
Sauna gay Firenze: dopo la conferenza, l'hotel di Federico
A Firenze le saune gay forse non sono il centro dell'universo, e forse la vera Mecca è altrove, ma resta il fatto che a Firenze, se sei in trasferta di lavoro mandato dalla big four di turno, è quasi matematico che ti tocchi uno di quei florence luxury hotel sauna con la spa al piano interrato, marmi di Carrara ovunque e un'aria vagamente anni '80 che non dispiace. E a Firenze, in quegli hotel, la sera dopo le dieci, quando la maggior parte dei turisti americani è già crollata nel letto sfatta dal jet lag, succede sempre qualcosa di interessante nei luoghi più impensati, inclusa una sauna gay firenze ben frequentata. Almeno, così mi avevano detto. Quel mercoledì di maggio, dopo una giornata infinita passata ad ascoltare slide incomprensibili al Palazzo dei Congressi, ero pronto a verificare di persona.
Mi ero immaginato chissà quale orda di corpi sudati e invece, forse complice la stanchezza generale o forse l'ora tarda, l'ambiente era sorprendentemente tranquillo. Giusto il tempo di infilarmi il costume, debitamente fornito dall'hotel insieme all'accappatoio di spugna morbidissima, e mi sono diretto verso il piano -1, curioso di scoprire se le voci che avevo sentito corrispondevano al vero.
La spa al piano -1: chi è ancora sveglio
L’ascensore, rivestito in radica lucida, mi ha scaricato in un corridoio illuminato da luci soffuse. L’aria profumava di eucalipto e di qualche olio essenziale che non sono riuscito a identificare. La reception della spa era deserta, giusto una ragazza addormentata dietro al bancone che si è svegliata di soprassalto al mio arrivo. Mi ha sorriso, un po’ imbarazzata, e mi ha indicato gli spogliatoi. L’ambiente era silenzioso, ovattato. Si sentiva solo il rumore sommesso dell’impianto di ventilazione.
Nella zona relax, un paio di uomini sulla cinquantina sonnecchiavano su lettini di vimini, avvolti nei loro accappatoi bianchi. La sauna vera e propria, invece, era minuscola, una cabina di legno chiaro adatta al massimo a quattro persone. Quando sono entrato, c’era solo un ragazzo seduto su una delle panche, avvolto in un asciugamano. Non l’avevo notato subito, complice il vapore che appannava gli occhiali. Mi sono seduto in silenzio, cercando di non disturbarlo.
Dopo qualche minuto, il ragazzo si è girato verso di me. Era biondo, con gli occhi azzurri e un’aria un po’ sorniona. Avrà avuto trentacinque anni, forse qualcuno in più. Parlava con un accento toscano inconfondibile. «Anche te alla conferenza?» mi ha chiesto, con un sorriso. Ho annuito, sollevato di non dover rimanere in silenzio. «Credevo di essere l’unico sopravvissuto» ho risposto, ricambiando il sorriso. «Io ho mollato nel primo pomeriggio» ha confessato lui. «Troppo caldo e troppi discorsi inutili. Meglio cercare refrigerio alle terme firenze gay, no?».
Si chiamava Marco, mi ha detto. Faceva il manager in una startup tech, una di quelle cose di intelligenza artificiale che non capisco mai fino in fondo. Abbiamo iniziato a parlare del più e del meno, del caldo afoso di Firenze a maggio, delle difficoltà di trovare un taxi all’uscita del Palazzo dei Congressi. La conversazione era leggera, piacevole. Ma sentivo che sotto la superficie c’era qualcosa di più, un’attrazione reciproca che cresceva ad ogni scambio di sguardi.
La stanza del sale
Il silenzio è tornato a calare tra noi, interrotto solo dal sibilo della stufa che ogni tanto spruzzava vapore acqueo nell’aria. Marco si è avvicinato a me, lentamente. Il calore della sauna mi stava facendo girare la testa, ma non era solo quello. «Sai» ha sussurrato, con la voce roca, «qui dentro è un po’ rischioso. Potrebbe entrare qualcuno da un momento all’altro». Ho annuito, sentendo il cuore battere forte nel petto. «Però» ha continuato, con un sorriso malizioso, «c’è un’alternativa». Ha fatto un cenno verso la porta. «La stanza del sale. Di solito è vuota a quest’ora».
L’idea era folle, azzardata. Sapevo che avremmo dovuto resistere alla tentazione. Ma la tentazione era troppo forte. Ci siamo alzati in silenzio, avvolti nei nostri asciugamani, e siamo usciti dalla sauna. Marco mi ha fatto strada attraverso un breve corridoio. La stanza del sale era lì, ad aspettarci. Una piccola stanza rivestita di mattoni di sale rosa dell’Himalaya, illuminata da una luce soffusa. L’aria era secca, quasi irrespirabile. Ma non ci abbiamo fatto caso.
Ci siamo spogliati in fretta, senza dire una parola. Sentivo addosso il suo sguardo famelico, un desiderio palpabile che mi scaldava il sangue più del sale stesso. Marco si è avvicinato e mi ha tirato a sé, una mano sulla mia nuca, l'altra che mi premeva contro le sue scapole. Ci siamo baciati con foga, lingua contro lingua, in piedi al centro della stanza, la sua barba ispida che mi graffiava il mento ogni volta che inclinava la testa. Le mie mani sono scese sui suoi addominali scolpiti, poi più giù, e l'ho preso tra le dita, già duro come pietra, con quella curva pronunciata sotto il glande che le mani memorizzano subito. Lui ha fatto lo stesso con me, e per qualche istante siamo restati così, faccia a faccia, le mani impegnate nella misura reciproca, gli occhi chiusi, i respiri che si sovrapponevano nel poco spazio tra le nostre bocche.
Marco si è inginocchiato. La luce soffusa della stanza del sale gli illuminava il dorso, i capelli scuri scompigliati dal vapore della sauna. Mi ha guardato dal basso una volta sola, poi mi ha preso in bocca con una calma da consulente che sa quanto vale ogni movimento. Lavorava con la lingua, con le labbra, fermandosi un secondo quando capiva che ero sul punto, poi ripartendo dal basso. Le sue mani, intanto, mi tenevano per i fianchi, con la presa salda di chi non vuole farti scappare anche se non hai nessuna intenzione di farlo. Ho dovuto chiudere gli occhi e appoggiare una mano alla parete di sale, tiepida sotto il palmo. Non sapevo da quanto tempo non mi capitava una cosa fatta così bene.
Si è alzato. Mi ha girato di spalle, un gesto sicuro, deciso. Ha tirato fuori dalla tasca del suo asciugamano un preservativo e una bustina di lubrificante, di quelle del distributore che hanno gli hotel a cinque stelle nei bagni della spa. Senza una parola, ha aperto, ha messo il preservativo, ha lubrificato due dita e me le ha fatte scivolare dentro lentamente, una alla volta, dandomi tempo. Quando è entrato per davvero ha fatto la stessa cosa: pochi centimetri prima, una pausa per il mio respiro, poi tutto il resto. La mano destra mi teneva per il fianco, la sinistra mi cercava davanti, le sue dita che mi stringevano in tempo con i suoi colpi.
Mi muoveva con un ritmo che non era quello dei venti minuti che avevamo a disposizione, era quello di chi voleva godere bene anche dovendo stare attento al rumore. Ogni tanto si fermava del tutto, restava dentro fermo, mi mordeva il collo, mi sussurrava qualcosa che non capivo del tutto, poi ripartiva. Le pareti di sale ci rimandavano l'eco dei nostri respiri, attutiti dalla stanza chiusa. Sentivo la ruvidità del sale sotto i piedi, una sensazione strana, quasi dolorosa, che paradossalmente aumentava tutto. Quando ho cominciato a venire, ho appena alzato la mano e lui ha capito, mi ha stretto più forte davanti, ha accelerato il ritmo dietro, ed è venuto subito dopo di me, il viso appoggiato contro la mia schiena, la mano che si è stretta convulsa sul mio fianco.
Siamo restati appoggiati alla parete per un po', respirando insieme, lui ancora dentro di me, la sua fronte sulla mia spalla. I corpi madidi di sudore, il calore del sale che a quel punto pesava sui polmoni. Si è staccato lentamente, ha buttato il preservativo nel cestino di metallo a muro che gli hotel mettono anche nelle stanze del sale per igiene. Ci siamo girati a guardarci, sorridendo. Sapevamo di aver fatto qualcosa che in un luxury hotel sauna a cinque stelle non si fa. Ma era proprio quello che rendeva tutto così eccitante: rompere le regole non per esibizione ma per bisogno, sovvertire l'ordine costituito di mezz'ora di silenzio sale e cromoterapia, trasformare uno spazio pubblico in un luogo di piacere preciso, calibrato, nostro.
Dopo qualche minuto, ci siamo rivestiti in silenzio. Ho sistemato alla bell'e meglio i capelli sudati, cercando di non incrociare il suo sguardo, per paura di tradire l'imbarazzo e l'eccitazione residua. Siamo usciti dalla stanza del sale, cercando di non dare nell’occhio. Siamo tornati nella zona relax, dove i due uomini sonnecchiavano ancora sui loro lettini. Ci siamo scambiati un’occhiata complice, un sorriso. E ci siamo diretti verso gli spogliatoi.
Il bar dell'hotel, e il bicchiere insieme
«Che ne dici di un drink?» mi ha chiesto Marco, mentre ci asciugavamo i capelli. Ho accettato volentieri. Avevo bisogno di qualcosa di fresco per spegnere l’incendio che mi divampava dentro. Il bar dell’hotel era quasi deserto. Un pianista suonava in sottofondo una melodia malinconica. Ci siamo seduti a un tavolino appartato, ordinando due gin tonic. Mentre aspettavamo i drink, abbiamo ripreso a parlare. Di lavoro, di viaggi, di passioni. Ho scoperto che Marco non viveva a Firenze, ma a Milano. Era lì anche lui per la conferenza. Una coincidenza incredibile, quasi surreale.
«Peccato che domani si riparta» ho detto, con un pizzico di rammarico. Marco mi ha guardato negli occhi, con un’espressione indecifrabile. «Già» ha risposto. «Peccato». Abbiamo bevuto in silenzio i nostri gin tonic, assaporando ogni goccia. Sapevo che non ci saremmo scambiati i numeri di telefono, che non ci saremmo aggiunti su Instagram. Quello che era successo nella stanza del sale sarebbe rimasto lì, un segreto condiviso tra noi due. Un ricordo da custodire gelosamente.
Quando abbiamo finito i drink, ci siamo alzati. Marco mi ha accompagnato fino all’ascensore. Ci siamo salutati con una stretta di mano, un abbraccio fugace. «È stato un piacere» ho detto. «Anche per me» ha risposto lui. Le porte dell’ascensore si sono chiuse. L’ho visto sparire, inghiottito dall’oscurità. Sono rimasto lì, immobile, a fissare il vuoto. Sentivo ancora il suo profumo sulla mia pelle, il sapore dei suoi baci sulle mie labbra.
Rientro in stanza
Tornato in camera, mi sono buttato sul letto, esausto. Le lenzuola fresche mi hanno accolto come una promessa di oblio. Ho ripensato alla serata, alla sauna, alla stanza del sale, al bar dell’hotel. Mi sono sentito come se avessi vissuto una vita parallela, una realtà alternativa. Forse è proprio questo l'aspetto più intrigante delle saune, e forse, certe saune gay a Firenze, sono un po’ come i treni notturni. Luoghi di passaggio, dove si incontrano sconosciuti con cui si condividono momenti intensi, fugaci, irripetibili. E poi ognuno torna alla propria vita, al proprio lavoro, alle proprie abitudini. Un pensiero malinconico mi ha sfiorato: chissà se Marco, in quel momento, stava ripensando a me, o se ero già stato relegato nel dimenticatoio dei suoi incontri occasionali. Ma poi ho scacciato via quella sensazione sgradevole, preferendo concentrarmi sul ricordo vivido del suo corpo, del suo sorriso, del sapore salato della sua pelle.
Mi sono addormentato subito, cullato dal rumore del condizionatore. La mattina dopo, mi sono svegliato con un sorriso sulle labbra. Sapevo che quella serata a Firenze sarebbe rimasta impressa nella mia memoria per sempre. Un piccolo, trasgressivo, segreto piacere da custodire nel mio cuore. E ripensandoci, forse la prossima volta che sarò a Firenze per lavoro, anziché il solito giro turistico, cercherò direttamente una sauna gay Firenze: un'esperienza da ripetere, senza alcun dubbio.





