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Spiaggia gay Torre del Lago: Tommaso e Riccardo in Versilia

Spiaggia gay Torre del Lago: il weekend di Tommaso e Riccardo in Versilia

| Incontri gay casuali

La spiaggia gay Torre del Lago non è soltanto un posto dove stendersi al sole: è un luogo di cui Tommaso aveva sentito parlare da anni, un angolo di Versilia dove il profilo delle Apuane si specchia nel lago di Massaciuccoli e dove gli sguardi non hanno bisogno di abbassarsi. Ma viverlo con Riccardo, per la prima volta insieme in vacanza, era tutta un'altra cosa.

Avevano prenotato l'appartamento a marzo, su impulso. Una sera con ancora il cappotto addosso, Riccardo aveva detto «andiamo al mare insieme quest'estate» con la stessa naturalezza con cui si ordina un caffè, e Tommaso aveva risposto di sì prima ancora di capire cosa stesse accettando. Tre mesi dopo si ritrovavano su un Frecciargento diretto a Viareggio, il paesaggio della Pianura Padana che scorreva fuori dal finestrino e si trasformava piano in colline toscane.

Riccardo aveva dormito quasi tutto il viaggio, la testa appoggiata alla spalla di Tommaso, il respiro caldo e regolare. Tommaso non aveva chiuso occhio. Aveva guardato il profilo di Riccardo, la mascella leggermente aperta, i capelli che cadevano sulla fronte, e aveva pensato: non me lo aspettavo così. Non questo. Non la semplicità di star seduti su un treno come se fosse la cosa più naturale del mondo.

La villa e il primo tramonto

L'appartamento a Torre del Lago Puccini

L'appartamento era piccolo ma aveva un terrazzo che dava verso il lago. Quando aprirono le persiane, la luce del pomeriggio era già obliqua, dorata, e le acacie in fondo al vialetto proiettavano ombre lunghe sul selciato. Riccardo si era fermato sulla soglia del terrazzo con le mani appoggiate al corrimano, silenzioso, e Tommaso aveva capito che anche lui stava cercando parole per quella qualità di luce specifica, quella toscana di fine maggio che sembra sempre sul punto di cedere ma non cede mai.

«Ci sei mai stato?» aveva chiesto Riccardo senza voltarsi.

«No. Tu?»

«Una volta, da ragazzo. Ma era diverso.»

Non aveva aggiunto altro, e Tommaso non aveva chiesto. Aveva imparato, con Riccardo, che certe cose si capiscono meglio lasciandole stare.

Erano usciti verso le sette per una passeggiata lungo il lungolago. Il centro di Torre del Lago Puccini è piccolo, raccolto intorno alla villa dove Giacomo Puccini aveva vissuto e composto, e in quella mezz'ora di luce radente sembrava sospeso fuori dal tempo. Alcuni turisti si fotografavano davanti al monumento. Un cane dormiva ai piedi di un oleandro. Una coppia di uomini sedeva a un tavolino del bar affacciato sull'acqua, con le mani intrecciate sopra il tavolo, e nessuno ci faceva caso.

Ecco, pensò Tommaso. Ecco perché si viene qui.

La spiaggia del sabato mattina

Il litorale e il silenzio

Il mattino dopo si alzarono tardi. Riccardo preparò il caffè mentre Tommaso cercava di capire come funzionasse la doccia, che aveva una manopola con le indicazioni cancellate dall'uso. Si scottò due volte prima di trovare l'equilibrio.

Raggiunsero il litorale verso le dieci. La spiaggia libera si estendeva a nord, oltre gli stabilimenti, in una striscia di sabbia chiara dove le sdraio improvvisate erano asciugamani di ogni colore e le persone si muovevano senza la rigidità dei lidi organizzati. C'erano coppie, gruppi di amici, qualche famiglia con bambini piccoli, e nessuna gerarchia visibile nel modo in cui si occupava lo spazio.

Riccardo stese il telo e si tolse la maglietta. Tommaso lo guardò, il torso abbronzato, le spalle che si muovevano mentre cercava la crema solare nello zaino, e sentì qualcosa di semplice e preciso che non aveva ancora imparato a chiamare con il suo nome. Non l'eccitazione del desiderio, almeno non solo quella. Qualcosa di più fermo.

Si sdraiarono al sole fino a mezzogiorno. Parlarono poco, come si fa quando il silenzio è già un discorso. Riccardo si addormentò di nuovo, e Tommaso si girò sulla schiena a guardare il cielo, ascoltando le voci intorno, il rumore delle onde basse del Tirreno, il profumo di crema solare e salmastro. Gli tornò in mente la prima sauna di Tommaso a Milano, quella sera in cui aveva capito per la prima volta cosa significasse sentirsi a posto in un posto. La stessa sensazione, adesso, ma amplificata. Più piena.

Il pomeriggio nella villa

Rientro, doccia, silenzio

Tornarono all'appartamento verso le quattordici, accaldati e con la sabbia ancora tra le dita dei piedi. Riccardo aprì il frigorifero, considerò brevemente il contenuto e disse «non c'è niente» con il tono di chi constata un dato di fatto senza drammatizzare. Mangiarono in piedi quello che c'era: pane, mortadella, una pesca matura che Tommaso divise con le mani.

Fu Riccardo a fare la prima doccia. Tommaso sentiva l'acqua scorrere dall'altra parte della porta sottile, il vapore che filtrava nello stretto corridoio, e rimase seduto sul bordo del letto a togliersi le scarpe, lentamente, senza nessun motivo particolare per farlo lentamente se non che quel ritmo sembrava giusto.

Quando Riccardo uscì aveva soltanto un asciugamano annodato in vita e stava cercando qualcosa nel borsone aperto sul pavimento. Si raddrizzò, trovò quello che cercava, e incontrò lo sguardo di Tommaso.

Rimase fermo un momento.

Poi disse, piano: «Vieni qui.»

La notte di sabato

Quello che successe nel pomeriggio

Riccardo era alto un centimetro e mezzo più di Tommaso, e quando lo abbracciò Tommaso sentì il profilo delle sue clavicole contro la guancia, la pelle ancora tiepida dall'acqua della doccia, il sapore del sole residuo sul collo. L'asciugamano cadde quasi subito.

Si sdraiarono sul letto sfatto, le persiane socchiuse, la luce striata che entrava obliqua e disegnava righe dorate sulle lenzuola. Riccardo era deliberatamente lento, come se avesse deciso che quel pomeriggio non aveva fretta, e Tommaso lasciò che quella lentezza lo guidasse.

Riccardo scese lungo il suo corpo con le labbra, fermandosi all'altezza del torace, dello stomaco, dell'inguine. Tommaso aveva le mani nei capelli di Riccardo, castani e ancora asciutti per via del sole, e cercava di non stringere, di non affrettare, di stare dentro quel ritmo senza spingere oltre. Ci riuscì quasi.

Quando Riccardo lo prese in bocca, Tommaso chiuse gli occhi e lasciò uscire un suono che non aveva programmato. Riccardo lavorava con precisione e con qualcosa che non era soltanto tecnica, una specie di attenzione totale che Tommaso riconosceva e che lo metteva sempre in difficoltà perché significava essere davvero guardati, anche così, anche in quel momento, anche quando si era completamente senza difese.

Si girarono. Tommaso scivolò tra le cosce di Riccardo, sentì la resistenza e poi l'apertura, lenta. Riccardo aveva il braccio piegato sul viso, il respiro che si accelerava in modo controllato. «Aspetta», disse una volta, e Tommaso aspettò, immobile, con una pazienza che non sapeva di avere. Poi: «Ok. Adesso.»

Trovarono il ritmo con qualche aggiustamento, le braccia di Riccardo che stringevano le spalle di Tommaso, le pareti di legno del vecchio appartamento che scricchiolavano leggermente a ogni movimento. Il corpo di Riccardo era caldo e preciso sotto di lui, le cosce strette attorno ai suoi fianchi, il respiro che si faceva più corto e meno controllato, più onesto. Tommaso abbassò la testa sul collo di Riccardo e sentì il battito accelerato della carotide contro le labbra, quel piccolo cuore periferico che non mentiva.

Fuori, oltre le persiane socchiuse, qualcuno stava potando una siepe. Il rumore delle cesoie arrivava intermittente, assurdo e ordinario insieme. Riccardo rise, una volta, in mezzo al respiro affannato, e il riso si trasformò in qualcos'altro, in un suono più basso e meno articolato, mentre Tommaso spingeva più a fondo e sentiva le dita di Riccardo incidere sulla sua schiena come un segno che sarebbe rimasto.

Quando fu finita, rimasero fermi per un momento nel silenzio pomeridiano, le cesoie ancora udibili in lontananza. Riccardo disse: «Hai sentito quello tizio con le cesoie?» e Tommaso rispose: «Sì» e risero tutti e due, di quel riso specifico che viene solo dopo certe cose e che non ha un nome preciso.

La domenica mattina e il ritorno

Il lago all'alba

La domenica mattina Tommaso si svegliò prima di Riccardo. Erano le sei e qualcosa, la luce ancora grigia, il lago di Massaciuccoli immobile fuori dal terrazzo. Si alzò senza fare rumore, si mise una maglietta e uscì.

Il lungolago era deserto tranne per un uomo anziano con un cane di taglia media che trotterellava avanti. L'acqua era piatta come un vetro e rifletteva il cielo chiaro che stava diventando. Da qualche parte, lontano, un airone si alzò in volo con il suo ritmo pesante e antico, le ali grandi che battevano l'aria ferma.

Tommaso rimase fermo a guardarlo finché non fu scomparso dietro le canne. Poi tornò dentro. Riccardo si era girato sul fianco sinistro e aveva occupato anche la parte del letto di Tommaso, come faceva sempre. Tommaso si infilò nel poco spazio rimasto e rimase ad ascoltare il respiro di Riccardo mentre fuori il cielo diventava bianco, poi rosa, poi finalmente del colore esatto di quel tipo di mattina che non si trova da nessun'altra parte.

Non me lo aspettavo così, pensò di nuovo. Non pensavo che potesse essere così normale.

E normale, capì, era la parola giusta. Non banale, non scontato. Normale nel senso di giusto, di adeguato a ciò che era. Il tipo di normalità che si cerca senza sapere esattamente cosa si sta cercando, e che quando arriva non fa rumore, non porta bandiere, si siede semplicemente sul bordo del letto e aspetta che tu ti svegli.

Presero il treno delle quattordici e dieci. Riccardo portava la borsa grande e Tommaso lo zainetto. Sul Frecciargento che li riportava a Milano, Riccardo dormì di nuovo, la testa sulla spalla di Tommaso, il respiro caldo e regolare.

Tommaso non dormì.

Guardò il paesaggio che scorreva in senso contrario, le colline toscane che cedevano alla Pianura Padana, e rimase con la mano posata sul ginocchio di Riccardo per tutto il viaggio, immobile, come se spostarla avrebbe significato interrompere qualcosa che non voleva interrompere.

Non la spostò.