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Spiaggia gay Puglia: Riccardo e Niccolò sugli scogli

Spiaggia gay Rimini? Riccardo l'ha trovata in Puglia

| Incontri gay casuali

Ogni estate pensi alla spiaggia gay Rimini, al nord, a quelle tratte di costa dove ci si incontra senza doversi spiegare. Io invece sono tornato a Bari per tre settimane che sembravano un esilio, l'acqua verde, la sabbia che scotta già alle dieci, e un messaggio di Niccolò che diceva vieni ho trovato un posto bello ci facciamo una giornata al mare, non lo vedevo da due anni da quando ero partito per il Politecnico di Milano e lui era rimasto a Bari a fare il geometra, a crescere nel silenzio di quelle cose che tra vecchi amici non si dicono mai ad alta voce.

L'estate a Bari e il messaggio di Niccolò

Il vecchio amico del liceo

Niccolò aveva venticinque anni e li portava come uno che ne dimostra trenta. Capelli scuri e ricci schiacciati dal casco, mani grandi abituate al righello e alla squadra, un modo di ridere che arrivava sempre un secondo dopo la battuta, come se dovesse prima verificare che fosse davvero il caso. Al liceo eravamo rimasti vicini per quattro anni senza mai nominare niente, non io la mia confusione, non lui quello che probabilmente aveva già capito. Era il tipo di amicizia che regge sul silenzio, sul non chiedersi le cose che contano davvero.

Quando avevo ricevuto il messaggio, tre giorni dopo il mio ritorno a Bari, avevo guardato il nome sullo schermo più a lungo del necessario. Vieni, ho trovato un posto sul mare a sud, sabbia fine, poca gente. Domenica? Quattro parole. Nessuna spiegazione aggiuntiva. Nessun punto interrogativo in eccesso. Esattamente come Niccolò.

Avevo risposto sì dopo dieci minuti, e non avevo dormito bene quella notte.

Il motorino verso la costa

La domenica era arrivata con un caldo secco e fermo. Niccolò era passato a prendermi alle nove e mezza, il suo motorino Yamaha con il serbatoio scrostato, e avevamo tagliato verso sud lungo la statale con l'aria calda che entrava sotto il casco e faceva male alle orecchie. Non avevamo parlato quasi niente. Lui guidava, io tenevo le mani sui suoi fianchi perché non c'era altro da tenere, e cercavo di non pensare a quanto mi sembrava naturale.

La spiaggia era un tratto di costa a sud di Bari, zona Mola, uno di quei posti che non trovi su Google Maps a meno che tu non sappia già cosa cercare. Sabbia bianca, qualche ombrellone di bambù arrugginito, tre coppie sparse, due ragazzi sdraiati uno di fianco all'altro con le braccia quasi a toccarsi. Niccolò aveva scelto bene.

Il pomeriggio in spiaggia: il sole, l'acqua, il silenzio che parlava

Il posto che conosceva lui

Ci eravamo stesi vicini senza discutere dove. Lui aveva tirato fuori dalla borsa due bottiglie d'acqua, una birra, due panini al prosciutto avvolti nella carta stagnola. La mamma, aveva detto semplicemente, indicando i panini. Avevo sorriso. Era ancora così, Niccolò: efficiente, silenzioso, con quel calore di fondo che non sapeva come esibire ma che c'era sempre stato.

Avevamo mangiato guardando il mare. Il Politecnico, i progetti del suo studio, una persona che avevo frequentato a Milano per qualche mese e poi lasciata andare, gli ultimi mesi di Bari prima che io partissi. Argomenti normali, voce normale, eppure io sentivo ogni cosa come attraverso un filtro, ogni pausa più lunga del dovuto, ogni occhiata laterale che finiva sul mio petto invece che sul mio viso.

Riccardo, avevo pensato, sei ridicolo. Ma il corpo sa cose che la testa rifiuta ancora di formulare.

Ricordavo da qualche parte un altro episodio di Riccardo tornato a Bari a Natale, quella volta al cenone con la famiglia e il peso di dover recitare normalità per dodici ore di fila. Questo era diverso. Questa era la versione estiva della stessa trappola, ma con l'oceano davanti e qualcuno accanto che forse non richiedeva nessuna recita.

L'acqua e i corpi che si avvicinano

Verso le quattro eravamo entrati in acqua. L'Adriatico a luglio è verde trasparente e sale, ti entra negli occhi e li brucia un po', e Niccolò nuotava con quella tecnica rozza e sicura di chi ha imparato da solo in vacanza da bambino. Eravamo arrivati a cinquanta metri dalla riva, fuori dalla zona dei bagnanti, e lui si era fermato a fare l'acqua alta con le braccia aperte e la testa indietro verso il sole.

Aveva i peli del petto bagnati appiattiti sulla pelle olivastra. Una linea di abbronzatura netta sulle spalle. Le mani grandi che spingevano l'acqua lentamente, avanti e indietro, come se avessero tempo.

Mi aveva guardato. Non con il modo in cui ti guarda un amico che aspetta che tu dica qualcosa. Un altro tipo di sguardo, uno che non lascia spazio a interpretazioni.

C'è uno scoglio là, aveva detto, indicando a sinistra, verso una formazione rocciosa che chiudeva la piccola baia. Ci si può stare, è riparato.

Avevo nuotato dietro di lui senza rispondere.

Quello che non ci siamo mai detti

Mani bagnate, pelle calda

Dietro lo scoglio il mondo si restringeva a una tasca d'acqua di quattro metri per sei, il sole che entrava di taglio, nessun suono tranne il risucchio dell'onda contro la roccia. Niccolò si era aggrappato al bordo dello scoglio e mi aveva guardato venire avanti senza muoversi. Aspettava che fossi io a decidere, capivo solo adesso.

Mi ero avvicinato fino a toccare la roccia con la schiena, di fianco a lui, le nostre spalle a un dito di distanza. Il silenzio era cambiato tono. Non era più quello della spiaggia, neutro e aperto. Era un silenzio con un centro di gravità.

Poi lui aveva girato la testa verso di me, e io avevo fatto lo stesso, e il bacio era successo senza che nessuno dei due facesse un gesto esplicito, come due oggetti che si attraggono quando la distanza scende sotto una certa soglia. Le sue labbra erano salate e calde, la bocca aperta subito, nessuna timidezza, le dita di una sua mano che trovavano il mio fianco sott'acqua e stringevano.

Ci eravamo spostati verso la parete più riparata, fuori dall'acqua su una piattaforma di roccia piatta e scaldata dal sole. Lui si era tolto il costume, io avevo fatto lo stesso, e per qualche secondo avevamo fatto solo questo, guardarci, lui in piedi con quella corporatura robusta da lavoro manuale, le cosce scure, il petto con i peli ancora bagnati, io con il respiro che non tornava normale.

Niccolò aveva sorriso, quel sorriso sempre leggermente in ritardo sulla situazione. Stai bene?

Più che mai, avevo pensato, e non l'avevo detto.

Le sue mani erano grandi e sapevano dove andare. Aveva iniziato lentamente, le dita che scendevano sul mio petto, sullo stomaco, che prendevano tempo sui fianchi come se volessero memorizzare il contorno. Avevo lasciato la testa indietro contro la roccia calda, il sole sulla fronte, e il mondo si era ridotto a quella piattaforma, a quelle mani, all'odore di sale e di crema solare.

Aveva iniziato con la bocca sul mio collo, poi sul petto, poi più giù, inginocchiato sulla roccia con quella naturalezza da persona che non ha niente da dimostrare. La sensazione era acuta e lenta insieme, le sue labbra intorno a me, il respiro che mi sgusciava fuori a scatti, una mano di lui che teneva fermo il mio fianco perché sentiva che stavo cedendo sulle ginocchia.

Quando mi aveva guardato dal basso, occhi scuri contro il sole, avevo capito che non era la prima volta che lo faceva, e non intendevo con un uomo in senso generico. Intendevo: lo aveva già fatto con qualcuno che amava, e lo sapeva. Quella consapevolezza nei movimenti è impossibile da fingere.

Ci eravamo ridisposti, lui seduto sulla roccia, io addosso, il sole che cuoceva le spalle. Avevo preso il portafoglio dalla tasca del costume, il preservativo che tenevo lì da mesi come promessa a me stesso. Lui non aveva detto niente, aveva solo aspettato, con quella calma di chi ha già deciso da prima.

L'atto era stato lento e diretto, nessuna frase di circostanza, solo il rumore dell'onda sotto, le nostre mani che si tenevano dove trovavano appiglio, il fiato che si sincronizzava e poi perdeva il filo. Niccolò aveva la fronte premuta sulla mia spalla, le sue dita intrecciate alle mie sul bordo della roccia, e a un certo punto aveva detto il mio nome, non per chiedere qualcosa, solo per dirmelo, come se fosse importante ricordare chi eravamo.

Eravamo arrivati insieme quasi per accordo silenzioso, il suo corpo che si contraeva contro il mio, la stretta delle sue mani che si faceva brusca per un momento, poi si allentava lentamente. Il silenzio dopo era di un altro tipo ancora, più pieno, più caldo.

Eravamo rimasti così qualche minuto, la schiena contro la roccia, i corpi ancora vicini. Lui aveva preso una delle mie mani e l'aveva tenuta, senza fare niente d'altro, senza parlare. Il mare sotto sciacquettava piano.

Il ritorno in motorino

Quello che non si è detto

Eravamo rimasti sullo scoglio ancora mezz'ora, poi eravamo rientrati in acqua e avevamo nuotato verso la riva come se non fosse successo niente, e invece era successo tutto. Avevamo raccolto le cose dalla spiaggia, Niccolò aveva detto ottima giornata con quella voce piatta che usava per le cose che gli importavano davvero, e io avevo detto sì.

Sul motorino, sulla statale di ritorno con il vento caldo in faccia, avevo capito una cosa. Niccolò sapeva da prima ancora che io lo sapessi. Non lo aveva mai detto, non me lo aveva mai chiesto. Aveva solo aspettato che arrivasse una domenica giusta e aveva scelto la spiaggia giusta.

Davanti al portone di casa mia si era fermato, aveva tolto il casco. Riccardo, aveva detto. Avevo aspettato. Sai che se hai bisogno di parlare sono qua.

Non di quello. Non di spiagge, non di scogliere. Di tutto il resto.

Avevo annuito. Lui aveva rimesso il casco, era ripartito. L'aria era ancora calda e sapeva di sale. Abbastanza.