
Sauna gay Napoli: la conferenza, il dopo, e il napoletano
Ci sono città dove l'intero registro cambia appena esci dalla stazione. Napoli era così: tre giorni di conferenza in fisica teorica al Cnr di Fuorigrotta, presentazione il primo giorno, poi due giornate di panel e pranzi di lavoro con i colleghi del gruppo ospitante. Una sauna gay Napoli, me l'aveva descritta un ricercatore conosciuto a un congresso a Bologna l'anno prima, senza troppi dettagli, solo: "ci sono stato, val la pena". Era rimasta in un angolo della testa per tutto il viaggio in Frecciarossa da Milano Centrale.
Avevo prenotato un bed and breakfast nei Quartieri Spagnoli, cinque minuti a piedi dal centro storico. La stanza aveva il soffitto alto, le finestre che davano su un vicolo, e il rumore continuo della città come colonna sonora che non si abbassava mai del tutto, nemmeno dopo mezzanotte.
La conferenza, Fuorigrotta, il pranzo ufficiale
La conferenza era quella cosa densa e lenta che conosco bene: tre giorni di slide con equazioni che non tutte le persone in sala seguivano fino in fondo, domande aggiunte dopo il Q&A nel corridoio durante il coffee break, il professore ordinario che ti ferma tra una sessione e l'altra per dirti che il tuo approccio alla localizzazione degli errori di misura è "interessante" con quel tono che può significare tutto o quasi niente. Avevo presentato il secondo giorno, venti minuti più Q&A, senza intoppi. Il feedback del mio supervisore da Milano era arrivato via WhatsApp durante il pranzo: "bene. ci sentiamo venerdì." Tre parole, il massimo che si poteva sperare.
Il pranzo ufficiale era stato in una trattoria vicino al Cnr, con i colleghi del dipartimento ospitante. Seduto di fronte a me c'era un ricercatore di Bari, uno di Trieste, e una professoressa di Pisa che faceva domande molto precise e parlava pochissimo tra un piatto e l'altro. Avevo bevuto due calici di Falanghina prima del dolce e quando ero tornato in albergo avevo dormito due ore di fila col telefono in silenzio, cosa che non facevo da mesi.
La sera del secondo giorno ero finalmente libero.
Dopo cena: i Quartieri alle undici di sera
Avevo cenato da solo in una pizzeria su via dei Tribunali, una margherita con il cornicione bruciacchiato e la mozzarella che cola fino al bordo del piatto. Il cameriere aveva risposto alla mia richiesta di "da bere, acqua e qualcosa frizzante" con una lista di birre alla spina recitata in dialetto così veloce che avevo capito solo l'ultima. Avevo scelto quella.
Poi avevo camminato senza meta per un'ora, su per i decumani, dentro i vicoli dove la musica usciva dai balconi, il neomelodico che si mescolava al basso di un locale nascosto. Napoli di notte ha una densità fisica diversa da Milano. La gente occupa lo spazio in modo più diretto, ci si sfiora sui marciapiedi senza troppe scuse, le conversazioni avvengono a voce alta per default, i motorini passano a mezzo metro senza rallentare. Dopo sei mesi di Bovisa, dove l'unico rumore continuo dopo le dieci è il tram sul binario, quella densità aveva qualcosa di fisicamente rilassante.
Mi ero ricordato della sauna quando ero già nel Quartiere. L'avevo cercata sul telefono prima di uscire dall'albergo, avevo salvato l'indirizzo. Cinque minuti a piedi, una traversa vicino a Piazza del Gesù.
Ci ero arrivato alle undici e venti.
Antonio
La reception era gestita da un ragazzo giovane con la testa rasata che mi aveva chiesto il documento con una naturalezza totale, come fosse la cosa più normale del mondo. Mi aveva consegnato l'asciugamano e indicato gli armadietti con un "terzo corridoio a sinistra, numeri bassi" detto in napoletano puro, che avevo capito al secondo ascolto.
L'interno era quello che ci si aspetta in posti così: area umida con vasca e bagno turco sul fondo, sauna secca a sinistra, dark room in fondo al corridoio, una serie di cabine lungo il lato destro. Luci basse, musica house a volume contenuto. Una decina di persone sparse negli spazi, prevalentemente over trenta, nessuno che parlava ad alta voce.
L'avevo visto quasi subito.
Era appoggiato al muro vicino all'ingresso dell'area umida, asciugamano bianco intorno alla vita, le braccia conserte. Trentaquattro anni, forse trentasei. Spalle larghe e pelle olivastra con l'abbronzatura irregolare di chi lavora all'aperto almeno parte dell'anno. Mani grandi, dita tozze, unghie tagliate corte. Occhi scuri con una fissità strana, il tipo di sguardo che non chiede ma registra tutto quello che succede nel raggio di tre metri. Aveva un tatuaggio sull'avambraccio sinistro, qualcosa che sembrava una partitura musicale, troppo lontano per leggere bene le note.
Mi aveva guardato due secondi esatti. Poi aveva distolto lo sguardo verso la porta del bagno turco.
Quello era un invito. A Napoli, le cose non vengono dette ma indicate.
Lo avevo seguito.
Dentro, l'asciugamano
Nel bagno turco eravamo soli. Il vapore era denso, la luce quasi nulla. Mi ero seduto sul gradino in pietra, lui si era messo a un metro di distanza, e avevamo aspettato trenta secondi in silenzio prima che si avvicinasse.
"Sei di fuori," aveva detto. Non era una domanda.
"Milano. Sono qui per una conferenza."
"Ricercatore?"
"Dottorando. Fisica."
Aveva fatto un gesto vago con la mano, come a dire capito, avanti. Poi si era avvicinato ancora e la distanza era diventata nulla.
Il bacio era stato diretto, senza il tentennamento che di solito precede il primo contatto in un posto così. Le mie mani erano andate sulle sue spalle quasi per istinto, sentendo la muscolatura densa sotto le dita, la solidità di un corpo che non ha mai frequentato le palestre ma ha lavorato con le braccia per anni. Lui aveva le mani sulla mia schiena, una pressione decisa, niente di violento ma niente di timido.
Ci eravamo spostati in una delle cabine in fondo al corridoio. Aveva chiuso la porta dall'interno, aveva appeso l'asciugamano al gancio, e nella luce fioca della lampadina da dieci watt lo avevo visto per la prima volta completamente. Il corpo aveva quella proporzione di chi fa lavoro fisico senza allenarsi in palestra: non definito come un atleta, ma solido in modo organico, compatto. Peli scuri sul petto, una linea che scendeva verso il basso. Il tatuaggio del costato era un leone stilizzato, le zampe anteriori alzate, con un'ombreggiatura vecchio stile.
Mi aveva guardato senza dire niente, poi aveva abbassato lo sguardo verso il basso con quella calma che sembrava quasi annoiata se non fosse stato per la risposta visibile del suo corpo.
Avevo cominciato io con le mani. Lui aveva emesso un suono breve, quasi sorpreso, poi aveva appoggiato la testa al muro e aveva lasciato che lo guidassi per qualche minuto, occhi chiusi, mani ferme sui miei fianchi. La pelle era calda per via del vapore, ancora umida. Quando aveva ripreso il controllo lo aveva fatto girando la posizione in modo naturale, appoggiandomi alla parete con una mano ferma sulla mia spalla, e si era inginocchiato.
Era bravo. Lento all'inizio, con il palmo piatto sul mio addome come se stesse misurando la reazione, poi con un ritmo preciso che aumentava quando sentiva che funzionava. Registrava tutto: ogni cambio di respiro, ogni irrigidimento delle mie mani nei suoi capelli scuri. Dopo alcuni minuti mi aveva guardato dal basso con quegli occhi e aveva detto, in un italiano con l'accento napoletano che filtrava su ogni vocale allungata: "Tienimi il ritmo."
Avevo preso il preservativo dalla tasca interna dell'asciugamano.
Quando era entrato aveva appoggiato la fronte contro la mia tempia e aveva respirato lento, aspettando che i muscoli si adattassero, con una pazienza che mi aveva disarmato. Le sue mani erano ai miei fianchi, pollici verso l'interno, una pressione orientativa. Poi il ritmo lo aveva trovato lui, progressivo, con una comunicazione silenziosa fatta di variazioni nella velocità e nella profondità, aumentando ogni volta che percepiva un segnale. A un certo punto aveva detto qualcosa in napoletano stretto che non avevo capito del tutto ma il cui senso era inequivocabile. Avevo risposto con un suono che non era una parola e lui aveva sorriso contro la mia guancia.
Il climax era arrivato con mezzo minuto di distanza. Lui aveva premuto la fronte contro la mia spalla e aveva emesso un suono basso, controllato, quasi riservato. Io avevo avuto le dita strette intorno al bordo di legno della parete della cabina, legno liscio per gli anni di mani in quel posto esatto.
Avevamo aspettato un minuto in silenzio prima di separarci.
Davanti alla vasca, prima di uscire
Si chiamava Antonio. Lo avevo scoperto dopo, quando eravamo tornati nell'area umida e ci eravamo seduti sul bordo della vasca con le gambe nell'acqua calda. Era ingegnere meccanico, lavorava in uno stabilimento a Pozzuoli. Viveva a Napoli da sempre e non aveva nessuna intenzione di andarsene. Lo aveva detto con una leggerezza totale, come se fosse la risposta più ovvia del mondo.
Avevo pensato a Riccardo, che ogni volta che prendeva il treno per Napoli mi mandava messaggi entro dieci minuti dall'arrivo per raccontare quello che la città gli aveva già messo davanti nel primo pomeriggio. Adesso capivo meglio.
Erano le due meno un quarto quando ero uscito.
La notte nei Quartieri aveva ancora quella densità, quella musica di sottofondo, quella occupazione dello spazio senza scuse. Avevo camminato verso l'albergo con l'asciugamano ancora umido nella borsa di tela e il rumore di Napoli intorno che continuava come se non avesse nessuna intenzione di smettere per nessun motivo particolare.
La conferenza l'indomani cominciava alle nove.





