
Saune gay Torino: Federico e il sabato di casa
Federico non aveva programmato niente. Le saune gay a Torino le conosceva per nome, non per esperienza: era sempre stato il tipo da altre città, da altri aeroporti, da altre notti anonime in posti che non lo aspettavano. Eppure sabato pomeriggio, con i genitori fuori fino alle sette e la casa della sua infanzia troppo silenziosa, aveva preso la metro verso San Salvario senza pensarci troppo. Torino d'agosto ha un'aria strana, più ferma delle città in cui lavora, più lenta delle mete in cui finisce per fare le valigie. Il campanello di quel posto lo aveva suonato con una mano sola, senza aspettarsi nulla di preciso.
Torino in agosto
Tre giorni. Il compleanno della madre cade sempre a ridosso di Ferragosto, quando Torino si svuota ma la Crocetta resta in piedi: i portoni si chiudono tardi, i bar hanno ancora i tavolini fuori, e la madre cucina come se aspettasse qualcuno che arriva da lontano.
Federico era arrivato il giovedì con un trolley da cabina, aveva dormito nel letto della sua adolescenza, aveva lasciato i dati finanziari di un cliente sull'hard disk del portatile e non li aveva aperti. Era un esercizio. Tre giorni senza lavoro vero. Il compleanno della madre era il confine.
Sabato i genitori erano usciti presto, verso le undici: un giro al mercato di Porta Palazzo, poi da una zia in Barriera di Milano. Tornavano per cena. Federico aveva acceso il caffè, letto per un'ora sul balcone, poi si era ritrovato a guardare la mappa di San Salvario sul telefono come se fosse una cosa normale da fare in una mattina d'agosto a casa dei propri genitori.
Non lo era. Eppure lo aveva fatto.
Si era detto che era curiosità. Che voleva solo vedere com'era. Che poteva sempre non entrare, suonare e andarsene, come se il campanello contasse più della decisione. Ma quando la metro aveva fermato a Porta Nuova e lui aveva imboccato via Nizza verso il quartiere, sapeva già che avrebbe suonato. Sapeva già che sarebbe entrato.
Dentro, verso il vapore
La sauna si trovava in una traversa tranquilla, non distante dalla Mole. Il portone era neutro, discreto nel modo in cui solo certe porte sanno essere: una targa piccola, un citofono, niente di più. Federico aveva suonato, aspettato, era entrato.
Aveva pagato il biglietto, preso l'asciugamano bianco, trovato un armadietto in fondo al corridoio. Gli spogliatoi erano silenziosi. Un ragazzo con i capelli castani lo aveva sfiorato passando verso la zona sauna, aveva alzato gli occhi un secondo, niente di più. Federico aveva annodato l'asciugamano in vita e aveva seguito il calore.
La zona umida era piccola ma curata: una vasca, un'area bagno turco, una sauna finlandese con panche in legno chiaro. C'erano sei o sette persone sparse. Nessuna urgenza, nessun movimento brusco. Federico si era seduto su una panca in fondo, aveva chiuso gli occhi, aveva sentito il vapore posarsi sulle spalle come qualcosa che aspettava di trovarlo lì. Il profumo era di eucalipto e legno caldo.
Quella sensazione di essere fuori dal circuito solito, in una città che conosceva a memoria ma che non aveva mai esplorato in quel modo, era più strana di quanto si aspettasse. Non sgradevole. Solo diversa. A Dubai, a New York, altrove, arrivava sempre senza storia: era Federico-il-viaggiatore, il tipo che prenota il volo e poi ci pensa. Qui invece aveva un cugino a tre quartieri di distanza e una madre che la sera avrebbe aspettato il suo ritorno per cena.
Il ragazzo dai capelli castani era entrato due minuti dopo. Si era sistemato sul bordo opposto, aveva appoggiato le braccia sulle ginocchia. Mani larghe. Trent'anni, forse trentuno. Qualcosa nel modo di stare fermo che non era imbarazzo: era semplicemente presenza.
Erano rimasti così per un po', con il vapore che saliva e attutiva i suoni del pomeriggio.
Una proposta chiara
Fu il ragazzo ad avvicinarsi per primo, scendendo dalla panca e spostandosi di qualche passo. Si fermò a una distanza che lasciava ancora spazio, abbastanza da poter scegliere.
"Posso avvicinarmi?" disse, con una voce bassa che non era un sussurro.
"Sì," rispose Federico.
Quello che seguì fu lento e consapevole. Il vapore attutiva tutto, i rumori, i contorni, il senso di dove finiva la sauna e dove cominciava il resto. Federico teneva gli occhi aperti. L'altro anche. A un certo punto il ragazzo si fermò di nuovo.
"Va bene continuare?"
"Sì. Continua."
Non c'era nient'altro da aggiungere. Il calore era già alto, il legno sotto di loro era levigato dal tempo, e Torino fuori non sapeva nulla di quello che stava succedendo dentro.
Erano rimasti insieme una mezz'ora, forse meno. Poi si erano alzati, quasi in silenzio, e si erano diretti verso la zona comune dove l'aria era più fresca e meno densa. Federico aveva la netta sensazione di aver fatto qualcosa di semplice e al tempo stesso di difficile da spiegare: era venuto in una sauna a Torino, nella sua città, e non si era sentito fuori posto nemmeno per un secondo.
Il nome e il riconoscimento
Nella zona comune c'erano due divanetti bassi e una macchinetta del caffè. Il ragazzo si era versato un bicchiere d'acqua e si era sistemato con la schiena allo schienale, in quel modo che sembrava dire che non aveva fretta di nessun posto.
"Di dove sei?" chiese Federico, più per occupare il silenzio che per altro.
"Qui. Crocetta." Alzò gli occhi. "Tu non sei di Torino."
"Sì che lo sono. Crocetta anch'io, però vivo a Milano da sette anni."
Il ragazzo sorrise di lato. "Allora sei di Torino."
Si chiamava Mattia. Trentun anni, lavorava in uno studio di ingegneria civile non lontano da Porta Susa. Capelli castani ancora umidi, una cicatrice sottile sul mento destro, le mani larghe di chi lavora anche fisicamente. Federico gli aveva chiesto del lavoro, lui aveva risposto con la stessa concisione con cui aveva risposto a tutto il resto, e poi aveva chiesto del suo.
"Consulente. Big four. Milano e poi in giro." Federico indicò vagamente il soffitto, intendendo il mondo.
"Capito," disse Mattia. "Che scuola hai fatto qui?"
"D'Azeglio. Tu?"
"Gioberti."
Federico rimase un momento. "Mio cugino Luca è andato al Gioberti. Classe del novantatré."
Mattia rimase in silenzio qualche secondo. "Novantaquattro. Però conosco un Luca dalla sezione B. Alto, capelli rossi da ragazzo."
"Sì, lui."
Si guardarono. C'era qualcosa di preciso in quel momento, la meccanica esatta del caso che aveva deciso di mostrarsi: avevano fatto parte dello stesso sistema di relazioni per anni, connessi da un nome e da una scuola superiore, e non si erano mai incrociati. Non sapevano com'era il viso dell'altro fino a quaranta minuti prima. Probabilmente erano stati nella stessa stanza qualche volta, ai compleanni dei cugini, in qualche bar sotto i portici, senza mai fermarsi abbastanza da scambiarsi un nome.
"Torinesi," disse Mattia alla fine, come se fosse una spiegazione sufficiente.
Federico rise. Era la prima volta in quei tre giorni che rideva in modo davvero spontaneo, senza costruirlo.
La città che non conosceva ancora
Uscì verso le cinque. L'aria d'agosto fuori era più leggera di quanto si aspettasse. Camminò fino alla fermata della metro, poi decise di andare a piedi: via Nizza, poi su verso il Valentino, poi lungo il Po. Torino si lavorava meglio a piedi, lo sapeva, ma non lo faceva mai quando tornava: tornava per la madre, per il letto dell'adolescenza, per la cucina. Non per camminare.
Aveva già capito altre volte, in altri posti, che le storie migliori della sua saga non erano quelle con gli scenari più spettacolari. A Dubai, quella notte sul rooftop del JBR con Rashid: alla fine non era il Burj a restare, era il dettaglio piccolo, la finestra aperta, il silenzio tra una frase e l'altra. Stessa cosa con Marcus a New York, in quel weekend romantico in cui aveva accettato il secondo invito per la prima volta nella saga.
Il filo più sottile. Quello che non si vede subito.
Mattia abitava a tre fermate da casa dei suoi genitori. Probabilmente non si sarebbero rivisti: Mattia aveva la sua vita qui, Federico aveva la sua altrove, e nessuno dei due aveva lasciato un numero. Non era una perdita. Era semplicemente come andavano le cose quando si era onesti su quello che si stava cercando.
Torino, però, gli era sembrata per la prima volta una città possibile. Non solo la città della madre, non solo il luogo da cui era partito a ventitre anni con la valigia e una lettera di assunzione in tasca. Anche una città con le sue traversine, i suoi portoni discreti, i suoi pomeriggi d'agosto in cui poteva succedere qualcosa che non aveva programmato.
Anche Federico, a quanto pareva, aveva un sé meno viaggiato di quanto pensasse. Uno che non aveva ancora esplorato casa.
Arrivò in tempo per apparecchiare la tavola. La madre non chiese dov'era stato. Federico non disse nulla. Quella sera il vino era buono e il silenzio tra di loro era di quelli che non pesano.



