
Sauna gay Roma: il pomeriggio di marzo prima di partire
Mi chiamo Tommaso, ho ventidue anni e fra tre giorni mi trasferisco a Milano per un dottorato in fisica al Politecnico. Sono romano, ho passato qui tutta la vita, e in questi mesi prima di partire ho cominciato a fare una lista mentale di cose da fare prima del trasferimento, una specie di archivio dell'ultimo me romano da lasciare a memoria. In cima alla lista c'era una sauna gay Roma centro, una di quelle di cui si parla con un misto di soggezione e di curiosità adulta. Quel pomeriggio di marzo ci sono andato.
Il portone bordeaux, il numero 47
L'ultima settimana romana aveva una luce diversa, come se gli spazi che avevo dato per scontati per ventidue anni mi mostrassero improvvisamente i dettagli, le crepe, i riflessi. Dicevo "annamo" agli amici al telefono e sentivo già il peso della cadenza che presto avrei dovuto moderare a Milano. Pensavo "ammazza, quanto mi mancherà tutto questo" mentre preparavo gli scatoloni della camera di via Tacito. La decisione di andarci non è stata una decisione, è stata un impulso pragmatico: una cosa da fare prima di partire, un segno da lasciare al mio io futuro.
La facciata era anonima, un portone bordeaux in una strada laterale del centro che avevo percorso mille volte senza mai notarlo. Dentro, l'odore di cloro e legno caldo mi ha avvolto prima ancora di capire dove fossi. La tessera di plastica al bancone aveva un numero stampato in nero: 47. L'armadietto era stretto, metallico, freddo sotto le dita. Mi sono spogliato con movimenti goffi, sentendo lo sguardo ipotetico degli altri uomini che già affollavano i corridoi bassi, illuminati da luci rosse soffuse. L'asciugamano bianco che mi avevano dato all'ingresso era piccolo, appena sufficiente per coprirmi i fianchi. Tenevo le mani lungo i bordi dell'asciugamano, troppo strette, troppo coscienti. "Annamo, fa' il navigato," mi dicevo, ma il "navigato" era una maschera che non mi entrava. Ho camminato per il corridoio con il passo di uno che non sa dove sta andando ma fa finta di saperlo.
Una porta in fondo aveva una targhetta: "Sala vapore". Un'altra: "Cabine". Un'altra ancora: "Sale relax". Ho varcato la porta della sala vapore, e il caldo umido mi ha tolto il fiato. La luce era ancora più bassa, le pareti di legno scuro, il vapore che saliva da pietre roventi al centro della stanza. Seduto sulla panca di legno accanto alla porta, c'era lui.
Marcello, i quarantacinque anni, il vetro opaco
Non sembrava avere fretta. Stava seduto, le mani appoggiate aperte sulle cosce, la testa leggermente reclinata contro la parete di legno. Capelli sale e pepe corti, barba di tre giorni, mani grandi e callose di chi lavora con il corpo. I suoi occhi scuri mi hanno incrociato subito, senza insistenza ma con una presenza che riempiva lo spazio vaporoso fra di noi. Io ho fatto il navigato, mi sono sistemato dall'altra parte della sala, cercando di imitare la sua postura rilassata. I nostri sguardi si sono incrociati più volte, attraverso il vapore che saliva da un secchio di pietre roventi. È stato lui a muoversi per primo, non verso di me, ma verso la porta, uscendo con una lentezza studiata. Sono rimasto qualche secondo, poi l'ho seguito.
Nel corridoio, la luce era più bassa. Si è fermato davanti alla porta di una cabina, l'ha aperta e, prima di entrare, si è girato a guardarmi. Non ha detto una parola, solo un cenno del capo verso l'interno. Dentro c'era un lettino rivestito di plastica, uno sgabello, e una parete che non era tutta parete: un pannello di vetro opaco, alto dalla vita in su, dava sul corridoio. Da fuori si sarebbe vista solo una sagoma sfocata, un movimento di corpi senza dettagli. Sono entrato. Lui ha chiuso la porta a chiave, e quel suono metallico mi ha fatto sussultare.
"È la prima volta vera, vero?" mi ha chiesto, voce bassa e calda, senza giudizio.
"La prima qui, sì."
"Hai mai stato con un uomo?"
"Due volte, con uno della mia età."
"Non devi fare niente che non vuoi. Se vuoi, altrimenti torno a fare la mia."
"Voglio."
Ha sorriso, un sorriso che gli ha solcato gli angoli degli occhi. "Marcello."
"Tommaso."
"Quanti anni?"
"Ventidue."
"Quarantacinque."
Mi ha guardato un secondo, in attesa. Ho annuito. Non era una domanda, era un'informazione che mi stava dando perché io potessi confermare. La differenza di età non mi pesava, mi alleggeriva. Lui aveva la calma di chi sapeva quello che faceva e niente da dimostrare. Io ero ancora liscio, con un piccolo tatuaggio triangolare sul fianco sinistro che sembrava un giocattolo rispetto alla sua sostanza.
"Tra poco passerà qualcuno," mi ha detto poi, indicando il vetro opaco. "Se vuoi, rimani visibile. Io ti guardo da qui, mentre ti tocco. La gente vede solo sagome, qui dentro è il gioco. Ma decidi tu."
"Va bene così."
Le sue mani hanno cominciato a esplorarmi, non con avidità ma con calma, come se stesse leggendo una mappa del mio corpo. Quando qualcuno è passato nel corridoio, una sagoma scura attraverso il vetro, lui ha sussurrato: "Passano." Quel sussurro mi ha fatto venire i brividi, non per il passaggio in sé, ma per la consapevolezza di essere parte di un rituale silenzioso, un codice che chi frequentava quel posto conosceva senza bisogno di parole.
Una seconda sagoma è passata dopo qualche secondo, più lenta, e Marcello ha fatto scivolare la mano più in basso. Mi ha fatto sedere sul lettino. "Stai bene?" "Sì." "Davvero?" "Davvero." Si è inginocchiato fra le mie ginocchia. La sua bocca era esperta in un modo che non conoscevo, non con ostentazione ma con una cura quasi seria, e ogni volta che il mio respiro si accorciava troppo lui rallentava di sua iniziativa. Quando mi sono sentito troppo vicino gli ho stretto la spalla. Si è tirato su.
"Vuoi che andiamo oltre?" mi ha chiesto.
"Sì."
"Hai mai?"
"No."
"Allora andiamo piano. Ho un preservativo qui, tieni sempre, fra l'altro qui dentro la regola è quella."
L'ha tirato fuori da una piega dell'asciugamano. Mi sono girato di spalle, le mani appoggiate al lettino di plastica, le gambe leggermente divaricate sul pavimento di gomma. Lui in piedi dietro di me, una mano sul mio fianco, l'altra fra le mie scapole. È entrato lentamente, fermandosi ogni due secondi a chiedermi senza parole se andava bene, e ricominciando solo quando il mio respiro lo confermava. Quando il dolore iniziale è diventato qualcosa di diverso, ha tenuto un ritmo basso e profondo, controllato dal fatto che dietro il vetro opaco passava ancora gente. Abbiamo dovuto stare attenti al respiro più che ai movimenti. La sua mano sul mio fianco ha stretto una volta, breve, preciso, e tutto si è chiuso silenziosamente come doveva, la sua fronte appoggiata fra le mie scapole.
Le docce, il caffè, e una frase precisa
Sono rimasto fermo qualche secondo. Lui si è ritirato lentamente, ha tolto il preservativo, l'ha annodato e l'ha messo in un cestino di plastica nell'angolo della cabina. Dopo, sotto le docce comuni del corridoio, l'acqua fredda ci ha svegliato da quel torpore vaporoso. Ci guardavamo senza la necessità di parlare, ma abbiamo parlato lo stesso. Mi ha invitato al caffè della sauna, una piccola area con macchinette automatiche e pochi tavolini.
"Qui il caffè è decente," ha detto, versando due tazzine nere.
Mentre bevevamo, mi ha raccontato di sé senza pesare. "D'estate faccio il bagnino a Sabaudia. D'inverno un po' di tutto. Qui ci vengo da anni." Non mi ha chiesto del dottorato, non ha fatto domande sul futuro. Ha parlato di Roma, di mare, di come la luce del tramonto sul lungomare di Sabaudia fosse diversa da ogni altra luce. "D'estate me ne sto in piedi sulla torretta del bagnino," ha detto, "e mi guardo le coppie sulla riva. Le donne con i mariti, i bambini che corrono. E poi vedo i ragazzi che vengono da soli, che si sdraiano sotto l'ombrellone numero ventisei perché qualcuno gli ha detto che lì si incontrano. E penso: ognuno ha la sua geografia, le sue mappe interne. Tu adesso te ne vai a Milano, e ti farai la tua mappa di lì."
Ho ascoltato, assaporando il caffè amaro e la novità di quella conversazione. Mi ha raccontato che la sauna gay Roma dove ci trovavamo era stata aperta negli anni Novanta, che lui ci veniva dal duemila, che aveva visto generazioni di ventenni passare e poi sparire. "Tu sei uno di quelli che torneranno," mi ha detto a un certo punto, fissandomi sopra il bordo della tazzina. "Lo vedo."
Non era un addio, e non era nemmeno un inizio. Era stato un incontro, e basta: lui mi aveva mostrato un mondo, e io l'avevo attraversato senza cercare di portarmelo dietro.
Il marciapiede, la luce di marzo
Siamo usciti insieme sulla strada. Era ancora pomeriggio, la luce di marzo a Roma è una cosa precisa, dorata e tagliente allo stesso tempo. Ci siamo fermati un attimo sul marciapiede, davanti al portone bordeaux. "In bocca al lupo per Milano," ha detto Marcello, porgendomi la mano. Non una pacca sulla spalla, non un abbraccio. Una stretta di mano solida, calda. "Crepi," ho risposto. Poi si è voltato e se n'è andato, senza voltarsi indietro.
Ho camminato verso casa, sentendo ancora l'odore di cloro e di legno sulla pelle, sotto la doccia che avevo appena fatto. I rumori del traffico, le voci della gente che usciva dai negozi, tutto mi sembrava più vicino, più reale. Avevo fatto una delle cose della mia lista, e non era andata come mi aspettavo. Era andata meglio. Sapevo che a Milano avrei cercato altre saune, e sapevo che non sarebbero state come questa. Tre giorni dopo ero sul Frecciarossa per Milano Centrale con tre valigie e una scatola di libri, e cinque mesi dopo, in una sauna a Lambrate dietro una facciata anonima, avrei conosciuto un fuori sede di Bari alla sua prima volta che mi avrebbe ricordato esattamente quello che Marcello aveva fatto con me a Roma. La mappa, alla fine, si fa così.





