
Lo studio dopo le otto: il cliente che è tornato
Le presentazioni vere si fanno alle otto e quaranta del giovedì sera, quando il cliente è già uscito da venti minuti e suona il campanello dello studio dicendo: «Marco, ho lasciato il portafoglio sulla scrivania.» Luca, ventinove anni, CEO di una startup tech che ha fatto exit per quattordici milioni l'anno scorso, cliente per la ristrutturazione di un loft a Lambrate. Un affare importante. Sapevo che il portafoglio non era sulla scrivania, sapevo anche che gli avrei aperto. In fondo, nella Milano professionale dove la zona gay milano è una mappa che leggi senza guardarla, certe traiettorie si intuiscono al volo.
Ho trentacinque anni, architetto, partner di uno studio architetto gay in zona Porta Genova. Divorziato dal mio compagno, Pietro, da due anni. Dieci anni insieme, finiti per evoluzione diversa, come diciamo noi addetti ai lavori, quelli che devono sempre trovare una formula elegante per dire che semplicemente non ci si amava più. Pietro vive ancora a Milano, ci incrociamo qualche volta a Porta Venezia il sabato sera, ci salutiamo come due ex che hanno imparato a non avere più niente da chiedersi. Mi va bene così.
Vita riorganizzata, dal divorzio in poi. Lo studio l'ho espanso, abbiamo preso un secondo piano in via Tortona. Mi sono comprato un mutuo per un appartamento in zona Sant'Ambrogio, settanta metri quadri, l'unico balcone dell'intero condominio. Niente app di dating, mai più. Tre amicizie con benefits, come le chiamano gli americani: due architetti come me, uno avvocato divorzista. Ci vediamo quando capita, una cena, un drink, qualche volta finisce bene, qualche volta no, niente di costruito. La zona gay milano per me è sempre stata Porta Venezia di sera e Porta Genova di giorno, due geografie che non si incontrano mai veramente. Lavoro e desiderio in compartimenti separati. Almeno fino a quel giovedì.
Luca era arrivato in studio per la prima volta tre mesi prima, mandato da un comune amico (un altro CEO tech, suo investitore). Aveva commissionato il restauro di un loft a Lambrate, quasi quattrocento metri quadri, una vecchia falegnameria con soffitti a doppia altezza. Budget alto, mano libera quasi totale, tempi non stretti. Da architetto, una commessa così è uno dei due o tre lavori per cui ti svegli con piacere la mattina. Da uomo, avevo capito subito che Luca mi guardava un secondo di troppo, ogni riunione, e che nei suoi sguardi c'era qualcosa di più del cliente che vuole essere preso sul serio. Avevo deciso di ignorare. Quel giovedì avevamo cenato al ristorante sotto lo studio, una taverna lombarda dove vado tre volte alla settimana. La cena era finita alle venti e venti, Luca era andato via in taxi. Io ero tornato in studio per chiudere alcune pratiche. Alle venti e quaranta il campanello.
Il portafoglio sulla scrivania
Apro dal citofono, lo faccio salire. Luca è di nuovo qui. «Marco, scusa, ho lasciato il portafoglio sulla scrivania.» Lo so già. Saliamo insieme. Apro la porta dello studio, lo lascio entrare per primo. Il tavolo da disegno grande è illuminato dalla lampada orientabile. Lì sopra, il progetto del loft. Sul tavolo, niente portafoglio. Luca è in piedi accanto al tavolo da disegno, lo sguardo dritto negli occhi. «Marco, scusa, l'ho fatto apposta.» Lo guardo. Lascio passare quattro secondi. Poi dico: «Lo sapevo. Vuoi un caffè o vuoi parlare di cosa sei venuto a fare?» Luca risponde subito, senza esitare. «La seconda.» Conversazione adulta. Power dynamic esplicitato: Luca è cliente, io sono partner dello studio. Questo rapporto non si condiziona. Glielo dico chiaro: «Se questa cosa fa, fa. Ma il loft è un'altra cosa. Capito?» Luca annuisce. «Capito.»
Mi avvicino a Luca, al tavolo da disegno. Gli tolgo la giacca dell'abito su misura, la appoggio sulla sedia. Sbottono la camicia, partendo dal colletto, lentissimamente, assaporando il gesto. La sfilo lentamente dalle spalle. Il suo corpo: magro, biondo cenere, la pelle chiara illuminata dalla lampada della scrivania. Mi tolgo la mia camicia. Differenza fisica: io più solido, lui più magro e nervoso. Gli tengo la nuca con una mano, lo bacio, prima piano poi profondo, la lingua che cerca la sua, un invito esplicito. Luca cede subito, è venuto qui per cedere. Lo giro contro il tavolo da disegno, gli sfilo la cintura, gli abbasso i pantaloni e i boxer insieme. Luca è davanti al tavolo, le mani appoggiate al piano di lavoro inclinato, il culo scoperto.
Mi inginocchio davanti a lui, le ginocchia sul parquet vintage che lo studio ha mantenuto dell'edificio originale. Lo prendo in bocca, lentamente, controllando i tempi. Dom soft, come dicono su internet. Vuol dire che so quando fermarmi, quando rallentare, quando è troppo. Lavoro con la lingua, con le labbra, mi fermo del tutto un secondo quando capisco che è sul punto, poi ricomincio dal basso. Luca prova ad accelerare, mette una mano sulla mia testa per spingere, glielo nego con calma posando la mia mano sulla sua coscia, una pressione minima ma chiara. Lo guardo dal basso una volta sola, lui ricambia, il messaggio passa: io decido i tempi.
Mi rialzo. Apro il cassetto laterale della scrivania, quello in basso. Lo so, è assurdo, ma tengo preservativi e lubrificante in studio. Perché l'avevo previsto? Sì. Da quando il lavoro mi è tornato a piacere, da quando vivere in studio fino a tardi è diventato il mio modo di esistere, ho deciso che lo studio sarebbe stato anche un'estensione di me, non solo del partner architetto. Prendo un preservativo, lo apro con i denti, lo srotolo sul suo cazzo già duro, sentendolo pulsare contro le mie dita. Prendo il lubrificante, ne metto su due dita, lo preparo con calma, infilando prima un dito poi l'altro, ascoltando il suo respiro farsi più corto, più rotto. Lo bacio sulla scapola mentre lo apro, una tenerezza fuori posto che però gli serve. Quando capisco che è pronto, mi metto in posizione, una mano sul suo fianco, l'altra sulla mia presa.
Entro in Luca da dietro, lentamente, fermandomi alla prima resistenza per dargli tempo. Una mano sulla sua nuca per tenerlo curvo sul tavolo da disegno inclinato, l'altra sul suo fianco. Comincio con un ritmo lungo, due colpi pieni e una pausa, poi tre colpi e una pausa, ascoltando come reagisce. Quando lo sento rilassarsi, abbandonarsi al movimento, accelero. Luca geme, gli copro la bocca con la mano: lo studio condivide i muri laterali con altri uffici, in fondo, e una donna delle pulizie passa di sera nei piani bassi. Sento la sua lingua contro il mio palmo, il suo respiro che si attorciglia. Ogni trenta secondi un check-in, come dicono quelli bravi. Un "ok?" sussurrato all'orecchio, Luca annuisce sempre, gli occhi chiusi, le mani aggrappate al bordo del tavolo. La lampada orientabile della scrivania ci illumina dal lato, un fascio caldo che taglia in diagonale i nostri due corpi. Sotto di lui, il rendering 3D del soppalco del loft di Lambrate, quello su cui avevamo discusso a cena due ore prima, ora segnato dalle nostre dita sudate.
Sento Luca tendersi, lo capisco dal modo in cui stringe il bordo del tavolo. Tolgo la mano dalla sua bocca, voglio sentirlo. «Vengo», sussurra. «Vieni», rispondo. Viene per primo, stretto contro il tavolo da disegno, una scia che sporca il disegno del loft. Vengo subito dopo, stringendo il suo fianco con una forza che gli lascerà un livido che durerà tre giorni. Restiamo fermi un minuto, lui curvo sul tavolo, io appoggiato alla sua schiena, i nostri respiri che lentamente si normalizzano. Mi stacco, butto il preservativo nel cestino sotto la scrivania, prendo dei fazzoletti dalla scatola accanto al monitor.
Le 22:30, e il caffè della macchinetta
Ci rivestiamo lentamente. Nessuno dei due ha fretta. Luca dice di aver pensato a questa cosa dalla seconda riunione di progetto, quando gli ho mostrato i rendering 3D del soppalco. Gli faccio un caffè alla macchinetta dello studio, Lavazza in capsule. Conversazione vera, mentre aspettiamo che il caffè sia pronto. Luca chiede: «Posso tornare?» Rispondo: «Tornerai per il progetto. Per il resto, vediamo. Ma non al sabato pomeriggio davanti alla scrivania, è troppo costruito.» Luca ride. «Sei pieno di regole.» Annuisco. «Sì. Per non rovinare le cose.» Luca esce dallo studio alle ventidue e trenta. Chiudo la porta dietro di lui.
Cammino verso casa. Zona Sant'Ambrogio, quindici minuti a piedi. Le strade vuote di Milano del giovedì sera tardi, le vetrine spente, i neon dei kebab e delle farmacie di turno che segnano la via. Passo davanti alla pizzeria al taglio dove Pietro ed io andavamo nei nostri primi anni, e per la prima volta da mesi non sento niente. Né nostalgia, né rancore, né pesantezza. Solo curiosità per quello che mi sta succedendo dentro.
Riflessione, sotto i portici di Sant'Ambrogio, quando manca un isolato a casa. Pietro è stato il compagno per dieci anni. Da due mi ricostruisco, un pezzo alla volta. Stasera non è stato l'inizio di qualcosa con Luca. È stato l'inizio di qualcosa con me. Ho ricominciato a essere desiderato, e a desiderare, e l'ho gestito con la lucidità di un trentacinquenne che sa cosa è il proprio mestiere e cosa è la propria vita privata. Sono ancora capace di volermi qualcuno addosso senza perdere la testa. È un'informazione preziosa, di quelle che ti restituiscono qualcosa di te che credevi sepolto.
Il professionista che ho imparato a essere in questi due anni si occupa di muri portanti, distribuzione interna degli ambienti, illuminazione naturale. Si occupa di clienti, di tempi di consegna, di rapporti con le imprese, di firme di Direzione Lavori. Stasera ho scoperto che il professionista può anche occuparsi di sé. Riprendere a vedere se stesso, riconoscersi nel desiderio di un altro, gestirsi con la stessa lucidità con cui gestisce un cantiere. Comincio da qui. Domani in studio Luca tornerà cliente, io tornerò architetto, il loft di Lambrate procederà come da cronoprogramma. E giovedì prossimo, o quello dopo, qualcun altro mi ricorderà che esistere è anche essere visto, è anche essere preso, è anche dire di sì a una sera diversa dalle altre.





