
Spiaggia gay Rimini: l'alibi di Davide per una notte
La spiaggia gay a Rimini, se ci vai con il gruppo sbagliato, diventa la cosa più etero del mondo. Ombrelloni affiancati, birre in comune, qualcuno che gioca a racchettoni a due metri dalle onde. Io ero arrivato con cinque amici del corso di ingegneria, tutti e cinque eterosessuali certificati e contenti di esserlo, tutti e cinque che non sapevano niente di me. Quattro giorni al mare, avevo detto sì senza pensarci troppo. Avevo voglia di staccare, di non pensare a Filippo, il coinquilino che da maggio mi guardava in un modo che non riuscivo a decodificare. Rimini sembrava abbastanza lontana da tutto.
La quarta sera
Il messaggio che non avrei dovuto leggere
Era giovedì. Il giorno prima della partenza per casa. Gli altri erano già al bar sul lungomare, quello vicino al Bagno 70, a ordinare birre medie e a ridere di qualcosa che non mi riguardava. Io ero rimasto indietro cinque minuti, con il telefono in mano sotto la doccia pubblica della spiaggia, l'acqua fredda che non riusciva del tutto a togliermi il sale dalle spalle.
Un messaggio di Filippo: Quando torni?
Tre parole. Non com'è il mare, non porta qualcosa di buono, non niente di normale. Solo quando torni, con il punto interrogativo che sembrava quasi una pretesa. Avevo bloccato lo schermo senza rispondere e mi ero avvicinato al bar con la faccia da vacanza.
La cosa con Filippo era cominciata in modo ridicolo, come capita sempre con le cose che poi si complicano. Avevo scritto qualcosa di più articolato su di lui nel periodo dell'addio al celibato, in quell'episodio che avevo cercato di mettere in un cassetto e che invece continuava a uscire fuori ogni volta che tornavamo a casa negli stessi orari. Da maggio tra noi era rimasto qualcosa di irrisolto nell'aria dell'appartamento. Come una porta che nessuno dei due aveva il coraggio di aprire o di chiudere definitivamente.
Al bar mi ero seduto accanto a Matteo, che stava spiegando la differenza tra diritto amministrativo e diritto pubblico con una serietà applicata alla terza birra che sembrava quasi comica. Avevo ordinato anche io. E per la prima volta in quattro giorni avevo smesso di controllare il telefono ogni venti minuti. Il mare di luglio fa questo effetto, se ti lasci andare abbastanza da smettere di aspettare qualcosa.
L'uomo che non cercavo
Sul muretto vicino al chiosco chiuso
Non sapevo esattamente quale fosse il tratto di spiaggia libera più frequentato da uomini gay a Rimini. Lo avevo intuito per accumulo di segnali, guardando chi si sedeva dove e come. Ci ero capitato per la prima volta il secondo giorno inseguendo un cono di granita al limone da un chiosco che poi aveva abbassato la serranda prima che arrivassi. Ci ero ritornato la sera del giovedì, dopo la birra con il gruppo.
Gli altri erano andati in discoteca sul lungomare, una di quelle con l'ingresso a pagamento e la musica che conosci già prima di entrare. Io avevo detto che ero stanco, che li avrei raggiunti dopo, che mandavo un messaggio quando uscivo. Avevo detto tante cose che non avevo intenzione di fare.
Era quasi le ventuno. Il cielo sopra il mare aveva quella sfumatura arancione che dura otto minuti e poi sparisce. Mi ero seduto su un muretto vicino al chiosco delle granite, scarpe in mano, sabbia ancora tra le dita dei piedi.
L'uomo era seduto sul muretto accanto al mio. Ventisei o ventisette anni, capelli scuri tagliati corti sulle tempie, una maglietta bianca con una macchia di ketchup all'altezza del fianco sinistro che non sembrava disturbarlo per niente. Mani larghe, i polsi abbronzati fino alla piega del gomito. Un modo di guardare il mare che sembrava quasi professionale, come se stesse eseguendo un compito che richiedeva attenzione sostenuta.
"Granite è chiuso," aveva detto, senza girarsi. "Chiudono alle venti e trenta."
"Lo vedo."
"Stavi aspettando?"
"No," avevo risposto. "Stavo solo seduto."
Si chiamava Marco, faceva il barista in un locale a trecento metri da lì, la stagione finiva a settembre e poi si capiva. Uno di quelli che a ottobre spariscono verso qualcosa che non raccontano mai con molta precisione. Ci eravamo messi a parlare in modo naturale, senza lo sforzo tipico di certe conversazioni avviate con uno scopo. Aveva una voce bassa, pausa lunga tra una frase e l'altra, come se aspettasse che ogni concetto si sistemasse prima di aggiungerne un altro.
A un certo punto il cielo era diventato viola scuro e nessuno dei due si era mosso.
Via dai rumori
Appartamento in via Brindisi
Avevo camminato accanto a lui per venti minuti prima che dicesse qualcosa di diretto. Era uno di quelli che non riempiono il silenzio per educazione, che aspettano che la cosa si compia da sola o non si compia.
"Hai voglia di venire da me un momento?" aveva detto, infine.
"Sì," avevo risposto, con la stessa semplicità.
Il suo appartamento era in via Brindisi, nel quartiere residenziale dietro il lungomare, un palazzo anni Ottanta con il citofono da premere due volte. Mansarda all'ultimo piano, soffitto basso che scendeva verso la finestra, una finestra che dava sui tetti e su un pezzo di cielo che a quell'ora era già quasi nero. Niente arte alle pareti. Un poster di un film che non riconobbi, una chitarra appoggiata alla parete che non sembrava suonata di recente, uno zaino aperto vicino alla porta con dentro roba da lavoro.
Un posto di transito, vissuto di passaggio, che però aveva addosso un odore specifico di abitudine: sapone, caffè rimasto, legno caldo.
Solo per questa notte
La finestra aperta sul tetto
Ci eravamo guardati un momento nel mezzo della stanza, con la calma di chi sa già com'è fatta la cosa che sta per fare, non quella di chi ci pensa ancora.
Marco aveva preso la maglietta bianca e l'aveva tolta con un gesto distratto, come se l'azione non richiedesse attenzione particolare. Aveva il petto abbronzato, qualche pelo scuro al centro, un tatuaggio piccolo sul fianco destro, caratteri che non riuscii a leggere nell'ombra. Si era avvicinato e mi aveva preso la faccia con le mani, quelle mani larghe che avevo notato sul muretto, e mi aveva baciato lentamente.
Mi ero tolto la camicia. Le sue mani erano scese sulla schiena, poi sullo stomaco, poi sulla cintura, con una qualità economica nei movimenti che non lasciava niente di superfluo. Come qualcuno che fa una cosa conoscendola dall'interno.
Eravamo finiti sul letto. La finestra era rimasta aperta e si sentiva da fuori la musica lontana del lungomare, bassa, un battito continuo che era quasi confortante.
Lui si era messo in ginocchio sul materasso, aveva abbassato la testa verso di me, e io avevo incrociato le dita nei suoi capelli corti senza stringere. Lo aveva fatto con la stessa attenzione assorta con cui guardava il mare, lentamente all'inizio, poi con più ritmo, poi ancora più lento, calibrando qualcosa che stava imparando in tempo reale. Avevo respirato nel cuscino. Dall'appartamento di sotto arrivava la voce di qualcuno che guardava la televisione, un suono ovattato e lontano che rendeva la stanza ancora più silenziosa per contrasto.
Dopo ci eravamo girati. Aveva tirato fuori un preservativo dal cassettino del comodino, lo aveva indossato, aveva aspettato che io dicessi sì con il corpo prima di muoversi. Lo avevo detto.
Si era mosso piano all'inizio, con le mani appoggiate sui miei fianchi come per trovare il punto di equilibrio, poi aveva aumentato il ritmo, poi ancora aveva trovato qualcosa nel mezzo che non era né lento né veloce ma stava esattamente dove doveva stare. Io avevo tenuto gli occhi aperti sul soffitto basso della mansarda, su quella finestra che lasciava passare il cielo quasi nero e la musica lontana. Non avevo pensato a niente. Non al gruppo, non al corso, non al messaggio di Filippo. Per la prima volta in settimane stavo solo dentro quello che stava succedendo in quel momento.
Era arrivato con la testa abbassata nel mio collo, un suono trattenuto quasi fino in fondo. Io avevo seguito trenta secondi dopo, con la mano che stringeva il lenzuolo senza una ragione specifica.
Poi silenzio. La musica dal lungomare. L'aria di luglio che entrava dalla finestra con odore di salsedine.
Il mattino dopo
Caffè e uscita
Marco aveva impostato la sveglia alle sei e mezza perché iniziava il turno alle otto. Io mi ero alzato quasi insieme a lui, mi ero rimesso le scarpe nell'ingresso, avevo preso il telefono. Quattro messaggi degli altri: dove sei, tutto bene, ci vediamo domani, buonanotte comunque.
Avevo risposto: stavo girando, mi sono addormentato presto, a domani.
L'alibi era banale. Regge sempre, con queste cose, perché nessuno vuole davvero sapere la risposta quando fa queste domande.
Marco mi aveva accompagnato alla porta con due caffè, uno per me, uno per lui, in due bicchieri di plastica del distributore automatico che aveva nell'ingresso. Ci eravamo salutati senza promesse, senza numeri di telefono, senza la parte in cui si dice ci risentiamo come se fosse probabile.
Fuori era già caldo. Rimini al mattino presto ha quell'odore specifico di salsedine e asfalto che si scalda in fretta, un odore di stagione, di cose temporanee. Avevo camminato verso il lungomare con il caffè in mano, e a un certo punto mi ero reso conto che non avevo guardato il telefono per le ultime otto ore.
Il messaggio di Filippo era ancora lì, senza risposta.
Quando torni?
Al ritorno lo avrei guardato con più calma. Rimini mi aveva dato quello spazio, almeno quello.





