
Spiaggia gay Rimini: il pomeriggio che non ho previsto
La spiaggia gay di Rimini la conoscevo già, o almeno credevo di conoscerla. Ero venuto qui tre anni prima con un gruppo di amici per un weekend di luglio, e me ne ero andato con la stessa leggerezza con cui ci ero arrivato. Il Bagno 26, i teli color senape degli ombrelloni, il rumore del mare basso nel pomeriggio tardo. Quando Luca mi ha proposto di accompagnarlo, ho detto sì con una facilità che avrei dovuto interrogare. Avevo dimenticato come stavamo quando lavoravamo insieme, cinque anni prima, o forse speravo che qualcosa di fondamentale fosse cambiato nel frattempo senza che nessuno dei due avesse dovuto dirlo.
Cinque anni fa e un invito che non era una domanda
Una settimana dopo la Toscana
Il mese di luglio era cominciato già storto. Avevo appena chiuso una settimana in Toscana con Luca che non avevo saputo leggere bene. Una serie di giorni in cui le coordinate del mio carattere si erano spostate senza che me ne accorgessi del tutto. Ne ero tornato con la valigia e con qualcosa di meno definito, un'inquietudine che si sistemava male nei cassetti.
Luca mi aveva mandato un messaggio tre giorni dopo. Rimini giovedì pomeriggio. Vengo per un cliente. Ti aspetto al Bagno 26 alle quattordici. Non era un invito. Era un programma. E io avevo risposto sì nel giro di tre minuti, cosa che di solito non facevo.
Lo conoscevo da quando aveva ingaggiato il mio studio per un progetto commerciale a Milano, cinque anni prima. Un complesso residenziale nella zona est, cantiere durato quattordici mesi. Luca Ferretti, cinquantotto anni sulla carta, molto meno nell'energia: imprenditore nel settore immobiliare, capelli grigi tagliati corti, mani di chi ha firmato mille contratti e ne ricorda i dettagli. Tra noi c'era sempre stata una cordialità misurata, il tipo di rapporto che funziona bene finché resta professionale. In Toscana la temperatura era cambiata.
I ruoli che portavamo in tasca
Io ho trentacinque anni e faccio l'architetto in un piccolo studio di tre persone che però ha già un nome nel settore. Sono divorziato da due anni, da un matrimonio che sembrava giusto finché non è diventato impossibile. Nella mia vita sentimentale e fisica tendo a stare dalla parte di chi dirige, con discrezione, senza bisogno di esibirlo. Non mi piace parlare di dinamiche. Preferisco che emergano. Con Luca le cose non erano mai arrivate a un punto esplicito, ma quella settimana in campagna aveva aperto una finestra che nessuno dei due si era preoccupato di richiudere.
Al Bagno 26 di Rimini: il pomeriggio si mette in posizione
Il Bagno 26 è quello che sembra dall'esterno: ombrelloni vicini, odore di crema solare, mare liscio fino all'orizzonte nel caldo piatto di luglio. L'atmosfera è rilassata, le conversazioni basse, qualche gruppo di ragazzi che ride vicino alla battigia. Luca era già seduto quando sono arrivato, con due birre ordinate e i sandali appoggiati sotto la sedia. Non si era alzato.
Mi sono avvicinato e lui aveva alzato lo sguardo con la calma di chi non ha fretta, come se io fossi quello in ritardo anche se ero puntuale. «Siediti» ha detto. E io mi sono seduto.
È stata quella la prima cosa che ho notato: lui dirigeva la logistica del pomeriggio senza chiedere. Ha chiamato il cameriere senza consultarmi sul menù. Ha sistemato gli ombrelloni a modo suo. Ha deciso che avremmo fatto un bagno verso le tre. Lo faceva in modo tranquillo, senza fretta, come chi è abituato a che le cose si muovano nella direzione che indica. Non stava imponendo nulla. Semplicemente stava guidando.
La spiaggia gay di Rimini, lato B
Ho capito a un certo punto che stavo seguendo il suo ritmo. La sedia, la birra in mano, la conversazione che andava dove portava lui. Non c'era niente di fastidioso in questo. C'era qualcosa che non sapevo nominare, una specie di sollievo, come quando lasci il volante dopo ore di autostrada e ti accorgi di quanto i muscoli delle braccia fossero contratti.
Abbiamo fatto il bagno. L'acqua era tiepida come succede con l'Adriatico a luglio, che accumula calore durante il giorno e lo restituisce lentamente. Nuotando vicino a lui ho sentito il contrasto tra il suo corpo più grande, più saldo, e il mio che si muoveva con quella precisione da corridore che ho costruito negli anni. Lui era nel suo elemento. Io stavo togliendo qualcosa che di solito non tolgo.
La cabina e quello che si smette di controllare
Spogliarsi di una cosa alla volta
Verso le quattro Luca ha detto: «C'è una cabina privata in fondo al corridoio. L'ho prenotata per il pomeriggio.»
Non era una domanda.
Mi sono alzato e l'ho seguito nel corridoio che corre dietro gli ombrelloni, pavimento di legno caldo, odore di salsedine e borotalco. La cabina era piccola ma non claustrofobica: pareti di legno chiaro, una panca lunga, un gancio alto, una finestra stretta che lasciava passare la luce senza lasciare vedere niente dall'esterno. Luca ha chiuso la porta a chiave.
Mi ha guardato con la stessa calma con cui aveva ordinato le birre. «Lascia fare a me», ha detto. Tre parole, nessuna negoziazione.
Mi sono tolto la maglietta. Lui si è avvicinato, ha messo una mano sulla mia spalla e l'ha girata di qualche grado, come per riorientarmi nello spazio. Non era brusco. Era preciso. Il gesto di chi sa dove vuole arrivare e non ha bisogno di spiegarlo ad alta voce. Ho sentito le sue dita sulla schiena, movimenti lenti, pressione controllata che trovava i nodi sotto le scapole con una familiarità che non avevo autorizzato consapevolmente ma che non volevo fermare.
Le mie mani avevano cercato un punto di appoggio sulla parete di legno e Luca le aveva prese una alla volta e abbassate lungo i fianchi. «Non serve», aveva detto. E aveva ragione.
Spogliarsi è stato il contrario di quello che mi aspettavo da una situazione del genere: niente urgenza, niente teatralità. Il costume bagnato di entrambi sul pavimento, la pelle ancora salata. Lui più grande di me per statura e peso, cinquantotto anni portati con una solidità che non era ostentazione. L'approccio era stato quello di qualcuno che non ha paura del tempo. I preliminari hanno avuto il ritmo di chi sa che la destinazione non cambia, quindi la strada può permettersi di essere lenta. Le sue labbra sulla mia spalla, sul collo, il modo in cui sapeva usare il peso del proprio corpo per spostarmi dove voleva senza mai forzare.
Mi aveva fatto sedere sulla panca e si era sistemato davanti a me, aveva preso il mio viso tra le mani con una sicurezza che conoscevo bene, che avevo sempre espresso io verso gli altri, e che adesso qualcun altro stava esercitando su di me. Non mi ero mai lasciato guidare del tutto. C'era sempre stata, in ogni situazione fisica della mia vita adulta, una parte di me che osservava e correggeva, che interveniva se qualcosa si allontanava dalla traiettoria prevista. Quel pomeriggio nella cabina del Bagno 26 ho smesso. Non l'ho deciso. È successo.
L'atto è stato lento, misurato, senza urgenza. Lui in controllo di ogni passaggio, io che cedevo terreno un millimetro alla volta, scoprendo che cedere non significava scomparire. Il legno caldo della panca, la luce che calava di tono dall'alto della finestra, il suono attutito del mare al di là delle pareti. Post-coitum, siamo rimasti fermi per qualche minuto. La sua mano aperta sul mio torace. Il mio respiro che si regolarizzava.
Quello che resta quando la cabina si riapre
Il disorientamento del nord
«Hai fame?» ha detto Luca quando ci siamo rivestiti. Sembrava lo stesso uomo di prima. Nessuna trasformazione visibile, nessuna frase che avrebbe richiesto risposta. Io stavo cercando le ciabatte sotto la panca e per qualche secondo non ricordavo dove le avevo lasciate.
Siamo andati a mangiare in un posto vicino al porto, pesce, tavola di legno, niente conversazioni difficili. Luca ha parlato di un progetto a Rimini nord, una palazzina degli anni settanta da ristrutturare, un cliente che non sapeva ancora cosa voleva. Ho risposto quando serviva. Stavo ancora raccogliendo qualcosa.
Non era dispiacere. Era una specie di disorientamento tecnico, come quando esci da un edificio che non conosci e per qualche secondo non sai da che parte è il nord. Avevo passato il pomeriggio a fare qualcosa che non facevo, e invece di sentirmi a disagio mi sentivo curiosamente integro. Come se avesse servito a qualcosa che non sapevo di dover fare.
Il ritorno a Nord e il volante che non ho ripreso
Ho guidato fino a Milano con la finestra abbassata anche in autostrada. La strada era vuota dopo Piacenza, solo il rumore basso del motore e il buio piatto della pianura padana.
Non ho capito quello che era successo quel pomeriggio. Non ho cercato di capirlo, almeno non subito. Ho pensato che Luca avrebbe mandato un messaggio nel giro di qualche giorno, e che io avrei risposto come sempre, in modo misurato, con la cortesia professionale che usavamo da cinque anni.
Ho pensato anche che la prossima volta, forse, non avrei cercato di riprendere il controllo così in fretta.





