
Racconti gay famiglia: la domanda di mio padre e Forte dei Marmi il giorno dopo
Tra tutti i racconti gay famiglia che potrei mettere in fila da quando ho capito chi sono, questo inizia in macchina, sulla Cassia Aurelia, con mio padre che fissa la strada e pronuncia una frase senza particolare enfasi, come si fa quando si vuole fingere che le parole pesino meno di quello che pesano davvero.
Agosto. La Maremma. Tre giorni con i miei genitori nella casa che affittano ogni anno a Capalbio, una cosa piccola con il fico nel cortile e l'umidità che sale dal pavimento la mattina. Lo stesso posto da quando avevo undici anni, il bar sulla piazza con i tavoli di plastica, i moscerini alle sette di sera, il rumore delle cicale che si sente fin dentro le stanze. Mio padre guida ancora lui, anche se adesso ho anch'io la patente e l'assicurazione, ma certe cose non cambiano: lui guida, mia madre si addormenta sul sedile posteriore con la testa appoggiata al finestrino, e io guardo fuori e penso ai fatti miei. Questo meccanismo non è cambiato da quando avevo quindici anni, e in qualche modo mi rassicura, anche quando non dovrebbe.
Eravamo usciti da Grosseto da venti minuti. Mia madre dormiva già. E mio padre ha fatto la domanda.
La Cassia e quello che mio padre non riesce a dire direttamente
Lo fa così, mio padre: aspetta che mia madre si addormenti per dire le cose che non sa come dire davanti a tutti e due insieme. Come se avesse bisogno di ridurre il pubblico, come se parlare a uno fosse meno impegnativo di parlare a due. In parte lo capisco. In parte lo trovo sfibrante, perché mi obbliga a essere sempre pronto, ogni volta che la macchina percorre un tratto abbastanza lungo da lasciargli il tempo.
«Sei felice, in quel modo lì?»
Niente altro. Nessuna specificazione. Non ha detto «con Tommaso», non ha detto «così», non ha usato nessuna parola che mi costringesse a fingere di non aver capito. Sapevamo entrambi di cosa stava parlando: di me, di Tommaso, di quello che siamo insieme e di tutto quello che questo comporta nella vita ordinaria. Mio padre ha sessantaquattro anni e non ha ancora imparato a fare le domande dirette, ma ha imparato a fare le domande giuste nel momento in cui nessuno lo vede mentre le fa.
Ho guardato anche io la strada. Ci sono certi momenti in cui fissare lo stesso punto davanti a te è l'unica risposta onesta che riesci a produrre prima di aprire la bocca.
La mezza frase e il peso di quello che non dici
Gli ho risposto qualcosa come «sì, abbastanza». Due parole, forse tre. Una cosa che non era una bugia ma non era neanche una risposta piena, e lui lo sapeva e io lo sapevo, e siamo rimasti in silenzio per gli otto chilometri successivi fino all'uscita per Capalbio Scalo. Il rumore dell'asfalto. Quell'aria pesante di chi ha detto una cosa e intanto ne pensa un'altra.
Non è che non volessi rispondergli. È che non avevo ancora trovato il modo di rispondere a quella domanda senza che diventasse qualcosa di grande, il tipo di conversazione che si ricorda per anni e che sposta qualcosa, anche se non sai bene cosa. Avevo paura che se dicevo «sì, sono felice» lui facesse altre domande. Avevo paura che se dicevo «non lo so», si preoccupasse. Così ho scelto la mezza frase, che è la cosa vigliaccata e insieme l'unica che riuscivo a fare sulla Cassia alle tre del pomeriggio.
Mia madre si è svegliata poco dopo, ha detto «ci siamo?» con la voce impastata, e mio padre ha risposto «quasi». Argomento chiuso, o almeno rimandato.
La telefonata a Tommaso dalla riva
Quaranta minuti con i piedi in acqua
Quella sera sono andato in spiaggia da solo dopo cena. Capalbio bassa, la spiaggia libera con la sabbia scura e i riflessi delle luci sull'acqua. Mi sono seduto vicino alla riva con le gambe allungate e ho chiamato Tommaso.
Gli ho raccontato della domanda in macchina. Lui ha ascoltato senza interrompere, come fa sempre quando sa che sto cercando di mettere in ordine qualcosa mentre parlo, e alla fine mi ha chiesto «e tu cosa gli hai risposto?» Gli ho detto «la mezza frase». Lui ha fatto una pausa breve e poi ha detto «avevi ragione». Quella cosa lì mi ha fatto bene in un modo che fatico a spiegare anche a me stesso.
Siamo rimasti al telefono quasi un'ora, con l'acqua che mi arrivava alle caviglie quando veniva una piccola onda. Mi ha raccontato del Parco Sempione, di un libro su un architetto giapponese di cui non ricordo il nome, di un collega che aveva fatto una cosa irritante. Cose ordinarie. E io avevo bisogno esattamente di quelle: la normalità di qualcuno che ti racconta la sua giornata senza che sia una conversazione carica di peso.
Quando ho riattaccato erano le undici passate. Il mare era immobile, quasi opaco. Ho guardato l'acqua per qualche minuto, con le cicale che si sentivano anche da lì, e poi sono tornato verso la casa. Il giorno dopo sarei andato a Forte dei Marmi.
Forte dei Marmi e l'incontro che non stavi cercando
Non era programmato. Mia madre voleva fare un giro lungo la costa e mio padre aveva scelto il terrazzo con il libro. Così ho preso la macchina da solo, ho guidato verso nord per quasi un'ora e sono arrivato a Forte dei Marmi verso le undici di mattina con nessuno scopo preciso in testa, solo l'idea vaga di camminare e di non essere il figlio di mio padre per qualche ora.
C'è qualcosa di particolare in certi posti d'agosto, quel modo in cui il calore rimbalza sul cemento del lungomare e l'aria sa di crema solare e di frittura, e tu ti senti al tempo stesso completamente anonimo e completamente visibile. Nessuno ti conosce. Puoi essere qualcuno di qualsiasi altra città che è venuto a passare due ore sul lungomare senza obblighi. Puoi non essere la persona che ieri in macchina ha risposto «sì, abbastanza» a una domanda che meritava qualcosa di più.
L'ho visto al bar vicino a uno degli stabilimenti, quello con le sedie rosse. Stava guardando il telefono e aveva un modo di stare seduto che mi ha fatto rallentare il passo. Capelli scuri, una maglietta chiara, una specie di distanza controllata attorno a lui che riconosco perché ce l'ho anch'io quando sono da solo in posti che non conosco bene. Mi ha guardato. Ho guardato anche io.
Prima di tutto, le parole giuste
Mi sono seduto al tavolino vicino e abbiamo cominciato a parlare con quella facilità strana che succede in vacanza, con gli sconosciuti, quando nessuno dei due ha niente da perdere. Si chiamava Lorenzo. Anche lui era lì per qualche giorno, famiglia distribuita su più stabilimenti, lui libero nel pomeriggio.
Quando è diventato chiaro dove stava andando la conversazione, gliel'ho detto direttamente. «Se vuoi venire con me, lo voglio anch'io, ma ho bisogno che tu me lo dica.» Lui mi ha guardato un secondo e ha risposto «sì, lo voglio». Nessuna ambiguità. Nessuna cosa lasciata sospesa come certe domande in macchina. L'accordo era chiaro e esplicito, e per me questo conta più di qualsiasi altro dettaglio.
Siamo andati a casa sua, un appartamento in affitto a tre isolati dal mare con le veneziane abbassate e il ventilatore sul pavimento di piastrelle. Non aggiungo molto altro, perché quello che conta in certi incontri è la qualità dell'attenzione che ci si porta, non i dettagli tecnici. E Lorenzo era attento nel modo giusto: presente, diretto, senza fronzoli.
Sono uscito verso le tre del pomeriggio, con il sole già spostato e il caldo diventato meno pesante. Ho camminato fino alla macchina e ho guidato verso Capalbio con i finestrini aperti.
Quello che rimane, alla fine di questa estate
Una risposta che forse arriva a settembre
Non so se quello che ho risposto a mio padre sulla Cassia fosse la risposta giusta. «Sì, abbastanza» è qualcosa che si può dire in molti modi diversi, e probabilmente lui ci ha sentito dentro tutto quello che non riuscivo a mettere in parole. Forse era quello il punto. Forse bastava quello per adesso.
Penso a come certi pezzi d'estate si incastrano in modi che non avevi pianificato. Come Sergio riapparso al matrimonio di luglio aveva riaperto qualcosa che credevo chiuso, come il Ferragosto con Edoardo a Talamone avrebbe rimesso a posto qualcosa di diverso. Gli incontri dell'estate hanno questa capacità: funzionano come parentesi, spazi in cui succedono cose che non avresti saputo pianificare e che ti dicono qualcosa su chi sei in quel momento, non su chi dovresti essere.
Lorenzo non lo risentirò. Tommaso lo chiamo stasera. Mio padre non mi ha rifatto la domanda per il resto del weekend, e io non gliene ho data l'occasione. Forse a settembre, quando le cose riprendono il ritmo normale, ci sarà il momento giusto per una risposta che non sia una mezza frase.
O forse no. E anche così andrebbe bene.
Per adesso basta sapere che l'estate non è finita e che certe domande non hanno scadenza.





