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Racconti gay sposato: Sergio e Davide a Trastevere

Racconti gay sposato: Sergio vuole una sera intera

| Incontri gay casuali

Ci sono racconti gay sposato in cui la decisione vera non è il momento in cui dici sì. È il momento in cui non dici no. Davide lo capisce dopo, mentre torna a casa sullo scooter con l'odore di quello stesso dopobarba di luglio addosso. Ma già nella libreria, alle diciassette e un quarto di un mercoledì di agosto, quando Sergio entra e chiude la porta senza fare rumore, Davide sente che qualcosa si sta spostando. Non di poco. Non in un modo che si può fingere di non aver visto.

Un pomeriggio fermo

La libreria, il caldo, nessuno

La Libreria delle Parole è piccola: tre stanze collegate da un corridoio di scaffali, vetrina stretta su via Urbana, pavimento a mattonelle bianche e nere che d'estate si scalda subito. Quel mercoledì il condizionatore si è rotto alle undici del mattino. La tecnica del freddo ha dato un appuntamento per il venerdì successivo. Valentina, la collega, è in ferie fino al venti.

Davide sistema le copie arrivate quella mattina e suda dentro la maglietta chiara. Ha ventidue anni, un esame di sociologia in settembre, e una lista mentale di cose che avrebbe dovuto fare invece di stare qui a contare pacchi. Sul tavolo vicino alla cassa c'è un mezzo bicchiere d'acqua già tiepida.

Sergio alle diciassette e dieci

Sergio entra alle diciassette e dieci. Sandali marroni, pantaloni chiari, camicia aperta di un bottone di troppo. Quarantasei anni, capelli grigi rasati ai lati, mani larghe da cantiere che Davide ha già sentito in due occasioni diverse. Lo ha incrociato una volta da ragazzo, in casa di Filippo, il suo amico d'infanzia, e allora era solo il padre di qualcuno. Poi è successa la cosa di maggio. Poi luglio, in macchina, dopo il matrimonio di Filippo, in quella strada laterale vicino alla villa.

Adesso è qui, in libreria, e sfoglia un libro su Napoli degli anni Sessanta che probabilmente non leggerà.

"Ciao, Davide."

"Ciao."

Non si stringono la mano. Non si salutano in nessun altro modo. C'è una cliente anziana nello scaffale dei romanzi stranieri che non li guarda, e questo è sufficiente.

La proposta

Vicino allo scaffale dei saggi

Si parlano vicino ai saggi di storia, che è la sezione più lontana dalla porta. Sergio tiene il libro in mano come chi non sa dove metterlo. Ha l'aria di uno che ha parcheggiato due isolati più lontano del necessario.

"Ho un posto," dice dopo un momento. La voce è bassa, quasi monotona, come se stesse dando un'informazione pratica. "Un appartamento in Trastevere. Un amico me lo presta ogni tanto quando non c'è."

Davide non risponde subito. Sta tenendo in mano una copia de La notte di Moravia che deve mettere nello scaffale Letteratura Italiana, sezione M, ripiano del mezzo. Non l'ha ancora messa.

Una sera intera

"Non un'ora," continua Sergio. "Una sera intera. Vorrei una sera."

C'è qualcosa di molto preciso in quella frase. Non potremmo, non mi piacerebbe. Vorrei. Come se avesse già deciso la risposta e stesse solo comunicando i termini.

Davide pensa alla macchina di luglio. Era stato rapido, chiuso, con la radio accesa bassa sul telegiornale. Un appartamento è diverso: è lenzuola, è una finestra aperta, è stare abbastanza a lungo da dover scegliere se restare o andartene. È un tipo di segreto più pesante.

"Quando?" chiede Davide.

"Venerdì," dice Sergio.

Davide rimette il Moravia nello scaffale sbagliato, sezione R.

Venti euro di incasso

Il semaforo in via Nazionale

Ci pensa fino alle venti e mezza, quando abbassa la serranda della libreria. Lo pensa mentre conta i venti euro di incasso del pomeriggio, mentre aspetta il semaforo in via Nazionale con la visiera del casco alzata perché fa ancora caldo.

C'era stato maggio, e quello sembrava un fatto isolato. Un momento fuori dalla traiettoria normale delle cose, senza conseguenze e senza nome. C'era stato luglio, e quello aveva avuto la scusa del contesto: il matrimonio, il vino, il momento. Ma venerdì sera, in un appartamento prestato a Trastevere, non c'è nessuna scusa disponibile. È una scelta senza involucro.

Sergio è sposato. Ha una figlia di diciotto anni che Davide ha visto due volte alle feste in casa di Filippo. Ha una vita che non ha niente a che fare con lui e probabilmente non vorrà mai averla.

Alle venti e quarantaquattro Davide scrive un messaggio. Ok, venerdì. Mandami l'indirizzo. Lo manda prima di fermarsi a ragionarci. Lo schermo si illumina quasi subito con la risposta: un indirizzo in via della Lungaretta e un orario, le ventuno.

Sa benissimo quello che sta facendo.

Via della Lungaretta

L'appartamento

L'appartamento è al secondo piano di un palazzo anni Trenta. Soffitti alti, persiane accostate, odore di legno e di aria ferma non sgradevole. Trastevere a ferragosto è mezza vuota: un gruppo di turisti spagnoli davanti a Santa Maria, un gatto su un motorino parcheggiato, il rumore lontano di qualcuno che cena fuori.

Sergio apre la porta in maglietta. Ha l'aria meno composta rispetto alla libreria, come se avesse fatto avanti e indietro due o tre volte prima di decidersi ad aprire. Sul tavolo c'è una bottiglia di vino bianco. Non la apriranno.

"Sei venuto," dice Sergio.

"Sì," dice Davide.

Si siedono un momento sul divano. Davide guarda il pavimento a losanghe e tiene le mani sulle ginocchia. Non sa bene cosa fare di se stesso in questo appartamento di qualcun altro, con quest'uomo che conosce da quando aveva dodici anni e che adesso sta seduto a cinquanta centimetri da lui con l'aria di uno che aspetta qualcosa.

Posso?

Sergio si avvicina lentamente. "Posso?" chiede.

"Sì," dice Davide.

La sera dura più di quello che si era immaginato. Sergio è cauto, quasi formale, come se avesse paura di fare la mossa sbagliata. A un certo punto si ferma e chiede "Va bene così?", e Davide risponde "Sì, va bene", e in quel momento lo pensa davvero.

In quel monolocale con il letto che è anche il divano, Davide rimane fermo e lascia che sia Sergio a muoversi intorno a lui. C'è un preservativo sul comodino, Sergio lo apre senza dire niente, e Davide non sente il bisogno di parlare. Non è passività. È una forma di consenso attivo che Davide non saprebbe ancora nominare ma che in quel momento riconosce come suo.

Alle undici Sergio dice che deve andare.

"Certo," dice Davide.

Non è deluso. Non è sorpreso. Si erano detti una sera, e una sera è stata. Sergio si riveste con la stessa camicia della libreria, prende le chiavi dal tavolo, dice "Ci sentiamo" senza specificare quando, e se ne va.

Quello che resta

Trastevere a ferragosto

Davide esce venti minuti dopo. Trastevere è ancora viva, per quanto possa esserlo a ferragosto: qualche coppia di turisti, due ragazzi seduti sui gradini di una chiesa, il rumore di piatti da un ristorante aperto per miracolo. Fa ancora caldo.

In motorino verso casa non pensa molto. Pensa ai soffitti alti dell'appartamento. Pensa alla bottiglia di vino bianco che non hanno aperto. Pensa che la cosa più strana non è quello che è successo stasera. È che non riesce a sentirsi in nessun modo riconoscibile: non sollevato, non in colpa, non spaventato. Sente solo la strada sotto le ruote e l'odore di lui ancora addosso.

Sa che Sergio lo richiamerà. E sa già che risponderà.

Aveva rimesso a posto le cose dopo il matrimonio di Filippo dicendosi che era stata un'eccezione, una cosa di luglio, niente che si potesse ripetere. Adesso quella logica non regge più, e Davide lo sa.

Ha ventidue anni. Ha il tempo di capire chi vuole essere in questa storia. Per ora si limita a parcheggiare il motorino, a salire le scale di casa, a sedersi sul letto con le scarpe ancora ai piedi.

Non lo dirà a nessuno. Non stasera.