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Tavolo cucina con due birre, pizza margherita e laptop, appartamento studenti via Padova Milano

Racconti prima volta gay: la sera che il coinquilino ha bussato

| Incontri gay casuali

Mi chiamo Riccardo, ho ventitré anni, sono di Bari e vivo a Milano dal 2024 per studiare Ingegneria Informatica al Politecnico. La mia prima volta vera, intesa come la prima con uno sconosciuto, era successa due mesi prima in una sauna del centro a Milano con uno che si chiamava Tommaso. Non l'avevo raccontata a nessuno, non sapevo bene cosa farne, ed ero tornato a fare la mia vita normale di studente fuori sede al terzo anno. Tra i racconti prima volta gay che mi raccontavo nella testa, la sauna era stata l'evento principale e definitivo. Poi è arrivato un martedì sera di maggio in cui il mio coinquilino Mattia è rientrato tre ore prima del previsto, e ho dovuto rifare i conti.

L'appartamento di via Padova, e il martedì che doveva essere vuoto

Vivo in un trilocale ingombro di scaffali Ikea in via Padova, all'altezza di piazzale Loreto, terzo piano senza ascensore. Lo divido con altri due fuori sede: Alessio, dottorato in chimica, sempre fuori per il laboratorio, e Mattia, ventiquattro anni, ingegnere energetico, milanese di periferia che il martedì pomeriggio è sempre dai genitori a Cesano Boscone fino a tardi. Quel martedì io credevo di avere casa per me fino almeno a mezzanotte. Avevo finito due esami quel mattino, mi era rimasta addosso la stanchezza buona di chi ha chiuso una sessione, e avevo deciso che la sera me la sarei goduta nel modo che i fuori sede conoscono bene: pizza dal forno sotto casa, una birra, e quel tipo di stordimento privato che ti permetti solo quando sai che nessuno entrerà nella stanza.

Avevo aperto il computer, mi ero spogliato fino ai boxer perché faceva caldo come se fosse luglio, avevo cominciato a guardare un video. Erano le ventidue circa quando ho sentito la chiave girare nella serratura. Mattia. Tre ore prima del previsto. Ho avuto il tempo di chiudere il portatile e di tirarmi addosso una maglietta prima che entrasse in soggiorno. È venuto in camera mia direttamente, perché la porta era socchiusa e c'era la luce accesa, e mi ha trovato seduto sul letto con la maglietta storta e la faccia che non doveva sembrare colpevole ma evidentemente lo era.

"Ho litigato con mia madre," ha detto, senza preamboli. "Non torno a Cesano per un po'. Posso unirmi alla pizza? Ho fame e non ho nessuna voglia di parlare di lei."

"Sì, certo. Ne ordino un'altra."

Ha annuito. È andato a farsi una doccia veloce e ne è uscito in pantaloncini grigi e t-shirt bianca, capelli ancora bagnati pettinati con le dita. Mattia non era proprio il mio tipo, ma era uno di quelli che hanno una bellezza non aggressiva: alto, magro, occhi nocciola un po' tristi, una postura leggermente curva di chi è cresciuto chinato su un manuale tecnico. Vivevamo insieme da otto mesi e non l'avevo mai veramente guardato.

La pizza, le birre, e una conversazione che non avevo previsto

Abbiamo cenato in cucina, alla tavolata di legno scrostato che era già lì quando ero arrivato, sotto un lampadario di Ikea che illumina male. Pizza margherita per me, pizza al salame piccante per lui, due birre Moretti del frigo. Lui si è sciolto piano. Mi ha raccontato la storia della madre, una di quelle storie milanesi di periferia con la madre vedova che vuole il figlio sempre lì e il senso di colpa misurato in chilometri. Io l'ho ascoltato e a un certo punto, non so bene perché, gli ho raccontato che a Bari mio padre non aveva mai capito che cosa fosse esattamente l'ingegneria informatica e ogni volta che ne parlavo cambiava discorso.

Era la conversazione più lunga che avessimo mai fatto in otto mesi. Verso le ventitré e mezza ha tirato fuori dal frigo altre due birre. Quando si è seduto di nuovo gli si è alzata la t-shirt sulla pancia per due secondi e gli ho visto una linea di peli scuri che andava dall'ombelico in giù. Quella pelle vista per due secondi sotto la luce gialla della cucina mi è rimasta impressa in un modo che non saprei spiegare.

"Posso chiederti una cosa?" mi ha detto a un certo punto, fissando l'etichetta della birra senza guardarmi.

"Dipende."

"Tu esci con qualcuno?"

Ho avuto un momento di esitazione. La sauna era stata due mesi prima e non l'avevo raccontata a nessuno, men che meno a un coinquilino con cui dividevo il bagno e a cui non avevo mai detto niente di niente. Ma il modo in cui me l'aveva chiesto, senza alzare gli occhi, era il modo in cui certe domande si fanno quando si è già pronti alla risposta.

"No. Non in questo periodo."

"Tipo nessuno."

"Tipo nessuno."

"E con chi sei stato l'ultima volta?"

Ho appoggiato la birra sul tavolo. Lui ha alzato gli occhi e me li ha guardati per la prima volta da quando si era seduto. Aveva un'espressione che non era curiosità, era qualcosa di più nudo, di più richiesto. Mi sono sentito il sangue salire al collo.

"Con uno di Roma. In una sauna."

Ha annuito senza sorpresa, come se avesse trovato la risposta che aveva supposto. Poi, dopo un secondo: "Ti dispiace se ti dico che è da qualche mese che ci sto pensando un po'?"

La camera con la finestra sulla strada

Non gli ho risposto a parole. Ho allungato la mano sul tavolo e gli ho preso il polso, due dita sopra la vena. È rimasto fermo. L'ho lasciato dopo cinque secondi, mi sono alzato, sono andato nella mia camera. Lui mi ha seguito senza farmi una domanda. Ha chiuso la porta dietro di sé.

La mia camera dà su via Padova, e via Padova alle ventitré e quaranta è un suono particolare: il tram della 56, ogni dodici minuti, gli scooter che passano davanti al panificio aperto fino a tardi, e ogni tanto una sirena di ambulanza che va o torna dal Niguarda. Ho lasciato la luce della scrivania accesa e ho chiuso quella del soffitto. Mattia si è fermato in piedi davanti al letto, come se aspettasse istruzioni che io non sapevo dargli.

"Non l'ho mai fatto con un uomo," ha detto, voce bassa. "Volevo dirtelo prima."

"Ok."

"Non significa che voglio fermarmi."

"Ok," ho ripetuto. "Andiamo piano."

Mi sono avvicinato e gli ho messo una mano sul lato del collo. Era caldo, il polso veloce sotto le mie dita. L'ho baciato. Aveva il sapore della Moretti e della pizza al salame piccante, e una bocca esitante per i primi secondi, poi più decisa. Gli ho tolto la t-shirt lentamente, gliel'ho fatta sfilare dalla testa con calma, e quando il braccio destro si è impigliato per un attimo abbiamo riso piano tutti e due, che era esattamente quello che ci serviva per uscire dalla solennità.

L'ho fatto sedere sul letto, mi sono inginocchiato davanti a lui, gli ho slacciato i pantaloncini. Lo guardavo in faccia mentre lo facevo, perché era la prima volta sua e volevo essere sicuro che ogni cosa fosse chiara. Quando l'ho preso in bocca ha trattenuto il respiro per due secondi, poi ha appoggiato una mano sui miei capelli senza tirare, solo per sentire dove fosse la mia testa. Ho preso il mio tempo. Ogni volta che il suo respiro si accorciava troppo rallentavo, e quando rallentavo lui sussurrava un "scusa" sottovoce a cui ho risposto stringendogli un attimo la coscia per dirgli che non doveva scusarsi di niente.

L'ho tirato giù dal letto in piedi e ho preso io il suo posto sul materasso. Gli ho detto "ora tu, se vuoi", e lui è rimasto fermo un secondo a capire cosa volevo, poi si è inginocchiato. La sua bocca era inesperta ma attenta, e io l'ho guidato con una mano sulla sua nuca, leggera, niente pressione. Non l'ho lasciato finire perché volevo qualcos'altro. L'ho tirato su, l'ho fatto sdraiare accanto a me, e gli ho chiesto a voce bassa cosa voleva.

"Tu," ha detto. "Se posso."

Avevo i preservativi nel cassetto del comodino, una cosa che tengo lì da quando mi sono trasferito a Milano per principio, anche nei mesi in cui non servivano. Ne ho preso uno. Mattia si è steso a pancia in giù, una mano sotto il cuscino, l'altra appoggiata al lenzuolo. Gli ho messo una mano in mezzo alle scapole. "Sei sicuro?" "Sì." Sono entrato lentamente, una mano sul suo fianco, l'altra appoggiata al materasso accanto alla sua testa. Ha respirato a fondo due volte, ha sussurrato un "aspetta", ho aspettato. Poi ha detto "vai", e sono andato. Ho tenuto un ritmo basso e profondo, fermandomi quando sentivo che gli serviva, ricominciando quando sentivo che era pronto. La mia bocca era contro il suo collo, e il suo respiro contro il cuscino. Fuori passava una sirena di ambulanza, lontana, intermittente, e io sentivo il rosso bluastro dei lampeggianti pulsare contro la tenda della mia camera ogni due secondi. Quando è arrivato il momento, lui ha stretto il cuscino con entrambe le mani e tutto si è chiuso silenziosamente, il suo respiro contro la federa, la mia bocca dietro il suo orecchio, e una luce di lampeggiante azzurra che è passata per l'ultima volta sul soffitto e poi se n'è andata.

Siamo rimasti fermi qualche secondo, lui sotto di me con la fronte sul cuscino. Mi sono ritirato lentamente, sono andato in bagno, sono tornato. Mattia si era girato sulla schiena, si era tirato il lenzuolo fino alla cintura, mi guardava con un'espressione che era un misto di stanchezza e sollievo. "Stai bene?" "Sì." "Davvero?" "Davvero." Siamo rimasti zitti qualche minuto, poi lui si è alzato, si è rivestito senza fretta, mi ha sfiorato la spalla con due dita prima di uscire. "Sono in camera mia," ha detto. "Ci vediamo domani." Ho annuito. È stata una scelta che abbiamo fatto entrambi senza dirlo, perché alla prima volta di certe cose non si sa ancora cosa ci serve dopo, e dormire ognuno nel proprio letto era la cosa più semplice che ci venisse in mente.

Il mattino dopo, e quello che adesso so

Il mattino dopo ci siamo incrociati in cucina alle otto, lui con la moka in mano, io che mi versavo i cereali. Ci siamo guardati per due secondi e lui mi ha sorriso con una specie di gratitudine asciutta che non ho mai più dimenticato. "Buongiorno." "Buongiorno." Ha versato il caffè in due tazzine e mi ha passato la mia. È stata l'unica conversazione che abbiamo avuto della cosa, per molti giorni.

Non so se Mattia diventerà un fidanzato, o un'amicizia particolare, o solo un coinquilino con cui ho condiviso una sera di maggio in cui aveva litigato con sua madre. Non è la cosa che cerco di capire, in questo momento. Quello che so è che essere fuori sede a Milano non è solo distanza dalla famiglia, è anche prossimità imprevista alle persone che ti capitano in casa. Tommaso me lo aveva fatto intuire due mesi prima dietro una porta di una sauna del centro. Mattia me lo ha confermato in via Padova, mentre fuori passava un'ambulanza che andava al Niguarda.