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Riccardo torna: il pomeriggio del giovedì in Bovisa

Riccardo torna: il pomeriggio del giovedì in Bovisa

| Incontri gay casuali

Riccardo mi ha scritto mercoledì sera. "Caffè domani?" Niente di più, niente di meno. Avevo aspettato due settimane quel messaggio, e quando è arrivato non sono stato io a rispondere subito, l'ho fatto aspettare venti minuti, perché il navigato per finta che mi porto dentro da quando avevo ventidue anni non muore facilmente. Ma il giovedì alle 16:30, in un caffè in via Cosenz alla Bovisa, ero arrivato venti minuti in anticipo. E quando Riccardo è entrato e si è seduto, ho capito che la sauna non era stata che l'inizio dei nostri racconti prima volta gay.

Due settimane esatte. Quattordici giorni in cui mi ero illuso di averlo dimenticato, di aver catalogato l'esperienza della sauna come una delle tante parentesi casuali della mia vita. Invece no. Continuavo a pensarci, soprattutto quando andavo in palestra e incrociavo sguardi che forse, chissà, avrebbero potuto portare da qualche parte. Ma non erano i suoi. E ora eccolo lì, un messaggio scarno che valeva più di mille discorsi.

Il caffè in via Cosenz

La Bovisa, un quartiere che conosco come le mie tasche. Vivo qui da quando ho iniziato il dottorato, un loft piccolo ma funzionale, perfetto per uno studente squattrinato come me. Il bar che avevo scelto era un posto tranquillo, arredato con gusto, frequentato perlopiù da studenti del Politecnico. L'avevo scelto apposta, un luogo neutro, senza troppe pretese. Quando Riccardo è arrivato, l'ho visto un po' teso, quasi impacciato. Forse era solo una mia impressione, ma mi sembrava diverso dalla sauna, meno sicuro di sé.

"Ciao," ha detto, sedendosi. "Scusa il ritardo."

"Figurati, sono arrivato in anticipo io."

Silenzio. Un silenzio strano, denso di significato. Ho cercato di rompere il ghiaccio: "Tutto bene?"

"Sì, sì... tutto bene. Tu?"

"Insomma. Solita routine da dottorando." Ho sorriso, cercando di alleggerire l'atmosfera. "E poi, sai, pensavo a quella sera…"

Riccardo ha annuito, evitando il mio sguardo. "Anche io," ha sussurrato.

Poi, all'improvviso, si è fatto coraggio: "È successa una cosa, in realtà."

L'ho guardato, incuriosito. "Cosa?"

Si è morso il labbro inferiore, esitante. "Con il mio coinquilino… abbiamo litigato. Di brutto. E adesso sto cercando un altro posto."

Ho capito subito. Non c'era bisogno di aggiungere altro. Il coinquilino geloso, il coming out forzato, la convivenza impossibile. Classico. Ma non ho voluto indagare, non era il momento né il luogo adatto. Ho semplicemente annuito, offrendogli il mio sostegno silenzioso. Questi sono i racconti gay milano che non ti aspetti, quelli che nascono dietro l'angolo, tra un esame e una litigata.

"Mi dispiace," ho detto. "Se hai bisogno di una mano, fammi sapere."

Mi ha sorriso, grato. "Grazie, Tommaso."

Di nuovo silenzio. Ma questa volta era un silenzio diverso, più leggero, quasi complice. Abbiamo continuato a bere il nostro caffè, scambiando qualche parola qua e là, parlando del più e del meno. Ma entrambi sapevamo che c'era qualcosa di non detto, qualcosa che aleggiava nell'aria come una promessa.

E poi, all'improvviso, mi sono fatto coraggio. "Senti," ho detto, "perché non vieni da me? Non ho un granché, ma almeno possiamo stare un po' tranquilli."

Riccardo mi ha guardato, sorpreso. Poi ha sorriso, un sorriso timido ma sincero. "Sì," ha detto. "Mi piacerebbe."

Ci siamo alzati, abbiamo pagato il conto e siamo usciti dal bar. Camminavamo uno accanto all'altro, in silenzio, diretti verso il mio loft. Il sole del tardo pomeriggio filtrava tra i palazzi della Bovisa, creando un'atmosfera quasi magica. Sentivo il cuore battere forte nel petto, l'eccitazione crescere ad ogni passo. Sapevo che quel giovedì pomeriggio sarebbe stato diverso da tutti gli altri.

Il mio appartamento era piccolo, un monolocale arredato con l'essenziale. Un letto, una scrivania, un angolo cottura e un bagno minuscolo. Ma era il mio spazio, il mio rifugio. Ho chiuso la porta a chiave, mi sono girato verso Riccardo e l'ho baciato.

Un bacio lungo, intenso, carico di desiderio represso. Le sue labbra erano morbide, calde, invitanti. Le nostre lingue si sono intrecciate, danzando in un ritmo sensuale. Le sue mani si sono posate sui miei fianchi, stringendomi a sé. Ho sentito il suo corpo premere contro il mio, la sua erezione che mi sfiorava.

Ci siamo spogliati lentamente, assaporando ogni istante. Ho ammirato il suo corpo nudo, le sue spalle larghe, il suo petto muscoloso, il suo ventre piatto. Il tatuaggio geometrico sul mio fianco sinistro sembrava pulsare di vita, un richiamo ancestrale alla carne. Lui ha fatto lo stesso con me, scrutando ogni centimetro della mia pelle come se fosse la prima volta. I raggi obliqui del sole morente striavano il pavimento di polvere dorata, accendendo riflessi ambrati sulla sua pelle e sulla mia. L'aria si era fatta densa, pregna di un'elettricità palpabile.

Ci siamo baciati di nuovo, sdraiati sul letto. Ho iniziato a massaggiargli il petto, i capezzoli che si indurivano sotto le mie dita. Lui ha gemuto, abbandonandosi al piacere. Ho abbassato la mano verso il suo inguine, accarezzando il suo membro con movimenti lenti e circolari. Il silenzio era rotto solo dai nostri respiri, sempre più affannosi, e dallo stridio lontano di un tram che percorreva via Bovisa. Sentivo il suo profumo, un misto di muschio e di sudore, inebriante come un vino liquoroso.

"Ti piace?", ho sussurrato, eccitato.

Ha annuito, senza parole. Ho continuato a masturbarlo, aumentando gradualmente la pressione. Lui chiudeva gli occhi, respirando affannosamente. Quando stava per venire, mi ha afferrato la mano, stringendola forte. Sentivo la sua forza, la sua energia che si concentrava in quel punto, in quell'atto. Un'energia primordiale, che ci legava l'uno all'altro.

"Adesso basta," ha detto, con voce roca. "Voglio sentirti dentro di me."

Mi sono girato, mettendomi a quattro zampe. Ho sentito le sue mani sui miei fianchi, che mi guidavano verso di lui. Il suo membro caldo e umido ha sfondato il mio ano, riempiendomi di piacere. Ho gemuto, stringendo le lenzuola. Un dolore acuto, quasi insopportabile, si è mescolato al piacere, creando una sensazione nuova, sconosciuta. Ho chiuso gli occhi, cercando di concentrarmi solo su quello che stava succedendo tra noi.

Ha iniziato a muoversi lentamente, penetrandomi sempre più a fondo. Sentivo il suo respiro sul mio collo, il suo sudore che mi bagnava la schiena. Il piacere era intenso, quasi doloroso. Ma non volevo che finisse mai. Ogni suo movimento era una scossa, una scarica elettrica che mi percorreva dalla testa ai piedi. Sentivo il suo peso su di me, una presenza rassicurante, protettiva.

Ho chiuso gli occhi, abbandonandomi alle sensazioni. Immagini, suoni, odori si mescolavano in un vortice confuso. La sua voce che mi sussurrava parole dolci, il suo corpo che si muoveva dentro di me, il profumo della sua pelle, il sapore del suo sudore. La luce filtrava dalle persiane abbassate, creando ombre danzanti sul muro. Sentivo il ticchettio dell'orologio in cucina, un ritmo regolare che scandiva il tempo del nostro piacere.

Quando sono venuto, ho urlato. Un urlo liberatorio, che squarciava il silenzio della stanza. Ho sentito il suo sperma caldo e denso che mi riempiva, un liquido vitale che mi legava per sempre a lui.

Il caffè di mezzanotte, e la conversazione

Ci siamo addormentati abbracciati, stretti l'uno all'altro come se avessimo paura di perderci. Quando ci siamo svegliati, era quasi mezzanotte. Siamo andati in cucina a prepararci un caffè. Eravamo entrambi nudi, avvolti solo in un asciugamano.

Ci siamo seduti al tavolo, uno di fronte all'altro. Il silenzio era rotto solo dal rumore della moka.

"Allora," ho detto, rompendo il ghiaccio. "Cosa siamo?"

Riccardo ha sospirato. "Non lo so," ha risposto. "Non ho una risposta."

L'ho guardato negli occhi. "Va bene anche così," ho detto. "Non ho fretta. Voglio solo capire cosa sta succedendo tra noi."

Mi ha sorriso. "Anche io," ha detto.

Abbiamo bevuto il nostro caffè in silenzio, assaporando ogni sorso. Poi ci siamo alzati, ci siamo vestiti e siamo usciti a fare una passeggiata. La Bovisa di notte era deserta, silenziosa, quasi spettrale. Camminavamo uno accanto all'altro, tenendoci per mano.

"Grazie," ha detto Riccardo, all'improvviso. "Per tutto."

"Non devi ringraziarmi," ho detto. "Sono io che devo ringraziare te."

Ci siamo fermati sotto un lampione. Ci siamo baciati di nuovo, un bacio dolce e tenero.

"Devo andare," ha detto Riccardo, dopo un po'. "Domani ho un colloquio di lavoro."

"Ok," ho detto. "Ti accompagno alla metro."

Ci siamo salutati davanti alla stazione. Un bacio veloce, un abbraccio fugace. Poi Riccardo è salito sulla metro e è scomparso nella notte. Racconti gay coppia che cresce, forse. O forse no.

Sono tornato al mio loft, mi sono spogliato e mi sono infilato a letto. Ho chiuso gli occhi, ripensando alla giornata appena trascorsa. Al messaggio di Riccardo, al caffè in via Cosenz, al sesso nel mio letto, alla passeggiata notturna. Il lenzuolo ruvido sulla pelle, l'odore lievemente acidulo del mio stesso sudore. Un senso di appagamento, ma anche di inquietudine. La paura che tutto potesse finire da un momento all'altro, che Riccardo potesse sparire dalla mia vita come era apparso. Ma anche, forse, la speranza che questa volta potesse essere diverso. Che questa volta potesse durare. Non ero più il ragazzo spaventato dei primi racconti prima volta gay. Ero un uomo che aveva preso una decisione, consapevole dei rischi, ma pronto a tutto.

Ho sorriso. Step 5 superato, mi sono detto. Adesso comincia il difficile. Il ricordo del suo corpo contro il mio, il calore del suo sperma. Il sapore del caffè amaro, condiviso nel silenzio della notte. Immagini che si sovrapponevano, creando un mosaico di sensazioni. Forse, mi sono detto, la felicità è proprio questo: un insieme di piccoli momenti, di gesti semplici, di sguardi complici. La Bovisa, con le sue luci fioche e le sue strade deserte, mi sembrava improvvisamente un posto magico, un luogo dove tutto era possibile.

E mentre mi addormentavo, ho pensato a quanto fosse strano e meraviglioso il destino. A come un incontro casuale in una sauna potesse trasformarsi in qualcosa di più profondo, di più intenso. A come la Bovisa, un quartiere periferico di Milano, fosse diventato il teatro della mia rinascita. E a come, alla fine, il vero amore si nascondi spesso nei posti più inaspettati. Passare dalla sauna al divano. Chi l'avrebbe mai detto.