
Sauna gay Roma: il giovedì di Federico e il romano
La prima volta che sono entrato in una sauna gay Roma avevo trent'anni, una 24 ore consegnata a Milano tre settimane prima, e un giovedì pomeriggio che nessuno si era preoccupato di riempire.
Il cliente era in via del Tritone, uno studio di architettura che voleva ripensare il processo di acquisizione dei cantieri. Due giorni di workshop: il mercoledì di briefing e il giovedì mattina con i responsabili di area. Finite le presentazioni, il mio referente mi aveva salutato con una stretta di mano breve e un «ci aggiorniamo a settembre», e io ero rimasto sul marciapiede con il laptop a tracolla, quattro ore prima del Frecciarossa delle diciotto, e Roma che nel pomeriggio di maggio aveva già quella luce giallina che la rende difficile da ignorare.
Ho preso il 23 fino a Testac...
La prima volta che sono entrato in una sauna gay Roma avevo trent'anni, una 24 ore consegnata a Milano tre settimane prima, e un giovedì pomeriggio che nessuno si era preoccupato di riempire.
Il cliente era in via del Tritone, uno studio di architettura che voleva ripensare il processo di acquisizione dei cantieri. Due giorni di workshop: il mercoledì di briefing e il giovedì mattina con i responsabili di area. Finite le presentazioni, il mio referente mi aveva salutato con una stretta di mano breve e un «ci aggiorniamo a settembre», e io ero rimasto sul marciapiede con il laptop a tracolla, quattro ore prima del Frecciarossa delle diciotto, e Roma che nel pomeriggio di maggio aveva già quella luce giallina che la rende difficile da ignorare.
Ho preso il 23 fino a Testaccio.
Sul tram non ci sono seduto: ero rimasto in piedi vicino alla porta posteriore, con il trolley tra le gambe e il laptop in braccio, a guardare il Tevere che compariva e spariva tra i palazzi. Ci sono città in cui sai già, appena esci da un appuntamento di lavoro, che quel pomeriggio non è ancora finito. Roma per me è quasi sempre così.
Il Cosmos di giovedì
Il Cosmos è in una traversa di via Marmorata, al piano interrato di un palazzo che non ha niente di speciale. Ci ero passato davanti due anni prima. Ero in trasferta per una conferenza di fisica applicata, e avevo sentito il nome in un contesto che mi aveva già sorpreso, un po' come era successo con la sauna a Napoli che avevo trovato quasi per caso durante una settimana di panel e pranzi di lavoro. Anche lì si trattava di qualcosa che esiste solo se sai già che esiste. Avevo salvato l'indirizzo sul telefono senza pensarci troppo.
Quel giovedì ci ho pensato.
L'ingresso era gestito da un ragazzo con gli occhiali tondi e la maglietta del locale, che ha preso i miei ventidue euro senza alzare lo sguardo, mi ha dato una chiave con un numero e un asciugamano piegato con precisione quasi militare. Il corridoio verso gli spogliatoi aveva il pavimento in piastrelle grigie, le pareti color mattone, una luce calda che già dall'inizio ti dava l'idea di essere dentro qualcosa di sospeso rispetto al fuori.
Roma fuori. Asciugamano in vita dentro.
L'area umida era al fondo: una grande vasca circolare, la sauna finlandese con le pietre a sinistra, il bagno turco a destra. Il giovedì pomeriggio il locale era a metà, una ventina di uomini tra i trenta e i cinquanta, nessuno che parlava ad alta voce. C'era una qualità romana nel silenzio di quella stanza, una specie di flemma corporea, come se nessuno avesse nulla da dimostrare e il tempo avesse deciso di rallentare anche lui per stare al passo.
Ho passato venti minuti nella sauna finlandese e poi altri dieci sotto la doccia fredda. Quando sono uscito nel corridoio centrale, le cabine private erano per metà chiuse. Un uomo con i capelli grigi stava leggendo qualcosa sul telefono seduto su una panca. Un altro dormiva, o almeno sembrava dormire, con l'asciugamano sugli occhi.
Il romano
L'ho notato nell'area relax, seduto su uno dei lettini inclinati vicino alla parete, con l'asciugamano appena a coprire le cosce. Aveva quarantadue anni forse, quarantacinque al massimo, la corporatura di chi ha passato vent'anni su un cantiere: spalle larghe e piatte, il petto con qualche ciuffo di pelo scuro che diventava più rado verso lo stomaco, le mani grandi con le nocche leggermente screpolate. Una piccola cicatrice sul sopracciglio sinistro, bianca sul marrone della sua pelle. Quando si è accorto che lo guardavo, non ha abbassato gli occhi.
«Hai trovato posto sto pomeriggio, eh», ha detto. Non era una domanda.
Aveva la voce bassa, con quella cadenza romana che incasella il ritmo nelle frasi come se ogni concetto fosse già concluso prima ancora di essere detto fino in fondo.
«Arrivo da Milano», ho risposto.
«Ah.» Ha spostato appena il peso sull'altro fianco. «Vengo a vede' che hanno fatto di bello a Milano, ammazza.»
Non ho capito bene cosa intendesse, ma non importava. La conversazione durava quello che doveva durare.
Si è alzato dal lettino senza fretta, si è stirato con le braccia aperte in un gesto largo, e ha guardato il corridoio verso le cabine con la stessa flemma con cui aveva guardato me. Una specie di invito formulato interamente con la postura.
Quello che mi aveva colpito, nel modo in cui si era alzato, era l'assenza totale di esibizionismo. Non stava recitando niente. Erano le tre e mezza del pomeriggio in una traversa di Testaccio, e per lui era semplicemente quello che stava facendo in quel momento.
Ho seguito.
La cabina
Uno spazio di due metri per poco più, con un materasso ricoperto di un telo fresco, un gancio sul muro per l'asciugamano, una luce soffusa che proveniva da una striscia al soffitto. Lui ha chiuso la porta e si è tolto l'asciugamano senza cerimonie, lo stesso modo in cui probabilmente si cambiava dopo una giornata di lavoro: naturale, senza il minimo imbarazzo di essere guardato.
Aveva un'erezione già parziale. Ho fatto lo stesso.
Ci siamo avvicinati senza fretta, le mani che prendevano confidenza dei contorni prima di stringere. Le sue erano calde nonostante il vapore, e pesanti nel modo giusto: quando mi ha preso il collo, la pressione era decisa ma controllata. Ha inclinato la testa e mi ha baciato, la barba ispida che graffiava sulle guance, la bocca che sapeva di acqua minerale. Ho sentito il peso del suo torace contro il mio, il calore della sua pelle che era diversa dalla pelle bagnata del bagno turco, più secca, più concreta.
«Dai», ha detto piano, come se il tempo fosse una risorsa che gestiva lui.
Mi ha spinto con delicatezza sul materasso e si è abbassato. Con la bocca era metodico, come chi conosce il proprio mestiere senza eccesso di esibizionismo: pressione costante, variazione di ritmo, le mani sul mio fianco a tenermi fermo quando involontariamente ho sollevato i fianchi. Ho sentito le nocche screpolate della sua mano destra stringersi appena, e quello mi è rimasto dentro come un dettaglio preciso in un'immagine altrimenti morbida.
L'ho fatto girare dopo un po'. Ho restituito quello che mi aveva dato, lentamente, con attenzione a quello che rispondeva bene. Aveva un modo specifico di respirare quando andava bene: un suono breve e trattenuto, come uno che non si è abituato a darsi il permesso di farselo sentire. Ho continuato in quella direzione, le mani che tenevano i suoi fianchi.
Poi mi ha guardato dall'alto, un'occhiata rapida e diretta.
«Hai il preservativo?»
L'ho preso dalla tasca interna della borsa che avevo lasciato sul gancio.
Sono entrato in lui lentamente, lui che reggeva il fiato al primo momento e poi lo ha lasciato andare con un suono basso, le spalle che si sono abbassate di qualche centimetro come se avesse finalmente potuto smettere di tenerle su. Ho tenuto un ritmo calibrato, ascoltando quello che dava in risposta: la testa che scendeva sul braccio piegato, le sue dita sul telo che si stringevano e si allentavano. A un certo punto ha detto «così, vie' qua», senza alzare la voce, e ho capito che era esattamente quello.
L'orgasmo è arrivato per lui prima: le spalle che si sono contratte, un respiro lungo e trattenuto, la sua mano destra che si è mossa per compensare. Io ho aspettato qualche secondo, ho sentito i muscoli intorno a me stringersi ancora una volta, e poi il mio, con un'intensità che non avevo previsto.
Siamo rimasti fermi per un momento.
«Te piace Roma?» ha detto alla fine, con un tono che non stava davvero chiedendo nulla.
«Quando ho tempo di guardarla.»
Ha fatto un verso che era più o meno un mezzo assenso, si è alzato e si è riavvolto l'asciugamano in vita con la stessa precisione con cui aveva fatto tutto il resto.
Uscita
Le docce del Cosmos sono in fondo al corridoio, separate dallo spogliatoio. Ci siamo incrociati ancora una volta, lui che andava verso l'uscita con una sacca a tracolla che non avevo notato all'entrata, io ancora bagnato con l'asciugamano sui fianchi.
«Buon rientro a Milano», ha detto, senza fermarsi.
Ho recuperato il laptop nello spogliatoio, ho riallacciato le scarpe seduto sulla panca in legno, ho controllato l'ora: le cinque meno dieci. Fuori, via Marmorata aveva la stessa luce gialla di prima, i platani facevano ombra sul marciapiede, e un tram passava in direzione Piramide con i freni che stridevano appena. Un bambino sul marciapiede tirava un pallone contro un portone. Due ragazze con le buste della spesa ridevano di qualcosa che non ho sentito.
Il Frecciarossa delle diciotto era puntuale. Mi sono seduto al finestrino, ho appoggiato la testa al vetro. La città scorreva lenta tra i muri grigi del raccordo, poi la galleria, poi buio. Accanto a me un uomo dormiva con le cuffie. Al vagone bar non c'era nessuno.
Roma, quella di quel pomeriggio: le nocche screpolate, la voce bassa, vie' qua detto come se il posto fosse ovvio da sempre.





