farlo su un treno. Ho aspettato dentro, schiena contro il muro, le mani che non sapevano dove mettersi.
Antonio è entrato due minuti dopo. Ha chiuso la porta con il chiavistello rosso. Per un momento siamo rimasti a guardarci sotto quel neon che ci faceva sembrare entrambi più stanchi e più veri. Poi mi ha messo una mano sul lato del collo, pollice sotto la mandibola, e mi ha baciato. Il bacio era pesante, di qualcuno che la birra l'aveva mandata giù in fretta, che ha viaggiato troppo, che da una settimana non bacia nessuno. Sapeva di taralli e di Heineken. Le sue mani sono passate dal collo alla schiena sotto il maglione, e la pelle delle sue mani era esattamente come avevo immaginato dalla cuccetta, calda e ruvida ai polpastrelli.
Mi ha tolto il maglione. Si è tolto la camicia da solo, sbottonandola con una mano mentre l'altra mi teneva fermo. Aveva il petto largo, peli scuri al centro, una piccola cicatrice sul fianco destro che gli ho sfiorato con le dita senza chiedere. Ha sussurrato "cantiere di tre anni fa" e ha riso piano, e quel ridere piano a venti centimetri dalla mia bocca è stato il momento in cui ho smesso di pensare che eravamo in una toilette di un treno.
Si è inginocchiato. L'ha fatto con la praticità di chi sa che lo spazio è poco e il tempo anche, ma senza fretta, prendendosi i suoi minuti, una mano appoggiata al mio fianco e una sulla coscia. Ho dovuto mettere una mano sulla bocca due volte per non fare rumore, e lui sentiva, perché ogni volta rallentava per farmi riprendere fiato. Quando l'ho tirato su, ero io a volere di più. L'ho detto guidando la sua mano dove volevo. Lui ha tirato fuori il preservativo dal portafoglio con la stessa praticità tranquilla di prima.
Mi sono girato di spalle a lui, le mani appoggiate al bordo del lavandino, la faccia rivolta verso lo specchio macchiato. Antonio si è messo dietro di me, una mano sulla mia anca, l'altra sulla mia sopra il bordo del lavandino. Lo vedevo nello specchio, la testa china sulla mia spalla, gli occhi chiusi. È entrato lentamente. Ha tenuto un ritmo basso e profondo, controllato dal rumore del treno, e il treno ci aiutava perché ogni volta che le rotaie passavano su un raccordo il rumore copriva il nostro, e in quei tre secondi di copertura sonora ci permettevamo qualcosa di più, un respiro più forte, un movimento meno cauto. Era come fare l'amore a tempo, scandito dai binari. La sua bocca era contro il mio orecchio, "così", sussurrato due volte, e quando ha detto "così" la seconda volta ho capito che il ritmo andava tenuto e l'ha tenuto, finché non ho appoggiato la fronte allo specchio e tutto si è chiuso come doveva, il suo respiro contro il mio collo, la sua mano che ha stretto la mia sul bordo del lavandino una volta, breve, preciso.
Siamo rimasti fermi qualche secondo. Lui ha appoggiato la fronte alla mia spalla, ha riso piano una seconda volta. "Vado prima io," ha detto. "Tu aspetta cinque minuti."
Ci siamo rivestiti nell'ordine inverso. Lui è uscito per primo, io ho aspettato guardandomi nello specchio macchiato di quella toilette di seconda classe, il neon basso, i capelli appiccicati alla fronte. Quando sono uscito, il corridoio era vuoto. Ho camminato verso il mio scompartimento contando le porte.
Roma, sei e mezza
Non ci siamo più parlati nello scompartimento. Antonio è rientrato nella sua cuccetta dopo dieci minuti dal mio, ha spento la sua lampadina, è rimasto in silenzio. Ho dormito due ore, forse meno. Quando il treno ha iniziato a rallentare per Termini, l'alba era ancora una promessa grigia dietro i colli romani.
Antonio si è vestito senza accendere la luce, con la rapidità professionale di chi è abituato a cambiarsi in spazi angusti. Ha sistemato la cravatta nella tasca della giacca. Si è sporto un'ultima volta verso la mia cuccetta, ha sussurrato "buon viaggio di ritorno", e ha sorriso brevemente. Poi è sceso, sparito nel flusso mattutino dei pendolari di Termini.
Sono rimasto sul treno fino al fine corsa. Ho preso un caffè in piedi al bar storico della stazione, ho lavorato dal telefono per un'ora. Alle nove ero a Trastevere, fresco di barba fatta nel bagno di un coworking, pronto per la riunione con il cliente come se nulla fosse successo. Sull'Italo del ritorno la sera del giovedì ho scelto un posto seduto in prima classe, finestrino, sole pieno. Ho pensato ad Antonio una volta, mentre mi servivano il caffè. Poi ho aperto il portatile e mi sono messo a lavorare. Tre giorni dopo ho fatto di nuovo l'Intercity Notte, cuccetta 14, scompartimento diverso, gente diversa. Ho dormito tutto il viaggio.





