
Sauna gay Bologna: il dopo conferenza di Federico al Cosmos
Mi chiamo Federico, ho trent'anni, faccio il consultant senior per una big4 con base a Milano, e quattro giorni su sette sono in viaggio. Bologna, in questi tre anni, è diventata la città dove vado quando il cliente ha la sede in fiera, e la sera mi resta tempo da non riempire con le riunioni. Quel mercoledì di maggio avevo finito otto ore di workshop nel quartiere fieristico, ero rientrato in albergo verso le ventuno con una stanchezza che non era di sonno ma di parole, e a un certo punto, fra la doccia e una mail rimasta a metà, ho aperto il telefono e ho cercato sauna gay Bologna. La differenza fra Bologna e Milano per uno come me è chiara: a Milano ti incrocia il collega di un collega, a Bologna sei una persona senza passato in un'ora particolarmente specifica della tua vita.
Il quartiere fieristico, il taxi, e l'idea
L'hotel del cliente era un quattro stelle anonimo dietro la stazione, una di quelle catene tedesche con la moquette grigia e la palestra che nessuno usa. Avevo cenato da solo al ristorante dell'hotel, una pasta all'arrabbiata mediocre e mezzo bicchiere di Sangiovese che mi era rimasto sullo stomaco. Sono salito in camera, mi sono fatto una doccia, ho controllato il programma di domani. Avevo il volo per Milano alle ventuno e quaranta, dopo l'ultimo workshop della giornata, e prima di allora non c'era niente di programmato per la sera. La camera era pulita, silenziosa, con la luce delle insegne fuori che entrava dalle tende che non chiudevano del tutto, e sapevo benissimo che se mi fossi messo a letto adesso avrei guardato il soffitto fino all'una.
Ho aperto il browser. Cercato il Cosmos Club. Sapevo che esisteva da una conversazione mai approfondita con un collega due anni prima, ma non ci ero mai stato. Stava in una via stretta del centro, vicino a via dell'Indipendenza, ingresso anonimo da palazzo, niente insegne. Aperto fino alle tre del mattino. Ho preso giacca e portafoglio, ho lasciato la chiave magnetica sul comodino, e sono sceso al lobby a chiedere il taxi alla reception. Bologna alle ventitré e mezza è una città di portici vuoti illuminati a chiazze, di piazze grandi attraversate da ragazzi in bicicletta, di cucine ancora aperte negli ultimi locali. Il taxi mi ha portato a destinazione in dieci minuti, mi ha detto buona serata con la naturalezza di un autista che non chiede mai dove vai esattamente, e mi ha lasciato davanti a un portone numero quindici.
Cosmos Club, e il Tedesco con il tatuaggio sull'avambraccio
Il Cosmos Club è un sotterraneo. Si scendono ventiquattro gradini di pietra grigia e ci si trova davanti a un bancone di legno scuro con un ragazzo sulla trentina che chiede dieci euro di iscrizione per la prima volta più venticinque di ingresso, ti consegna un asciugamano, una chiavetta con un elastico arancione, e un sorriso non sorpreso. Spogliatoio piccolo, armadietti azzurri numerati, una panca di legno. Mi sono spogliato e mi sono messo l'asciugamano alla vita. Niente di più di quello che hanno tutte le saune gay del centro Italia: corridoio principale, stanza vapore in fondo, sauna finlandese a sinistra, area cabine al primo piano, dark room ancora più giù.
Sono andato prima alla sauna finlandese. Cinque uomini dentro, età variabile dai venti ai sessanta, asciugamani agli inguini, l'aria secca e calda che ti fa sudare in quattro minuti. Mi sono seduto sull'ultima panca libera, ho appoggiato la testa al legno, ho chiuso gli occhi. Quando li ho riaperti uno degli uomini era cambiato di posto, era venuto a sedersi due persone più in là di me, e mi guardava in un modo che non lasciava molto spazio al dubbio. Trentacinque anni circa, capelli biondo scuro corti, fisico tonico ma non da palestra, un tatuaggio geometrico nero sull'avambraccio sinistro che non riuscivo a leggere bene per il vapore. Mi ha detto qualcosa in tedesco, una parola sola, "schön", e poi ha sorriso scusandosi. "Scusa," ha detto in italiano con accento marcato. "A volte mi confondo le lingue."
"Tedesco?"
"Berlino. A Bologna per una conferenza al MAST, design industriale."
"Conferenza anch'io, fiera, ma diverso settore."
"Ti chiami?"
"Federico. Tu?"
"Klaus."
Klaus aveva una calma da nordico abituato alle saune da decenni, niente fretta, niente tensione, una conversazione bisbigliata che era già un avvicinamento ma senza che si dovesse forzare nulla. Siamo rimasti seduti lì altri cinque minuti a parlare a bassa voce delle differenze fra le saune di Berlino e quelle italiane, lui mi spiegava che a Berlino sono più grandi e meno nascoste, io ridevo piano e dicevo che a Milano stranamente non funzionano per me. Quando il caldo è diventato troppo, lui si è alzato per primo, mi ha guardato un secondo, e ha detto "Vado a rinfrescarmi". Ho aspettato un minuto e l'ho seguito.
La cabina al primo piano
Le cabine del Cosmos Club sono al primo piano, lungo un corridoio di otto porte di legno scuro con la maniglia metallica e l'occupato/libero a strappo. Klaus era fermo davanti alla cabina sei. Quando sono salito ha aperto la porta e mi ha fatto cenno di entrare. Dentro c'era una panca larga circa novanta centimetri rivestita di plastica nera, una piccola luce rossa a soffitto, un appendino, niente lavandino. Lo spazio sarà stato un metro e mezzo per un metro e mezzo, sufficiente per due in piedi ma non per altro. Ha chiuso la porta dietro di noi, ha tirato la chiavistella, e per un attimo siamo rimasti a guardarci nella luce rossa a un metro di distanza, due asciugamani alla vita e un silenzio diverso da quello della sauna.
Mi ha tirato verso di sé tenendomi la nuca, mi ha baciato. Aveva una bocca lenta, esperta, con un retrogusto leggero di mentolo da chewing-gum o da spray. Le sue mani sono andate prima sul mio asciugamano, poi sotto, sui miei fianchi. Aveva una pelle calda dalla sauna, ancora un po' bagnata sui pettorali. Il tatuaggio sull'avambraccio sinistro adesso lo vedevo: una serie di linee geometriche che formavano un esagono spezzato. Non gli ho chiesto cosa fosse.
Si è inginocchiato lui per primo. La cabina è troppo stretta perché ci si possa muovere molto, e in qualche modo questo aiuta: il corpo dell'altro è obbligato a restarti vicino, non c'è la coreografia eccessiva, si fa quello che si fa e basta. La sua bocca era esperta, sicura, e dopo qualche minuto gli ho stretto i capelli per fargli rallentare. L'ho tirato su. Ci siamo scambiati i ruoli senza dirlo, lui contro la panca, io davanti a lui. La sua pelle sapeva di sapone neutro della doccia di prima e di un sudore leggero della sauna. Aveva i peli biondi sul petto più chiari di quelli della testa, una linea sottile dal centro verso il basso.
"Ho un preservativo nell'asciugamano," ha detto. "Tu vuoi?"
"Sì."
L'ha tirato fuori dalla piega laterale dell'asciugamano. Mi sono girato di spalle a lui, le mani appoggiate alla panca di plastica nera che era l'unico appoggio dello spazio, e le gambe leggermente divaricate sul pavimento di gomma antiscivolo. È entrato lentamente, una mano sul mio fianco, l'altra sulla mia spalla. Ha tenuto un ritmo basso e profondo, controllato dal fatto che le pareti delle cabine non sono insonorizzate e di sotto si sentivano le voci degli altri uomini al bancone. Abbiamo dovuto stare attenti al respiro più che ai movimenti. La sua bocca era contro la mia nuca, "ja", sussurrato in tedesco senza accorgersi, e poi "così" in italiano. Quando è arrivato il momento, ho stretto la panca con tutte e due le mani, ho appoggiato la fronte alla parete di legno scuro, e tutto si è chiuso silenziosamente come doveva, la sua mano che ha trovato la mia sulla panca e l'ha stretta una volta, breve, preciso.
Siamo rimasti fermi qualche secondo. Lui si è ritirato lentamente, ha tolto il preservativo, l'ha annodato e l'ha messo in un cestino di plastica nell'angolo della cabina. Mi ha sfiorato la spalla con una mano, ha aperto la porta, è uscito per primo. Io ho aspettato due minuti dentro, ho aspettato che il respiro tornasse normale, e poi sono uscito anche io.
L'albergo, l'una di notte
Sono tornato in hotel a piedi. Bologna a mezzanotte e mezza era ancora abbastanza viva per non sentirsi soli, gli ultimi ragazzi che uscivano dai locali di via Zamboni, il rumore di una serranda che si abbassava, il fischio di un treno lontano dalla stazione. Ho riconsegnato la chiavetta del Cosmos all'entrata, ho preso una bottiglietta d'acqua dal distributore, sono uscito nella notte umida di maggio. Sono arrivato in albergo verso l'una. Ho fatto una doccia veloce, mi sono messo a letto.
Klaus non l'ho più sentito né cercato, non ci eravamo dati neanche un nome di app. Quel mercoledì sera era esattamente quello, una parentesi che cominciava e finiva nello stesso codice postale di Bologna, e il giorno dopo io ero a Milano per riunioni che non avevano niente a che vedere con niente. Tre settimane più tardi, su un treno notturno per Roma, mi sarebbe successa un'altra cosa di tutt'altro genere, e avrei capito una cosa di me stesso che le saune da sole non bastano a spiegare. Ma quella notte di maggio a Bologna era stata sua, isolata, asciutta, e l'avrei tenuta così.





